Il risparmio è il vero petrolio dell’Italia e nel 2023 il suo valore è stato messo a dura prova dall’inflazione che ha eroso il potere di acquisto. L’aumento dei prezzi si è accompagnato a una ottima performance dei mercati finanziari ma purtroppo molti portafogli per gran parte dell’anno sono rimasti liquidi, parcheggiati sui conti di deposito, oppure sono stati investiti in titoli di Stato, i grandi protagonisti dell’anno sostenuti dalle tre emissioni del Btp Valore che il governo italiano ha riservato al retail e che hanno raccolto in totale quasi 60 miliardi. E così molti risparmiatori hanno perso l’occasione di cavalcare il rally delle borse che peraltro continua anche in questa prima parte del 2024. E’ il quadro che emerge dalla fotografia scattata sulla ricchezza finanziaria della Banca d’Italia pubblicata nella sua relazione annuale sul 2023.
L’analisi di Via Nazionale conferma che «la propensione al risparmio ha continuato a ridursi, arrivando al 6,3% per il complesso delle famiglie consumatrici, toccando il valore minimo almeno dagli anni 60 del secolo scorso e dopo essersi portata su valori particolarmente elevati nel corso della pandemia. Vi hanno influito una minore propensione al risparmio delle famiglie più benestanti, plausibilmente temporanea, le difficoltà di risparmio delle famiglie con redditi più bassi e un allentamento del motivo precauzionale». Questa dinamica si accompagna a una decelerazione nel 2023 dei consumi delle famiglie (all’1,2%, risentendo della diminuzione dei redditi reali). Un bilancio che si riflette nello stock e nei flussi della ricchezza finanziaria delle famiglie.
Quest’ultima è aumentata da fine 2022 del 6% portandosi a 5.628,8 miliardi di euro, proprio grazie al rialzo dei prezzi delle varie asset class perché, al contrario, i flussi sono scesi. Se da una parte «i flussi negli investimenti finanziari si sono ridotti a 45 miliardi, da 60 miliardi dell’anno precedente, il valore minimo dal 2017, risentendo del calo del risparmio», dall’altra spiega Banca d’Italia nella relazione, «la ricchezza finanziaria lorda è cresciuta del 6% in termini nominali, superando 5.600 miliardi, soprattutto per la rivalutazione delle quote di fondi comuni italiani, apprezzatesi del 10,1%, ed esteri, +7,7%, e delle azioni e partecipazioni, +8,9%». Pur all’interno di un quadro con investimenti in calo, il fenomeno più rilevante, come accennato, riguarda il boom delle obbligazioni: «Le famiglie hanno modificato la composizione del portafoglio finanziario, incrementando l’esposizione in titoli obbligazionari, in primis i Btp, e riducendo i depositi a vista», si legge nella relazione.
I numeri che riporta il documento mostrano questa tendenza: i titoli di Stato italiani hanno attirato nel 2023 flussi per 113,7 miliardi, oltre il doppio rispetto ai 48,2 miliardi del 2022, su un totale confluito nei titoli obbligazionari di 154,8 miliardi, tre volte di più del 2022 (50,8 miliardi). La parte restante della raccolta sulle obbligazioni è rappresentata dai titoli esteri per 19,5 miliardi (6,2 miliardi nel 2022) e dai bond bancari italiani (14,2 miliardi dopo i flussi negativi per 765 milioni del 2022), mentre le obbligazioni societarie italiane hanno avuto flussi per circa 7 miliardi dopo i deflussi per circa 3 miliardi del 2022. Una parte di questa raccolta arriva dalla liquidità in uscita dai conti correnti: «È proseguita la ricomposizione del portafoglio in favore di attività i cui rendimenti hanno maggiormente seguito il rialzo dei tassi di riferimento: i depositi a vista sono scesi per la prima volta dal 2012 e per un ammontare molto elevato, riflettendo l’incremento del costo opportunità di detenere attività liquide. Sono invece cresciuti gli altri depositi, ovvero quelli a durata prestabilita» come i conti di deposito vincolati, «per 30 miliardi, il valore massimo dal 2013». Si sono inoltre ridotti gli investimenti in polizze assicurative e in quote di fondi comuni; alla fine del 2023 le attività del risparmio gestito rappresentavano il 29% della ricchezza finanziaria lorda delle famiglie, 6,5 punti percentuali in meno della media dell’area. Le azioni hanno visto ancora deflussi (-38 miliardi dalle italiane, sette miliardi in più sul 2022). All’opposto, gli investimenti in obbligazioni, come accennato, sono triplicati, portando il loro peso al 7,5%; l’aumento è stato forte per i titoli pubblici italiani, la cui incidenza è salita al 4,8%, il massimo dal 2013, anche se inferiore a quella prevalente prima della crisi dei debiti sovrani. Oltre che con l’acquisto diretto, le famiglie investono in titoli pubblici indirettamente tramite il risparmio gestito (fondi comuni, polizze assicurative e fondi pensione). Secondo stime di Banca d’Italia a fine 2023 i titoli pubblici che le famiglie detenevano indirettamente erano quasi il doppio di quelli detenuti direttamente per un totale prossimo a 860 miliardi, di cui due terzi rappresentati da titoli italiani.
Se queste sono le dinamiche del 2023, il 2024 ha visto alcuni cambiamenti di rilievo nell’allocazione della ricchezza finanziaria. A partire dal minor appeal nei confronti dei Btp dovuto non tanto alla discesa dei rendimenti, peraltro ancora contenuta in vista di un taglio dei tassi della Bce (il primo dopo due anni di rialzi, atteso nella riunione di giovedì 6 dicembre), ma piuttosto è aumentata la propensione al rischio dei risparmiatori dopo oltre un anno e mezzo di rialzi delle Borse. Una conferma arriva dall’edizione primaverile dell’Osservatorio Anima 2024 sul risparmio degli italiani, dal quale emerge una minore sfiducia nell’opportunità di investire nei mercati finanziari, ma senza attese troppo rosee sui rendimenti futuri.
Nonostante l’aumento dei prezzi rappresenti una preoccupazione, le famiglie che risparmiano tornano ad aumentare: i cosiddetti bancarizzati, ovvero i titolari di un conto corrente, che riescono ad accantonare con costanza parte del reddito passano dal 53% al 57%, mentre fra gli investitori questo dato cresce dal 72% al 77%. Un dato interessante è quello relativo all’avversione al rischio: sul totale, la percentuale di chi pensa che non sia un buon momento per investire nei mercati finanziari scende dal 52% al 45%. In particolare, continua a ridursi la quota di chi è convinto che non sia per nulla un buon momento per investire: dal 34% di marzo 2022 questo dato si è più che dimezzato, fino all’attuale 16%. Fra gli investitori, è degno di nota il contemporaneo aumento della ricerca di rendimenti interessanti, una priorità per il 20%, contro il 14% di settembre, e il calo di chi assegna maggiore importanza alla protezione del capitale investito, in diminuzione dal 27% al 22%. Ma per ora l’industria del risparmio gestito non riesce ancora ad intercettare in pieno queste esigenze di investimento delle famiglie. A riprova ci sono gli ultimi dati di aprile di Assogestioni: il mercato italiano del risparmio gestito ha avuto una raccolta netta negativa di -3,84 miliardi per un totale da inizio anno di -9,96 miliardi.
Interpellati sui rendimenti attesi nei prossimi cinque anni, dal sondaggio di Anima risulta che gli italiani non si dimostrano però troppo ottimisti: il 24% si attende un rendimento nullo o negativo; il 69% un rendimento positivo ma inferiore al 5% e solo il 7% un rendimento superiore. Per questi motivi resta alto l’appeal dei conti di deposito. Ma dopo che, secondo un’indagine di Facile.it ,4,5 milioni di persone ne hanno aperto uno nell’ultimo anno (perché grazie all’aumento dei tassi della Bce sono arrivati a offrire fino al 5% annuo lordo) se l’istituto di Francoforte dovesse iniziare ad abbassare la prossima settimana, anche i rendimenti dei conti deposito potrebbero risentirne negativamente. Per ora, nonostante i primi segnali di un calo dei rendimenti, il conto deposito continua ad essere un prodotto di risparmio piuttosto generoso.
La conferma arriva da una nuova analisi di ConfrontaConti.it che ha preso in considerazione l’evoluzione delle proposte disponibili sul mercato per i risparmiatori negli ultimi due anni, ovvero da maggio 2022 alla viglia del primo rialzo dei tassi della Bce (si veda tabella in pagina). Oggi il tasso lordo medio è sempre superiore al 3% per tutti e tre i casi considerati (durate di 6, 12 e 18 mesi). Puntando sulle proposte più convenienti delle banche, inoltre, è possibile accedere a un conto deposito a più del 4%, l’offerta più alta rilevata da ConfrontaConti arriva al 4,3%, mentre nel 2022 era a poco più dell’1% (si veda tabella in pagina). L’analisi conferma però un calo dei guadagni sui depositi di più lunga durata: considerando un vincolo a 60 mesi nell’ultimo anno il tasso lordo annuo medio è sceso do 0,36 punti. Scegliendo un parcheggio di lunga durata, in ogni caso, resta possibile assicurarsi un tasso medio del 3,22% e un massimo del 4,50% (si veda tabella in pagina). C’è da dire che questi tassi prevedono un prelievo fiscale del 26% a differenza dei titoli di Stato tassati al 12,5%. Per fare un confronto il Btp 1 giugno 2025, quindi con durata di un anno, rende oggi il 3,07% netto e il miglior conto di deposito a 12 mesi rilevato da ConfrontaConti, come accennato, prevede il 4,3% lordo che diventa il 3,18% netto. (riproduzione riservata)