Un nuovo capitolo, che chiama in causa Fiat, si apre nello scandalo delle emissioni diesel che ha scosso l’industria automobilistica europea e non solo a partire dal 2015.
Il 30 giugno scorso, secondo quanto risulta all’agenzia Afp da alcune fonti, la Procura di Parigi ha ufficialmente richiesto il rinvio a giudizio per Fiat-Chrysler Automobiles (Fca), oggi parte del gruppo Stellantis, con l’accusa di truffa aggravata nel quadro del cosiddetto Dieselgate. Si tratterebbe del quarto procedimento giudiziario di questo tipo avviato in Francia, dopo quelli già richiesti contro Volkswagen, Renault e Peugeot-Citroën.
Secondo quanto riferito da fonti giudiziarie francesi, tra il 2014 e il 2017 Fiat-Chrysler avrebbe commercializzato veicoli diesel – in particolare modelli Fiat 500X, Alfa Romeo e Jeep – equipaggiati con motori Multijet II, capaci di rispettare i limiti normativi europei sulle emissioni di ossidi di azoto (NOx) solo in condizioni di test di laboratorio, ma non durante la guida reale su strada.
Nelle requisitorie trasmesse alle parti il 16 luglio, il ministero pubblico ha descritto un sistema di calibratura dei motori basato su parametri tecnici precisi (tra cui temperatura, velocità e rapporti del cambio), finalizzato a garantire il rispetto dei limiti di NOx unicamente durante i cicli di omologazione, ma che risultava inefficace in condizioni normali di utilizzo. Questo avrebbe comportato un funzionamento degradato degli organi di depurazione, con un conseguente impatto negativo sull’ambiente e sulla salute pubblica.
Le indagini si basano su un rapporto dettagliato della Direzione generale della concorrenza, del consumo e della repressione delle frodi (Dgccrf), che già nel 2017 aveva denunciato una «strategia globale» messa in atto da Fca per aggirare i test ufficiali di omologazione. In particolare, il documento parlava di «motori fraudolenti» progettati per superare artificialmente i controlli normativi, ingannando così sia le autorità di regolamentazione che i consumatori.
Secondo un esperto giudiziario citato nelle indagini, pur non essendoci una strategia esplicita di riconoscimento dei cicli di omologazione – come nel caso emblematico di Volkswagen – il funzionamento degli apparati di depurazione risultava ottimizzato unicamente per il contesto di test, configurando di fatto una frode nei confronti degli acquirenti.
Secondo le stime fornite da Frederik-Karel Canoy, uno degli avvocati delle parti civili e promotore delle prime denunce nel 2017, sarebbero 38.144 i veicoli coinvolti nella presunta frode. La vendita di questi modelli avrebbe generato per Fca un fatturato complessivo stimato in circa 836 milioni di euro. Per Canoy, si impone ora una «riparazione integrale e non simbolica» a favore dei consumatori danneggiati.
Fiat-Chrysler, che dal 2021 è parte del colosso Stellantis nato dalla fusione con il gruppo Psa (Peugeot, Citroën, Opel), respinge ogni accusa. L’avvocato del gruppo, Alexis Gublin, ha dichiarato che l’azienda «contesta integralmente l’impianto giuridico» alla base delle accuse e si prepara a difendersi con forza nelle sedi competenti. Stellantis ha inoltre ribadito che tutti i veicoli coinvolti «sono risultati conformi alle normative vigenti» al momento della loro commercializzazione.
Il gruppo Fiat-Chrysler non è nuovo a procedimenti relativi al Dieselgate. Negli Stati Uniti, nel 2019 l’azienda aveva accettato di pagare 515 milioni di dollari per chiudere una vertenza analoga, evitando un processo. In Francia, era stata formalmente incriminata nel 2021 per «tromperie sur les qualités substantielles d’une marchandise entraînant un danger pour la santé de l’homme ou de l’animal» (ovvero, frode sulle qualità sostanziali di un prodotto con rischio per la salute umana o animale).
Adesso la parola passa al giudice, che dovrà valutare se dare seguito alla richiesta della Procura e avviare un processo penale vero e proprio contro l’attuale Stellantis. (riproduzione riservata)