L’incertezza sul futuro dell’ex Ilva comincia a presentare il conto. L’Associazione Indotto AdI e General Industries (Aigi) ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che potrebbe coinvolgere oltre 2.500 lavoratori delle aziende che operano attorno allo stabilimento di Taranto. Una decisione definita dall’associazione «estrema e dolorosa» ma diventata, nelle parole del presidente Nicola Convertino, «atto dovuto e inevitabile», dopo la fissazione a ottobre del termine per la chiusura dell’area a caldo.
La scadenza, disposta dalla Corte d’Appello di Milano alla luce delle condizioni ambientali del sito, ha trasformato la vertenza sull’ex Ilva in una corsa contro il tempo. «Una fabbrica di questa portata avrebbe meritato una sorte diversa», ha scritto Convertino nella lettera ai sindacati. «Una delle più grandi acciaierie d’Europa rischia oggi di non morire sul campo di una grande battaglia industriale, bensì di spegnersi per consunzione». Il riferimento è al conto alla rovescia di 90 giorni imposto dal provvedimento giudiziario, che secondo Aigi non lascia alle imprese dell’indotto margini sufficienti per programmare il futuro.
«Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», aggiunge Convertino, sottolineando che non si tratta soltanto del destino dello stabilimento. «L’Ilva non è una fabbrica di quartiere, bensì un’infrastruttura industriale strategica per l’Italia, essenziale per le filiere manifatturiere e per l’autonomia del Paese nella produzione dell’acciaio». La transizione, avverte Aigi, richiederebbe anni, mentre «ci troviamo oggi a discutere di come evitare che un intero sistema produttivo precipiti nel baratro nell’arco di poche settimane».
La partita ora si sposta sul tavolo politico e giudiziario. L’8 settembre Giorgia Meloni incontrerà a Palazzo Chigi i sindacati per fare il punto sulla situazione dell’ex Ilva, alla vigilia dell’udienza del 9 settembre davanti alla Corte d’Appello di Milano, chiamata a esaminare l’istanza di sospensiva sul provvedimento relativo all’area a caldo. È su questi due appuntamenti che si concentrano le aspettative dei lavoratori e delle imprese dell’indotto, mentre nello stabilimento sono già in corso le attività preparatorie allo spegnimento.
Durissima la reazione della Uilm. «Sono partite infatti le prime procedure di licenziamento collettivo che rischiano di coinvolgere a breve 2.500 lavoratori degli appalti ex Ilva. Purtroppo questo è solo l’inizio», ha dichiarato il segretario generale Davide Sperti, chiedendo al governo un «piano straordinario» sul fronte occupazionale, salariale e sociale che coinvolga i lavoratori diretti, quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e l’intero sistema degli appalti. Un piano, sottolinea il sindacato, che «prevede inevitabilmente un intervento pubblico».
Sulla stessa linea la Fiom Cgil di Taranto, che in una lettera aperta a Meloni chiede al governo di chiarire l’8 settembre se intenda davvero «chiudere un sito d’interesse strategico», con il rischio di mettere a rischio «20 mila lavoratori» e di provocare una crisi sociale e ambientale di dimensioni senza precedenti. Secondo i lavoratori, le riunioni già in corso nello stabilimento per preparare le procedure di spegnimento dell’area a caldo alimentano il timore che la decisione sulla chiusura sia ormai presa, nonostante l’udienza del 9 settembre debba ancora pronunciarsi sulla sospensiva. (riproduzione riservata)