In Italia gli influencer muovono un mercato che vale oltre 400 milioni di euro. Un business in crescita, ma che resta difficile da inquadrare agli occhi del fisco. Mentre la Guardia di Finanza aumenta i controlli e l’Agenzia delle Entrate punta a favorire l’emersione dei redditi non dichiarati, resta aperta una domanda: come si tassano attività e compensi che spesso non rientrano negli schemi tradizionali?
«Non sempre ci troviamo di fronte a evasori», premettono a MF-Milano Finanza Giuliana Polacco, partner di Bird & Bird, e Rita Tardiolo, partner del dipartimento Proprietà Intellettuale dello studio. «In molti casi il problema nasce dalla difficoltà da parte degli inserzionisti e degli influencer stessi di inquadrare fiscalmente le attività relative a modelli di business che si sono sviluppati più rapidamente della normativa».
I controlli, però, sono già partiti, mentre addirittura la Consob si trova a contrastare il fenomeno dei fininfluencer. Nelle ultime settimane la Guardia di Finanza ha scoperto tra Trieste e Gemona del Friuli due content creator che avrebbero omesso di dichiarare complessivamente quasi un milione di euro di compensi, anche grazie ai dati acquisiti attraverso i canali della cooperazione fiscale internazionale.
Sul fronte dell’Agenzia delle Entrate, l’attività può iniziare con una verifica in loco oppure con questionari inviati a influencer e creator per ricostruire l’attività svolta e i compensi percepiti. «Oggetto delle richieste possono essere prove delle somme ricevute, documentazione utile a ricostruire i redditi, analisi delle modalità di svolgimento dell’attività per accertare anche induttivamente i possibili ricavi», spiegano le due professioniste. L’obiettivo, in generale, è quello di favorire la corretta gestione delle formalità fiscali prima di arrivare agli accertamenti, tenuto conto che, chi apre la partita Iva si può avvalere del regime forfettario, che semplifica gli adempimenti entro i relativi limiti di reddito. Un processo già in parte avviato: è stato introdotto un codice Ateco specifico per l’attività di influencer e content creator. «Si tratta di un primo riconoscimento formale della professione», osservano Polacco e Tardiolo, «ma restano aperti diversi nodi interpretativi sulla qualificazione dei redditi e sulle diverse tipologie di collaborazioni».
Uno dei nodi principali riguarda il confine tra attività occasionale e professionale, quello che separa chi promuove qualche prodotto per arrotondare dai grandi nomi del settore, ossia coloro che ne hanno fatto una vera professione. «Il confine è labile e occorre prestare attenzione, in quanto le soglie perché l’attività si qualifichi come professionale sono basse e facilmente raggiungibili», osservano Polacco e Tardiolo. Non esiste infatti una soglia di follower che faccia scattare automaticamente gli obblighi fiscali per gli emuli di Chiara Ferragni (che intanto vede aumentare i ricavi delle sue società). Secondo la prassi, al di sopra di 5.000 euro di ricavi, l’attività si qualifica come professionale. Un discorso diverso vale invece sul piano regolatorio, dove una soglia esiste: oltre i 500 mila follower, secondo le indicazioni Agcom, gli influencer sono equiparati agli editori ai fini della disciplina dei contenuti.
Altrettanto delicato è il tema dei compensi in natura. Una borsa, un viaggio o un trattamento ricevuti in cambio di un contenuto pubblicato sui social non sono semplici omaggi. «Quando si riceve un bene o un servizio in cambio della prestazione, anche quello potrebbe essere oggetto di fatturazione da entrambe le parti ed è soggetto alle regole di trasparenza sui cui si deve basare ogni forma di influencer marketing», sottolineano le due legali.
Le incertezze riguardano anche le aziende. «Le stesse agenzie spesso non sempre sono in grado di dare indicazioni dare esaustive ai clienti, né sul piano fiscale né su quello regolamentare», osservano Polacco e Tardiolo. Tra i temi destinati a pesare sempre di più c’è quello delle collaborazioni con marchi esteri, che in alcuni casi potrebbero comportare conseguenze fiscali non solo per gli influencer, ma anche per le società straniere che operano sul mercato italiano. Guardando al panorama europeo, diversi Paesi hanno già adottato misure significative per regolamentare il settore, attraverso l'introduzione di discipline normative più stringenti (ad esempio in Francia è da poco entrata in vigore una normativa che introduce un divieto -efficace dal 1° gennaio 2027 – agli influencer di svolgere qualsiasi promozione, diretta o indiretta, di prodotti rientranti nella pratica dell’ultra fast fashion) o il potenziamento dei meccanismi di controllo esistenti, come ad esempio Francia (che ha dichiarato guerra anche all’ultra fast fashion) e Germania.
«Anche nel nostro Paese», concludono le due professioniste, «è probabile che, con la crescita del settore, diventi inevitabile un progressivo inasprimento dei controlli e delle sanzioni, in linea con le tendenze già in atto in altri ordinamenti europei».Questo perché, la normativa comunitaria (Dac7), recepita progressivamente dagli Stati membri, impone agli operatori delle piattaforme digitali l'obbligo di trasmettere automaticamente alle autorità fiscali i dati relativi ai compensi generati dagli utenti. Tale meccanismo di trasparenza automatica rafforza ulteriormente la necessità, per i creator e gli influencer, di classificare e dichiarare correttamente i propri redditi sin dall'inizio dell'attività. (riproduzione riservata)