In Italia non si contano i casi di leggi confezionate in modalità Penelope. Vale a dire, leggi fatte per essere disfatte subito dopo. È la conseguenza del modo di procedere di una politica senza qualità e quindi sempre condizionata più del dovuto dai portatori d’interessi, che qualcuno preferisce chiamare lobby. Ne abbiamo avuto esempi anche durante il governo finora più longevo della storia repubblicana, quello attuale guidato da Giorgia Meloni. E il nuovo caso che si sta dipanando in queste settimane lontano dai riflettori è la prova di quanto certi portatori d’interessi possano agire in profondità.
Da oltre trent’anni, quando si è preso atto delle serissime difficoltà cui sarebbe andato incontro prima o poi il sistema previdenziale italiano, si tenta di far decollare i fondi pensione integrativi. Cioè uno strumento che affianchi l’assegno dell’Inps rendendo più decente il reddito del pensionato. Il problema è dove prendere i soldi, e qui non c’è che un modo. L’idea principale, quella di indurre i lavoratori a investire nella previdenza integrativa il trattamento di fine rapporto, ha però incontrato in tutti questi anni molte resistenze. Lentamente, e non senza difficoltà, alcune di queste sono state superate.
Per esempio, oggi sono operativi fondi di categoria nei quali i lavoratori possono far confluire il proprio tfr. Questi fondi sono frutto di accordi aziendali con la gestione affidata a sindacati e datori di lavoro. Gli accordi stabiliscono che oltre alle quote del trattamento di fine rapporto, tanto il lavoratore quanto l’azienda debbano versare al fondo una percentuale minima della retribuzione, di solito compresa fra un minimo dell’1 e un massimo del 2%. Ci sono poi altri impegni da rispettare, come quello che il lavoratore non possa emigrare dal fondo se non dopo un periodo minimo di permanenza.
E la domanda che si viene adesso a materializzare è la seguente: dove finisce il contributo aggiuntivo del datore di lavoro, se il lavoratore decide di mollare il fondo negoziale, cioè chiuso, per aderire a un fondo aperto o costruire una propria posizione previdenziale individuale?
Finora, se faceva questa scelta, avrebbe dovuto rinunciarvi. Ma la legge finanziaria del 2026 ha introdotto una novità rilevante, affermando il principio che il contributo del datore di lavoro è dovuto in ogni caso. Il lavoratore che decide di spostare il proprio gruzzolo dal fondo chiuso perché non soddisfatto della sua gestione o per altri motivi, mantiene comunque il diritto a vedersi corrispondere sulla nuova posizione di previdenza integrativa quell’1 o 2% versato dall’azienda.
La novità, che ha creato non pochi malumori fra i gestori dei fondi chiusi, doveva scattare dallo scorso mese di luglio. Però si è deciso, con un emendamento all’ultimo decreto legge sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, di far slittare l’entrata in vigore alla fine di ottobre. Le motivazioni sembrano esclusivamente tecniche, a cominciare dall’esigenza di armonizzare il nuovo regime con le regola e le disposizioni della Covip, la Commissione per la vigilanza sui fondi pensione al cui vertice il governo di destra ha piazzato il medico Mario Pepe, per 12 anni deputato di Forza Italia. Ma già questa proroga la dice lunga sul clima che ha accolto l’innovazione introdotta con l’ultima finanziaria.
I ripensamenti sono sempre più forti e si moltiplicano le pressioni perché lo slittamento si trasformi nella cancellazione tout court di quella facoltà concessa al lavoratore. Le pressioni arrivano decise dal fronte sindacale, come pure da quello imprenditoriale. Nel primo caso la ragione principale è che la portabilità del contributo aggiuntivo del datore di lavoro potrebbe rivelarsi un incentivo per l’emigrazione dai fondi aziendali, gestiti come detto anche dal sindacato. Per le aziende è evidente anche un tornaconto economico, nel senso che risparmierebbero qualcosa.
Definirlo un ricatto, come qualcuno lascia intendere, forse è eccessivo, ma il risultato che si intende raggiungere appare chiarissimo: revocando la portabilità risulterebbe meno conveniente l’uscita dei lavoratori dai fondi chiusi. Ecco il reale obiettivo per la retromarcia che si sta approntando, magari con un emendamento alla prossima legge finanziaria già in fase di gestazione al ministero dell’Economia. Una questione di potere, ma con il rischio di mettere un altro bastone fra le ruote della previdenza complementare, l’unico antidoto esistente al disastro del sistema pensionistico obbligatorio. (riproduzione riservata)