Non è ancora nato ma già fa discutere. Il fondo pensione avviato alla nascita con un bonus dello Stato, l’idea rilanciata dal presidente dell’Inps Gabriele Fava a fine agosto, ha raccolto in pochi giorni il sostegno del governo, ma anche di Covip e dell’Ania. Il progetto torna periodicamente alla ribalta, come un fiume carsico, soprattutto a inizio settembre alla vigilia della legge di bilancio. Questa volta, però, potrebbe essere quella buona, almeno a giudicare dall'attenzione che sta ricevendo dagli addetti ai lavori. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha confermato che l’esecutivo sta valutando la fattibilità di un fondo per i bebè.
Una misura che, nelle intenzioni, non richiederebbe ingenti risorse pubbliche: per avviare il meccanismo potrebbero bastare pochi euro per ciascun bambino. L'idea non è nuova neppure all'estero. In Germania il progetto Früstartrente, approvato dal governo nelle scorse settimane, prevede un contributo di 10 euro al mese per i bambini dai 6 ai 18 anni. Un modello più vicino è quello adottato nel 2025 in Trentino-Alto Adige dove viene riconosciuto un contributo di 300 euro nel primo anno di vita, a cui si aggiungono 200 euro l'anno per i quattro anni successivi (a condizione che siano versati dai genitori almeno 100 euro in una forma di previdenza complementare intestata al minore). Il contributo complessivo della Regione può quindi arrivare a 1.100 euro. Il capitale viene destinato alla previdenza complementare, attraverso una delle principali forme disponibili in Italia: fondo pensione negoziale, fondo pensione aperto o polizza individuale pensionistica (pip).
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Ed è proprio questo il punto sul quale il dibattito si è acceso: la governance. Chi dovrebbe incassare e gestire il contributo che potrebbe essere introdotto con la prossima legge di Bilancio? L'Inps, come ha indicato Calderone, oppure i fondi pensione, come sostengono (si veda intervista) gli operatori della previdenza complementare?
La differenza non è solo organizzativa. Se a gestire il capitale fossero gli strumenti della previdenza complementare, il denaro potrebbe essere investito sui mercati finanziari per un periodo lungo 60 o 70 anni. Un orizzonte nel quale la capitalizzazione composta, cioè il reinvestimento dei rendimenti, può incidere in modo rilevante sulla crescita del capitale. «Prima si inizia, più si sfrutta l'interesse composto nel lungo periodo e la tassazione favorevole», dice Luca Carabetta, country manager Italia di Trade Republic. Quanto può fare la differenza il tempo lo mostrano le simulazioni elaborate da JustEtf su un piano di accumulo (pac) da 200 euro al mese, con versamenti aumentati del 2% ogni anno, avviato alla nascita e mantenuto fino a 67 anni.
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Le simulazioni considerano Etf con un costo annuo dello 0,2% e due indici: l'Msci Acwi in euro total return per l'azionario globale e il Bloomberg Euro Aggregate per le obbligazioni. L'analisi copre il periodo nel quale sono disponibili entrambi i dati, da luglio 1987 a luglio 2026. In questo arco temporale l'azionario globale ha registrato un rendimento medio annuo dell'8,12%, con una volatilità del 16,4%, mentre le obbligazioni hanno reso il 4,40%, con una volatilità del 3,9%. JustEtf ha ipotizzato tre modalità di costruzione del portafoglio: 100% azioni globali, una esposizione bilanciata con il 60% di azioni e il 40% di obbligazioni e un'asset allocation dinamica. In quest'ultimo caso il portafoglio resta azionario dalla nascita fino a 47 anni, poi la quota azionaria viene ridotta di tre punti percentuali a ogni compleanno, fino ad arrivare al 40% a 67 anni. Sono stati inoltre confrontati diversi momenti di partenza del piano: nascita, 18, 30 e 40 anni. Il risultato evidenzia quanto il fattore tempo possa incidere sul capitale finale.
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«Aprire un conto previdenziale, sotto forma di piano di accumulo alla nascita è la cosa più efficace che si possa fare per un sistema pensionistico che ha un problema demografico noto da 30 anni», premette Lorenzo Demaria, country manager Italia di JustEtf. Nello scenario mediano delle elaborazioni, un versamento di 200 euro al mese mantenuto fino a 67 anni porta, con un portafoglio azionario globale, a circa 2 milioni di euro in termini reali, pari a 7,6 milioni nominali. I versamenti complessivi sono pari a 160.800 euro in potere d'acquisto attuale, che diventano 332.265 euro nominali (grafico in pagina).
Considerando la tassazione, il capitale finale scende da 2 milioni a circa 1,5 milioni di oggi, pari a 5,7 milioni nominali (grafico in pagina). Il montante netto equivale quindi a circa 9,4 volte lo sforzo di risparmio in termini reali. «Il capitale arriva dal tempo, più che dal risparmio», osserva Demaria. Le simulazioni sono state realizzate su 50 mila scenari costruiti con i rendimenti degli ultimi 40 anni. «Nessuno ha 67 anni di storia di mercato a disposizione, quindi gli esiti sono stati generati simulando 50 mila percorsi diversi, ognuno costruito prendendo dati veri di due anni presi casualmente da quella storia. Lo scenario mediano è quello che sta in mezzo, lo scenario sfortunato è il quinto percentile, ovvero cinque casi su cento vanno peggio di così», spiega Demaria.
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La differenza diventa ancora più evidente spostando in avanti l'inizio del piano. Chi comincia a 30 anni, a parità di versamento, arriva a circa un sesto del capitale accumulato partendo dalla nascita: 325.462 euro in termini reali, pari a 677.184 euro nominali. Per raggiungere lo stesso capitale finale del neonato che versa 200 euro al mese, il trentenne dovrebbe investire circa 2.240 euro al mese, oltre dieci volte tanto (grafico in pagina).
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«Diciotto anni di ritardo si recuperano con quattro volte il versamento, ovvero 830 euro al mese. Quaranta invece non si recuperano affatto, perché 5.430 euro al mese sono fuori portata per la quasi totalità delle famiglie italiane», calcola Demaria. Il confronto con chi comincia a 18 anni è forse quello più vicino alla realtà di un giovane che entra nel mondo del lavoro. Con lo stesso piano, arriva a circa 689.961 euro reali, pari a 1,82 milioni nominali: 2,9 volte meno del capitale accumulato partendo dalla nascita. E i primi 18 anni di versamenti, appena 43.200 euro in termini reali, pari a 135.607 euro nominali, arrivano a valere a scadenza 1,32 milioni di oggi, secondo la simulazione. «È il motivo per cui un contributo pubblico anche piccolo, ma versato presto, rende più di un incentivo generoso concesso a 40 anni», aggiunge Demaria. Il risultato dipende però anche dall'asset allocation perché l'orizzonte temporale molto lungo consente di sopportare meglio la volatilità azionaria. «Per un neonato la volatilità non diventa quindi un rischio ma è il prezzo del rendimento. Con 60 anni davanti l'unico obiettivo sensato è la crescita, quindi azionario globale», sostiene Demaria. La prudenza, secondo questa impostazione, dovrebbe essere introdotta quando l'orizzonte si accorcia.
Le simulazioni mostrano infatti una differenza significativa fra un portafoglio 60% azioni e 40% obbligazioni mantenuto per l'intero periodo e un'asset allocation dinamica (grafico in pagina). Nel primo caso il capitale netto mediano si ferma a circa 775 mila euro reali, contro 1,5 milioni del portafoglio azionario. Il percorso dinamico, invece, che resta totalmente azionario fino a 47 anni e poi riduce gradualmente il rischio, porta a un capitale più elevato. Il messaggio è quindi duplice: il tempo aumenta il potenziale di rendimento, ma con l'avvicinarsi della scadenza diventa sempre più importante proteggere il capitale accumulato.
C'è però un elemento che, su un orizzonte di 67 anni, può cambiare radicalmente la lettura dei numeri: l'inflazione. JustEtf ha utilizzato un'inflazione del 2% annuo, in linea con l'obiettivo della Bce, per convertire i valori nominali in potere d'acquisto attuale (reale). Ma basta modificare questa ipotesi perché il capitale cambi sensibilmente. I 5,7 milioni nominali netti accumulati nello scenario dalla nascita valgono circa 1,5 milioni reali di oggi considerando appunto un'inflazione media del 2% annuo. Con un'inflazione del 2,5% scendono a circa 1,09 milioni, mentre al 3% valgono circa 787 mila euro. Questi dati ricordano che, su un periodo di quasi sette decenni, non conta soltanto quanto rende un investimento finanziario, ma anche quanto perde potere d'acquisto la moneta nel frattempo.
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«Va aggiunto che tre quarti del capitale si forma dopo i 50 anni guardando le cifre nominali, circa due terzi in potere d'acquisto di oggi. E i versamenti a quel punto sono già stati fatti quasi tutti, quindi il momento più delicato di un piano lungo è la fine, non l'inizio», sottolinea Demaria.» Restano comunque alcune ipotesi forti. Un piano di 67 anni presuppone innanzitutto una continuità nei versamenti che difficilmente può essere data per scontata. Le simulazioni, inoltre, utilizzano la storia dei mercati finanziari come base per generare scenari futuri. È un metodo utile per quantificare gli ordini di grandezza, ma non garantisce che i rendimenti dei prossimi decenni replichino quelli degli ultimi 40 anni. Ed è proprio qui che torna la questione iniziale: non basta decidere quanto versare. Bisogna decidere chi gestirà quei soldi, con quali regole, quali costi e quale asset allocation.
A prescindere dallo strumento utilizzato, per Carabetta il tema della costruzione di una pensione di scorta da affiancare a quella pubblica non può essere accantonato. «Con la progressiva insostenibilità dei sistemi pensionistici pubblici, è sempre più importante investire in un piano previdenziale. Bene che il Governo ipotizzi di intervenire per incentivare le famiglie ad aprire un fondo pensione per i propri figli e mi auguro che si vada fino in fondo». La proposta, aggiunge Carabetta, segue la strada della Germania e apre anche alla possibilità di investimenti azionari di lungo periodo, «un qualcosa di impossibile oggi in Italia, a causa di norme centenarie obsolete che bloccano un intero settore».
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Il bonus bebè, insomma, potrebbe essere piccolo all'origine. Ma se il capitale venisse investito dalla nascita e lasciato lavorare per decenni, la vera partita sarebbe tutt'altro che piccola. (riproduzione riservata)