Può un libro che parla di monete e debiti – degli Stati e delle banche – nella storia moderna insegnare qualcosa ai banchieri e ai politici di oggi alle prese con debiti pubblici crescenti e rischi permanenti di crisi bancarie? Certo che può. Una risposta sul grande problema dell’indebitamento dei Paesi (pensiamo ad alcuni nella Ue), sulla tendenza al ritorno a politiche di austerità, di controllo rigoristico sui conti la si trova nella storia degli Stati Uniti delle origini: «Il Congresso continentale delle 13 colonie fece la guerra agli inglesi senza avere una moneta unica. Ma avendo subito messo il debito in comune».
A parlare è Paolo Zannoni, banchiere di lungo corso come si dice per le carriere come la sua, per decenni in Goldman Sachs, docente a Yale e oggi - rimasto senior advisor della banca americana - vicepresidente di Prada.
Alle banche e al loro rapporto con gli Stati, e al relativo debito delle due istituzioni, Zannoni ha dedicato otto anni di ricerca e di scrittura. Il risultato è un libro, «Moneta e promesse», edito da Rizzoli (il testo è stato scritto in inglese, quella italiana è la traduzione), che racconta la grande ingegneria finanziaria dei banchieri dal XII secolo fino alla Russia dopo la rivoluzione bolscevica. Una finanza che si è incrociata profondamente con le esigenze di denaro degli Stati nel corso dei secoli, a loro volta alimentate dai denari delle banche, che però altro non sono che ulteriore debito (verso i clienti, verso le banche concorrenti, verso lo stesso Stato): ed è questo scambio di debiti, cioè di promesse di pagamento, il cuore dell’analisi storico-economica di Zannoni.
Negli otto anni di peregrinazioni tra archivi di Stato e biblioteche moderne, libri antichi e documenti originali, Zannoni individua un fil rouge che lega le vicende delle banche e degli Stati: indipendentemente dal periodo storico e dalle culture, qualsiasi regime per raggiungere i propri obiettivi ha sempre dovuto collaborare con le banche, e per questo gli istituti – e i banchieri che li hanno guidati – hanno assunto una posizione privilegiata ma allo stesso tempo di un equilibrio precario per entrambi.
Così come lo Stato ha avuto bisogno delle banche per finanziare le guerre, le espansioni, la tenuta del consenso presso i suoi cittadini, allo stesso tempo le banche hanno avuto necessità di venire salvate dallo Stato, quando hanno rischiato di saltare per aria. È quello che oggi chiameremmo rapporto tra istituti sistemici e i Paesi di riferimento.
Il «debito pubblico», cioè la promessa di pagamento – quindi la fiducia, la credibilità che lo Stato ottiene dal suo principale creditore – nel corso dei secoli è stato trasformato dalle banche in moneta, liberamente circolabile e utilizzata dai cittadini, come nell’esempio del Banco Giro nella Venezia del XVII secolo o nell’esperienza delle «fedi di credito», titoli inventati dal Banco di Napoli che hanno consentito di soccorrere i poveri e, in quanto moneta, successivamente anche i vari regimi napoletani, dall’impero spagnolo all’Italia post-unitaria.
Ma in ogni epoca le banche non hanno mai posseduto niente: hanno sempre scambiato debiti. È per questo che sono strutturalmente fragili. E solo lo Stato, sostiene Zannoni, può salvarle, salvando il sistema. Proprio come avvenne nel 2008 in Usa: un’altra lezione americana che all’Europa può servire.
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