Lo Stato combatte il fumo, mette in guardia contro l'abuso di alcol e finanzia campagne per prevenire la ludopatia. Allo stesso tempo, però, una parte non trascurabile delle sue entrate arriva proprio da quei consumi che le politiche pubbliche cercano di contenere. È il paradosso delle cosiddette «imposte sui vizi»: accise, prelievi e imposte che ogni anno garantiscono alle casse pubbliche 28,5 miliardi di euro, oltre 2 miliardi al mese e più del valore dell’ultima manovra di bilancio siglata dal governo Meloni.
La voce più importante per fare cassa è quella dei tabacchi. Sigarette, sigari, trinciati e prodotti a tabacco riscaldato hanno portato 15,6 miliardi nelle casse pubbliche nel 2025, una cifra record. Ciò significa che oltre 40 milioni al giorno entrano nell'Erario grazie agli 11 milioni di italiani che fumano, il 20,5% della popolazione, registra l’Istat. Anche perché, su un pacchetto di sigarette, tra accise e Iva, fino all'80% del prezzo finale è rappresentato da imposte. Una delle tassazioni indirette più elevate dell'intero sistema tributario italiano.
Ma il gettito racconta soltanto una parte della storia. L'altra è quella dei costi sociali. Secondo le stime della Società Italiana di Medicina Ambientale e dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica, il fumo genera ogni anno un costo economico superiore ai 26 miliardi, considerando spesa sanitaria (per gestione di tumori, malattie cardiovascolari e respiratorie), perdita di produttività e mortalità prematura (circa 93 mila decessi l’anno sono provocate dal fumo). In altre parole, il conto pagato dalla collettività supera ampiamente quanto incassato dall'Erario.
Passando al comparto dell’alcol, il contributo fiscale alle casse pubbliche raggiunge una quota annua di 1,8 miliardi. Nello specifico, le accise - gestite dall’Agenzia delle dogane dei monopoli - su birra e superalcolici (per il vino le accise sono azzerate) generano circa 1,2-1,3 miliardi all'anno, a cui va poi aggiunto il gettito dell'Iva ordinaria al 22% applicata sul prezzo finale di vendita.
Anche il consumo eccessivo di alcol pesa sui conti pubblici, per oltre 22 miliardi ogni anno, un numero orientativo e nella fascia più bassa delle stime dell'Organizzazione mondiale della Sanità che parlano di un’oscillazione tra l’1,3% e il 2,5% del pil nazionale. Si contano, infatti, oltre 8,2 milioni di italiani - sui 36 milioni di bevitori - che superano i limiti di consumo (per quantità, modalità o età) dall'Istituto Superiore di Sanità mettendo a repentaglio la propria salute.
Nel 2025 il settore del gioco d’azzardo in Italia ha raggiunto dimensioni imponenti: 165 miliardi scommessi (+5% sul 2024, trainato dall’online), il 7,3% del pil, come se ciascun italiano maggiorenne avesse giocato ogni giorno 7,65 euro. Il gettito di Lotto, SuperEnalotto, Gratta e Vinci, slot machine, videolottery, scommesse e giochi online ha assicurato allo Stato un gettito di 11,47 miliardi. Poco più della metà delle perdite - ossia puntate meno vincite - dei 20 milioni di giocatori italiani accumulate nel corso del 2025: quasi 22 miliardi di euro, più o meno il valore dell’ultima legge di bilancio.
Se, da un lato, il settore rappresenta una delle principali fonti di gettito indiretto, dall'altro, la diffusione del gioco patologico comporta costi per il sistema sanitario, i servizi sociali e le famiglie, stimati intorno ai 2,3 miliardi. Lo stima una ricerca dell’Università La Sapienza proprio sul Gambling Disorder. Si tratta di costi sanitari legati alla cura delle dipendenze patologiche, o quelli sociali legati al sovraindebitamento delle famiglie, ai supporti psicologici, educativi e lavorativi. E poi, ancora, le spese per i servizi territoriali, per le procedure giudiziarie, per il contrasto all’usura e alle infiltrazioni criminali. Direttamente il governo stanzia 50 milioni annui per il Fondo per il Gioco d'Azzardo Patologico, che con l’ultima manovra di bilancio è stato soppresso ed è confluito in un unico Fondo per le dipendenze patologiche, la cui dotazione complessiva ammonta a 94 milioni annui.
Tutti questi numeri dimostrano che lo Stato si trova in un equilibrio delicato. Da un lato, il legislatore aumenta periodicamente la tassazione per scoraggiare consumi ritenuti dannosi e reperire nuove risorse. Dall'altro, un eventuale calo strutturale di questi consumi ridurrebbe inevitabilmente anche una fonte di gettito ormai consolidata. È il paradosso della cosiddetta fiscalità comportamentale. (riproduzione riservata)