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Se il golden power viola lo spirito dei trattati europei
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Se il golden power viola lo spirito dei trattati europei

di Cesare San Mauro (professore di Diritto dell’Economia Università La Sapienza- Roma)
29 luglio 2025, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:03

Il ritiro dell'offerta pubblica di scambio di Unicredit su Banco Bpm è stato influenzato dalle restrizioni del golden power la cui applicazione ha visto l’opposizione del Tar del Lazio e della Commissione Europea, sollevando questioni sulla sua applicabilità

Una delle mosse del risiko bancario si è chiusa in modo poco brillante e cioè con il ritiro dell’ops da parte di Unicredit verso Banco Bpm a causa delle prescrizioni imposte dal governo con il golden power. Conviene, innanzitutto, sottolineare che tali prescrizioni erano state previste solo in questa ops e non in analoghe operazioni come quella del Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca o quella di Bper sulla Popolare di Sondrio.

Dalla golden share al golden power

Con l’avvio delle privatizzazioni negli anni ‘90, per consentire allo Stato che si spogliava della sua funzione di proprietario per divenire regolatore, fu adottata la golden share e cioè la previsione che negli Statuti delle società privatizzate fosse prevista una norma che concedeva al titolare pubblico dell’Azione d’oro la facoltà di rimanere nella gestione della società mediante la nomina di componenti il cda e il Collegio sindacale, il diritto di veto su determinati operazioni societarie e così via. Tale istituto venne adottato non solo in Italia, ma anche in Francia, in Spagna, in Germania, in Belgio e in Portogallo. La golden share fu dichiarata illegittima in tre diverse sentenze della Corte di Giustizia Ue tra il 2000 e il 2003 in quanto violava uno dei principi portanti dell’Ue e cioè la libera circolazione dei capitali (nonché delle persone e delle merci) all’interno dell’Unione stessa.

Sulle ceneri della golden share nasce, quindi, l’istituto del Golden power che assegna agli Stati nazionali il potere di adottare provvedimenti per impedire che settori strategici per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico e l’interesse generale vengano trasferiti a capitalisti privati che non tutelino i preminenti interessi pubblici. Il golden power era originariamente circoscritto ad alcuni settori come la Difesa, lo Spazio, le Telecomunicazioni, venendo poi allargato a tutte le reti e le infrastrutture non duplicabili. Solo con la pandemia da Covid (2020) il Golden power è stato allargato ai settori della salute, dell’agroalimentare e infine della finanza e delle assicurazioni.

Tar e Commissione Ue contro il governo: Unicredit è davvero straniera?

Nel caso Unicredit-Bpm si è dapprima sostenuta la sua applicabilità sostenendo che Unicredit non fosse una banca di proprietà italiana. È pur vero che il flottante in borsa è al momento per circa i due terzi in mano a grandi fondi d’investimento americani e inglesi, ma la nazionalità di una banca non può essere attribuita al soggetto che in un dato momento possiede la maggioranza delle azioni; si deve piuttosto fare riferimento al valore economico dei depositi, agli impieghi, ai ricavi, alla presenza di filiali e agenzie, ai dipendenti, alla sede legale, alla giurisdizione competente, tutti elementi che ci fanno affermare che Unicredit sia una banca italiana.

Si è poi esaminata (come negli altri casi del risiko bancario) l’ops nel merito da parte del competente Nucleo di esperti presso la presidenza del Consiglio dei ministri. L’imposizione di numerosi prescrizioni da parte del Nucleo e la successiva ratifica governativa di questa linea da parte del Consiglio dei ministri (con la ferma opposizione di Antonio Tajani e dei ministri di Forza Italia) ha trovato una prima significativa censura nella pronuncia del Tar del Lazio che ha dichiarato parzialmente illegittimo il decreto applicativo del golden power al caso di specie, ma soprattutto un’ampia e articolata contestazione della sua applicabilità nella lettera di 80 pagine spedita dalla vice-presidente della Commissione Europea Teresa Ribera al governo Italiano nella quale si sostiene che l’interpretazione italiana del golden power violi non solo il regolamento sulle concentrazioni ma gli stessi spirito e ratio dei Trattati istitutivi che prevedono la libera circolazione dei capitali nell’Unione.

Nessuna giustificazione nel comportamento degli altri Paesi

Né può valere l’argomento che anche altri Stati (come la Francia e la Germania) pongono vincoli e limiti alle imprese italiane che intendono acquistare imprese nei loro Paesi. Quando essi lo fanno si pongono anche loro in conflitto con il diritto euro unitario e anch’essi subiscono pesanti sanzioni e condanne da parte degli organi di giustizia dell’Unione Europea. (riproduzione riservata)



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