Nel medio termine il dollaro potrebbe deprezzarsi, ma solo dopo un consolidamento del breve. Secondo Schroders, l’indebolimento della valuta americana dipenderà da un’eventuale perdita di appetito degli investitori esteri verso gli asset Usa o da un possibile shock deflazionistico.
Intanto, comunque, Schroders riafferma la sua traiettoria di base: nel secondo trimestre 2026 il dollaro si rafforzerà, per poi perdere un po’ terreno nel 2027. «La retorica aggressiva del presidente Warsh implica un chiaro rischio che i tassi statunitensi finiscano per essere alzati, mantenendo il dollaro più solido più a lungo», afferma David Rees, head of global economics.
Attualmente l’euro è troppo forte rispetto ai fondamentali economici dell'Eurozona, esponendosi dunque al rischio di una correzione verso quota 1,10 sul cambio euro/dollaro. La potenziale svalutazione è legata a un’inflazione inferiore alle attese e alla conseguente minore probabilità che la Bce inasprisca ulteriormente la politica monetaria, aggiunge l’esperto.
Anche la sterlina è vulnerabile perché «la crescita debole, l’incertezza politica e il ridimensionamento delle aspettative sui rialzi dei tassi nel Regno Unito sono coerenti con una sterlina in rotta verso la metà dell’area 1,20 rispetto al dollaro».
Nel breve termine, spiega Rees, «le preoccupazioni fiscali, i deflussi di capitale e la forza del dollaro hanno mantenuto il cambio dollaro/yen sotto una pressione rialzista». E tuttavia «man mano che i tassi reali giapponesi diventeranno meno negativi e la Banca del Giappone normalizzerà la propria politica monetaria, l’incentivo a finanziare le operazioni di carry trade (strategia speculativa in cui un investitore prende in prestito del denaro in un Paese con tassi d’interesse molto bassi e lo reinveste in un altro Paese che offre rendimenti molto più alti, ndr.) in yen dovrebbe affievolirsi». Le argomentazioni a favore di uno yen più forte nel medio termine si stanno quindi consolidando, anche se lentamente.
In ultima analisi, le ipotesi per il 2027 di Schroders stimano un rapporto di cambio sterlina/dollaro a 1,27, euro/dollaro a 1,12, dollaro/renminbi a 7,03 e dollaro/yen a 162,5.
Secondo David Rees, il finanziamento del debito americano dipende sempre più dai flussi di breve termine legati «ai mercati azionari e ai fondi di investimento». Di conseguenza, tutto dipende dalla performance dei mercati.
Un deprezzamento del dollaro potrebbe causare «rischi stagflazionistici» per gli Usa, e/o «trasmettere un impulso deflazionistico al resto del mondo attraverso importazioni di materie prime e beni manifatturieri più economici. Potrebbe inoltre sostenere i rendimenti (espressi in valuta locale) per gli investitori di altri mercati, in particolare nel mondo emergente». (riproduzione riservata)