Portare 20 miliardi nelle casse pubbliche per contribuire alla riduzione del debito alle stelle, senza però perdere il controllo dei gioielli di Stato. Questo è il difficile equilibrio su cui si è mosso l’ambizioso piano di privatizzazioni del governo Meloni, che nei numeri finora ha però proceduto a una velocità inferiore alle attese.
La strategia iniziale prevedeva incassi per circa 20 miliardi nel triennio 2024-26, pari allora all'1% del pil. Ma finora le dismissioni hanno garantito al bilancio pubblico italiano poco più di 4 miliardi di euro. Un incasso garantito soprattutto dalla cessione da parte del Mef (in tre tranche) del 52,5% del capitale di Mps per 2,7 miliardi. La prima vendita, nel novembre 2023, ha riguardato il 25% della banca e ha fruttato 920 milioni. Nel marzo 2024 è stato collocato un ulteriore 12,5% per circa 650 milioni, mentre la terza tranche, pari al 15%, ha portato nelle casse del Tesoro circa 1,1 miliardi. I 2,7 miliardi così raccolti hanno consentito allo Stato di recuperare parte dei circa 7 investiti nel salvataggio di Mps tra il 2017 e il 2022. L’altra grande operazione di privatizzazione conclusa nel corso del 2024 è stata la cessione del 2,8% di Eni, attraverso collocamenti azionari, per 1,36 miliardi di euro e se ne profila un’altra.
Da notare, inoltre, che in questi anni il governo ha anche avviato il processo di privatizzazione della compagnia nata dalla ceneri di Alitalia: Ita Airways. Un caso diverso però. La cessione iniziale del 41% alla tedesca Lufthansa non ha prodotto un incasso diretto per lo Stato, perché l'operazione è stata realizzata attraverso un aumento di capitale. I circa 325 milioni investiti dal gruppo tedesco sono quindi confluiti nella compagnia per rafforzarne la struttura finanziaria e non nelle casse del Mef.
Il governo Meloni non ha cambiato nè idea nè obiettivo quantitativo sulle dismissioni di quote di società partecipate, ma ha dovuto rivedere l’orizzonte temporale. Il nuovo piano triennale delle privatizzazioni, dal 2026 al 2028, punta infatti a raccogliere circa 20 miliardi, pari a circa lo 0,8% del pil, di cui lo 0,2% già nel 2026. Tradotto, si dovrebbe trattare di quasi 5 miliardi di cessioni quest'anno e altri 12 miliardi nel 2027. Si registra però già del ritardo. In alcuni casi per l’esistenza di operazioni in corso sulle società ipoteticamente coinvolte nel piano di vendita; in altri casi perché forse l’andamento migliore delle attese di alcuni indicatori economici ha ridotto l’urgenza di privatizzare. Tra i dossier già aperti o che lo sono stati e accantonati o che lo potranno essere a breve, ci sono anche le due protagoniste delle dismissioni degli ultimi anni: Eni e Mps. Per il cane a sei zampe restano margini per fare cassa senza che la quota pubblica scenda sotto il 30%, con la possibilità di ottenere oltre 3 miliardi di euro.
Per quanto riguarda Mps, il Tesoro conserva una quota attorno al 4,8%, il cui valore di mercato viene stimato tra 1,65 e 1,7 miliardi. Una partecipazione per il momento congelata. Via XX Settembre non intende interferire con le operazioni che coinvolgono la banca nel risiko finanziario e ha messo in stand-by una possibile procedura di accelerated bookbuilding (Abb).
Ma è indubbio che «da Mps dobbiamo uscire come da tutte le banche», ha più volte ribadito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il riferimento del titolare del Mef è agli istituti controllati dal Mediocredito centrale, la banca guidata dal Mef tramite Invitalia. Da un lato, sono attese per fine settembre le offerte vincolanti per l’ex Popolare di Bari, la BdM Banca, da parte dei quattro soggetti interessati: Crédit Agricole, Credem, Unicredit e la cordata formata da Iccrea e Popolare di Puglia e Basilicata. Il Mef conta di chiudere la vendita entro fine anno per circa 600-700 milioni, un prezzo allineato al patrimonio dell’ex Popolare di Bari.
Dall’altro lato, è tornata sul mercato anche la Cassa di Risparmio di Orvieto, dopo lo stop alla vendita a Banca del Fucino. Per la quota di maggioranza (85,3%) della banca umbra, valutata poco sopra i 100 milioni, sono in gara anche Banco Desio e CF+, che avevano già partecipato al vecchio bando vinto dal Fucino. Ora si sono aggiunti Credem e Crédit Agricole, oltre a Unicredit. Anche qui novità attese entro fine settembre.
Possono tornare sul tavolo altri due dossier in ottica privatizzazione, in passato sfogliati dal Mef. Negli scorsi anni era avanzata l’ipotesi di una cessione di una quota fino al 29% di Poste Italiane, tutelando il controllo pubblico tramite la quota di Cassa Depositi e Prestiti, per poter incassare circa 4,4 miliardi. Ma il lancio dell’Opas totalitaria su Tim, spiegata nel dettaglio nell’articolo qui in pagina, ha messo almeno in stand by l'opzione.
Altra partecipazione osservata è l’Enav, di cui il Tesoro detiene il 53,3%. In passato è stata valutata la vendita di una quota di minoranza (circa il 15%%) della spa, per riuscire a incassare fino a 400 milioni. Il dossier è stato poi rinviato. Forse per la centralità del settore aereo anche in termini di sicurezza o forse perché una dismissione significativa richiederebbe di intervenire sul quadro normativo che impone al Tesoro di mantenere almeno il 51% della società. (riproduzione riservata)