L’investitore che tornasse dalle vacanze estive senza aver mai controllato l’andamento del suo portafoglio si troverebbe a fare i conti non tanto con delle enormi sorprese a livello di rendimento, quanto piuttosto con una serie di incertezze e una volatilità inedita.
Da inizio anno un investimento indicizzato nel più grande indice di azioni globali dei mercati sviluppati ed emergenti, il Ftse All-Country World, è in positivo (in euro) di quasi il 15%, forte anche del +2,7% messo a segno nel trimestre estivo. Ma nello stesso lasso temporale un investimento sui semiconduttori, settore trainante dei mercati negli ultimi quattro anni, è in rosso di quasi cinque punti percentuali.
Iper-concentrazione del mercato in pochi titoli (quasi tutti del mondo tech e AI) e volatilità crescente del mercato dei chip sono i rischi principali con cui bisogna fare i conti in portafoglio. Lo dicono anche i gestori globali che hanno partecipato all’ultimo sondaggio di Bank of America sulle prospettive di mercato: per quasi un terzo di loro oggi il primo rischio è proprio lo scoppio di una bolla AI. I money manager, per tutta risposta, stanno attuando un’importante rotazione del portafoglio: più energia e materie prime (complice la continua impennata dei prezzi del petrolio), ma anche consumi di base, settore prettamente difensivo.
A fianco a queste posizioni però i gestori stanno incrementando anche la loro presenza sul tech, magari approfittando delle prese di beneficio per acquistare sui ribassi. Riguardo all’AI, spiega Tony Wang, portfolio manager di T. Rowe Price, «la domanda chiave sta diventando chi si assumerà in ultima istanza il rischio». Sempre più investitori istituzionali (compresi i fondi pensione) stanno scommettendo sul settore, ma «se l’utilizzo delle infrastrutture fosse inferiore alle aspettative, i prezzi diminuissero, o l’hardware diventasse obsoleto più rapidamente del previsto, l’incognita è su chi assorbirebbe le perdite».
Le incognite sono numerose, e avere una risposta in anticipo è ancora complesso. Nel dubbio, l’investitore che volesse abbassare il rischio AI in portafoglio (ma senza rinunciare a una diversificazione globale) potrebbe optare sulle numerose soluzioni pensate per ridurre il peso dei titoli tech, che oggi pesano per circa un terzo dei grandi indici.
Fondi ed Etf come quelli equiponderati, o quelli basati su precisi stili di investimento (come il value o gli alti dividendi) sono soluzioni percorribili, così come gli indici ex-Usa, pensati per esporsi al mercato mondiale ma senza la sua principale economia. Anche Vanguard ha da poco quotato a Piazza Affari una soluzione di questo tipo (ter dello 0,12%), che si unisce a prodotti simili di Xtrackers, iShares e Amundi.
Passando al reddito fisso, l’estate è stata caldissima soprattutto sul fronte dei Treasury americani, con le lunghe scadenze sotto pressione per via del debito pubblico Usa alle stelle e il successivo sospiro di sollievo dopo l’annuncio di un maxi-buyback obbligazionario del Tesoro da almeno 4 miliardi di dollari. Libby Cantrill, head of public policy di Pimco, crede che questo intervento non sarà risolutivo, anche perché «buyback non cambiano i fondamentali alla base del problema, dal debito all’impennata delle emissioni di obbligazioni societarie legate all’AI ai persistenti timori sull’inflazione legati ai costi dell’energia».
Tuttavia, aggiunge, «vendere America non è una mossa da fare così in fretta, visto che il mercato dei T-bond continua a essere il più liquido e profondo al mondo e i Treasury offrono un rendimento interessante grazie ai rendimenti reali, quelli al netto dell’inflazione, più elevati».
Oggi il titolo di Stato decennale Usa rende circa il 4,6%, contro il 4% del Btp.
Ma anche il rendimento dei bond sovrani italiani è interessante. «I portafogli restano sovrappesati sui titoli di Stato italiani, affiancati da posizioni lunghe su obbligazioni dell'Unione Europea, titoli di Stato spagnoli e titoli di Stato greci, mentre mantengono un sottopeso sugli Oat francesi», elenca Massimo Spagnol, fixed income portfolio manager di Generali Asset Management. «L'esposizione alla curva dei rendimenti continua a privilegiare le scadenze brevi e intermedie, mantenendo un sottopeso sulla parte lunga, in particolare sul segmento trentennale».
Infine, uno sguardo all’oro. Il buyback obbligazionario Usa ha scatenato un allontanamento dal dollaro, e di conseguenza un ritorno sul lingotto, che è risalito fin sopra i 4.700 dollari. Secondo Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, «sebbene i prezzi più elevati del petrolio possano mantenere alte le aspettative sui tassi nel breve periodo, riteniamo che l’aumento dell’indebitamento e l’incertezza sulle modalità con cui i governi finanzieranno questo debito dovrebbero continuare a sostenere l’oro». Alla luce di ciò il money manager si aspetta che il lingotto «salga fino a 5.400 dollari nei prossimi 12 mesi». (riproduzione riservata)