Il primo governo guidato da una donna, Giorgia Meloni, è ufficialmente il più longevo della Repubblica italiana. Più di Silvio Berlusconi, Giulio Andreotti e Aldo Moro. E, nonostante quattro lettere di richiamo alla Camera firmate da Sergio Mattarella e dieci tra sottosegretari e ministri che si sono dimessi, la premier è riuscita a traghettare il suo governo fino a Bari per festeggiare i suoi 1.413 giorni a Palazzo Chigi.
«È un dato che accolgo con gratitudine e con un forte senso di responsabilità, perché la stabilità non è un record da esibire», ha scritto Meloni sui social, in un post dove, tuttavia, qualche record lo rivendica: «Abbiamo lavorato per aumentare l’occupazione, ridurre la disoccupazione, sostenere famiglie e imprese, rafforzare la sicurezza e governare sui conti pubblici». Numeri ovviamente veri ma che rappresentano solo la punta dell’iceberg del sistema Paese degli ultimi quattro anni.
L’Italia cresce dello zero virgola. Il pil nominale è passato da 1.998 miliardi di euro nel 2022 ai 2.258 miliardi del 2025. Ma la crescita del valore, oltre a essere trainata dall’inflazione, nasconde anche i limiti della legislatura: senza le spese connesse al Pnrr oggi l’Italia sarebbe in recessione. La crescita resta lenta - con un +1,02% nell’ultimo dato trimestrale che posiziona il Paese nella parte più bassa della classifica europea - ed è attesa a +0,7% sia nel 2026 sia nel 2027.
La virata verso il controllo della spesa, comunque, ha fatto scendere lo spread (passato da 233 a meno di 80 punti base) e ha contribuito alla riduzione del deficit (il disavanzo è sceso dall’8,1% al 3,1%) fino a sfiorare l’uscita dalla procedura d’infrazione: appuntamento per il 22 settembre con i dati Eurostat. Il rigore ha dato ossigeno anche a Piazza Affari.
La Borsa di Milano ha toccato i livelli più alti degli ultimi quindici anni, trainata dalle performance di banche ed energia: nei quattro anni di governo, il Ftse Mib è passato da 21 mila ai 51 mila punti, anche se lo scorso anno 29 società hanno lasciato Palazzo Mezzanotte a fronte di 21 nuove ipo. Tenendo da parte la partita sulla governance con Euronext, il plauso della finanza ha spinto S&P, Fitch e Moody’s a premiare di nuovo l’Italia, migliorandone gli outlook.
Se l’economia non riesce a decollare è anche perché l’industria, ormai, è in sofferenza da anni. Dopo una serie di record negativi sotto l’esecutivo di Meloni, la produzione industriale italiana ha mostrato una ripresa segnando un +0,5% nel primo trimestre 2026, rimanendo però lontanissimo dal picco del 2021 (+11,8% nell’anno).
Si è, invece, dimostrato particolarmente resiliente agli shock geopolitici internazionali l’export italiano. Nel 2026 ha raggiunto il record di 643 miliardi di euro, superando il Giappone come quarto esportatore mondiale. Trend che non accenna a fermarsi: nel giugno 2026 i dati segnalano 59,7 miliardi di esportazioni, circa 5 miliardi in più del livello di ottobre 2022 quando si è insediato il governo.
La crisi dell’industria italiana, tuttavia, è evidente. Dall’inizio della legislatura a oggi i tavoli Mimit per la gestione delle crisi aziendali sono passati da 55 a 37. Ma tra le 18 «fortunate» non c’è, per esempio, Acciaierie d’Italia. Una complessa storia industriale, ereditata dai governi precedenti, su cui questo esecutivo non è ancora riuscito a porre la parola fine. Dopo quattro anni di legislatura, la situazione è bene o male la stessa di dieci anni fa: una cordata italiana che cerca il supporto dello Stato, diverse cause in Tribunale e le prime lettere di licenziamento partite.
C’è una storia che tra rinvii, stop e tribunali, accompagna l’Italia da oltre 50 anni: è quella del Ponte sullo Stretto. Il ponte a campata più lungo del mondo che dovrebbe collegare Sicilia e Calabria, è previsto da una legge approvata dal Parlamento il 17 dicembre 1971: 55 anni e 43 governi fa. Il no della Corte dei Conti alla delibera del Cipess sull’opera ha infranto le promesse sulle tempistiche del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, e le risorse necessarie sono levitate a 13,5 miliardi di euro. Ma il leader leghista ha assicurato a Milano Finanza che le ricadute positive saranno di gran lunga superiori all’investimento: si parla di oltre 23 miliardi di euro di impatto solo sul pil. Basterà aspettare i 7,5 anni, stabiliti per contratto, per la sua realizzazione. Nuovo appuntamento con l’istruttoria del Cipess atteso entro fine mese.
L’occupazione in Italia ha toccato il picco storico del 63,2% a luglio 2026, in crescita di quasi 3% da ottobre 2022. L’occupazione record, però, è garantita dagli over 50, mentre donne e giovani ancora arrancano. Da un lato, il tasso di occupazione femminile è il 54,5%, un valore inferiore di ben 17 punti percentuali a quello maschile. Dall’altro lato, la disoccupazione giovanile è scesa al minimo storico, il 18,9%, ma resta quasi quattro volte il valore generale, fermo al 5,8%. Senza scordare che i giovani che né lavorano né studiano (i neet) sono ancora 1,3 milioni.
Se c’è una chiara direttrice dell’azione del governo Meloni quella è certamente la dimensione fiscale, su cui l’esecutivo ha anche impostato una lunga e strutturale riforma. Una delle poche riforme portate a termine nei quattro anni di governo. Nel 2025 il recupero dalla lotta all’evasione ha toccato il record di 29 miliardi e la pressione fiscale è scesa al 42,9%, soprattutto grazie al taglio del cuneo fiscale con cui l’esecutivo rivendica di aver immesso 21 miliardi nelle tasche degli italiani.
Una cifra che però che non tiene conto dell’inflazione, tornata a crescere del 3,3% ad agosto, e della conseguente erosione del potere d’acquisto delle famiglie: secondo l’Ocse negli ultimi 25 anni gli stipendi reali in Italia non hanno mai smesso di arretrare, e dal 2021 hanno perso il 6,1% del potere d’acquisto.
La stessa inflazione che erode il potere d’acquisto è in larga parte generata dagli shock energetici. Il 2022, che segna il debutto del primo governo guidato da una donna, era l’anno della crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina. L’Italia è ancora energeticamente dipendente dall'estero. Negli ultimi quattro anni le quote sono rimaste sostanzialmente stabili: il Paese importa circa il 94% del gas che consuma e circa il 90% del greggio necessario alla raffinazione.
Ma c’è una riforma che l’esecutivo sta portando avanti e che, negli auspici del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, verrà presentata presto in Parlamento: quella sul nucleare. A settembre riprenderà l’iter di approvazione della legge delega, ma intanto si accelera sulle misure per la scelta di tecnologie e siti e il sostegno agli investimenti. Ad aprire la strada al ritorno del nucleare in Italia è l’Enel, che guida Nuclitalia (ne detiene il 51%, il 39% è in mano ad Ansaldo Energia e il 10% a Leonardo), e che dovrà occuparsi dello studio di tecnologie avanzate e dell’analisi delle opportunità di mercato.
Enel non è però soltanto uno degli strumenti attraverso cui il governo punta a riportare l’atomo in Italia: è anche una delle partecipazioni che ogni anno alimentano le casse dello Stato attraverso i dividendi. L’azienda guidata da Flavio Cattaneo – partecipata al 23,6% dal Mef – nel solo 2025 ha versato al Tesoro 1,1 miliardo di euro. È la cedola più importante che il governo ha incassato lo scorso anno tra le sue partecipate.
Segue Eni che, sotto la stabile guida di Claudio Descalzi, ha versato 1 miliardo nelle casse statali nel 2025 e che potrebbe contribuire ai fondi pubblici con altri 3 miliardi grazie al nuovo buyback che si completerà ad aprile 2027. Sono però diverse le partecipate che hanno tenuto impegnato il governo. Poste Italiane è impegnata nell’acquisizione di Tim per la creazione di una grande piattaforma integrata di servizi finanziari, assicurativi, logistici e di telecomunicazioni. La società guidata da Matteo Del Fante (il cui titolo ha messo a segno un +212% dall’insediamento della premier) ha anche iniettato nelle casse pubbliche oltre 1 miliardo di dividendi, sempre lo scorso anno.
Allo stesso modo Mps si è resa protagonista del risiko bancario, oggi nel bel mezzo di una doppia partita tra quella di Intesa Sanpaolo e quella con Banco Bpm/Banca Generali. D’altronde, grazie al risanamento di Rocca Salimbeni, lo scorso anno la banca ha garantito 126 milioni di dividendi al Mef, escluse le plusvalenze generate dalla vendita delle dismissioni di quote avviate dall’esecutivo negli ultimi anni. Cessioni che hanno portato progressivamente il peso del Tesoro nella banca a ridursi all’attuale 4,8%.
L’ultima grande protagonista dei tavoli a Palazzo Chigi è Leonardo. Nonostante il recente cambio di guida, la gestione di Roberto Cingolani e Lorenzo Mariani ha permesso al titolo di crescere del 560% dal 2022 a oggi. Lo scorso anno, questa performance ha portato nel bilancio dello Stato quasi 110 milioni di dividendi. E sebbene le manovre varate dall’esecutivo non siano finora state monstre, in vista della prossima (nonché ultima) legge di Bilancio il governo di Giorgia Meloni dovrebbe poter contare su qualche altro stacco di cedola. (riproduzione riservata)