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Sovranità monetaria, perché serve una Bretton Woods delle criptovalute

di Antonio Maria Rinaldi*
29 ottobre 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:51

La digitalizzazione della finanza sta trasformando il sistema monetario mondiale, spostando il baricentro del potere da Stati e banche centrali a piattaforme private e algoritmi

Il sistema monetario internazionale è alla vigilia della più grande trasformazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Con Bretton Woods il valore della moneta è stato garantito dalla convertibilità in oro, dopo dall’equilibrio tra politiche economiche, banche centrali e stabilità dei cambi.

Oggi con la digitalizzazione della finanza quelle garanzie rischiano di essere demandate a codici informatici e piattaforme private, spesso collocate fuori da ogni responsabilità democratica.

Le tecnologie crittografiche, i sistemi di pagamento istantanei e la digitalizzazione della moneta stanno ridisegnando non soltanto la finanza, ma il concetto stesso di sovranità monetaria.

La moneta come istituzione politica

La moneta resta prima di tutto un’istituzione politica. Delegarne il controllo a operatori non sottoposti a responsabilità pubblica significa ridurre lo spazio della democrazia e metterne a rischio l’equilibrio. Il monito di Paolo Savona nel 2021 è quanto mai attuale: «La sovranità monetaria non può essere ceduta alla tecnologia senza una guida politica».

Per decenni dopo Bretton Woods gli Stati hanno garantito stabilità monetaria e regole condivise che hanno generato crescita e progresso grazie a un ordine economico nel quale la politica monetaria restava al servizio delle economie reali.

Oggi lo scenario è radicalmente diverso: la domanda torna a essere la stessa, ma le variabili in gioco sono nuove. Chi controllerà la moneta del futuro? Chi scriverà il software che ne regola circolazione, accesso e limiti?

Le opportunità e i rischi della rivoluzione digitale

Le criptovalute e le valute digitali delle banche centrali (Cbdc) offrono sicuramente vantaggi reali: rapidità nei pagamenti, riduzione dei costi di transazione e maggiore inclusione finanziaria, soprattutto nei Paesi con scarsa bancarizzazione.

Tuttavia, se questa rivoluzione procede senza una governance condivisa, i rischi diventano sistemici: volatilità estrema, arbitraggio regolamentare, abuso di posizione dominante da parte di poche piattaforme globali e vulnerabilità cyber.

Basti ricordare che la maggioranza dei volumi cripto mondiali è concentrato in pochi operatori spesso privi degli obblighi prudenziali richiesti al sistema bancario, e un’anomalia tecnica, un attacco informatico o una crisi reputazionale di uno di questi soggetti può generare shock globali con conseguenze inimmaginabili.

L’Europa e la sfida globale

L’Europa ha scelto di non restare spettatrice. Il regolamento Mica, su cui ho lavorato come shadow rapporteur nella Commissione Econ, rappresenta il primo quadro organico al mondo per autorizzazione, vigilanza, requisiti prudenziali e tutela dei risparmiatori.

Ma la competizione internazionale aumenta: gli Stati Uniti oscillano tra entusiasmo tecnologico e contenziosi giudiziari, la Cina usa lo yuan digitale come leva geopolitica, mentre le big tech sperimentano stablecoin e wallet integrati nei loro sistemi.

Il rischio è evidente: se le regole resteranno frammentate, il denaro diventerà un’arma di potere nelle mani di chi controlla la tecnologia, non degli Stati che rappresentano i cittadini.

Per una Bretton Woods digitale

Per questo serve una Bretton Woods digitale fondata su tre pilastri strategici:

1) Standard comuni per valute digitali e riserve, in grado di garantire stabilità finanziaria e mitigare la speculazione selvaggia.

2) Regole armonizzate su custodia, interoperabilità e continuità operativa, perché la fiducia nella moneta non può dipendere dal domicilio giuridico di un server.

3) Sicurezza e resilienza cyber dei sistemi di pagamento: in un mondo iperconnesso un singolo attacco può paralizzare un Paese, bloccare catene di fornitura, compromettere i diritti fondamentali dei cittadini.

La posta in gioco

Gli investitori più attenti l’hanno compreso: la battaglia non è sul valore di una criptovaluta rispetto a un’altra, ma su chi definirà gli standard che regoleranno il denaro nei prossimi decenni. Chi vincerà questa sfida controllerà flussi finanziari, dati industriali, competitività delle imprese, finanche capacità di influenza geopolitica.

Il futuro sarà inevitabilmente digitale. La vera posta in gioco è chi lo governerà. La politica non può permettersi di rincorrere i mercati: deve guidarli.

Perché la moneta, sia essa fisica, elettronica o crittografica, deve restare un diritto della collettività, non un privilegio privatizzato e regolato da algoritmi estranei al bene comune. (riproduzione riservata)

*ex membro della commissione
Econ del Parlamento Europeo



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