skin track

ORSI & TORI | Risiko bancario, la politica ha diritto di parola?
Orsi & Tori Leggi dopo

ORSI & TORI | Risiko bancario, la politica ha diritto di parola?

04 settembre 2026, 20:00

È corretto e legittimo che la politica intervenga nel risiko bancario, essendoci già organi di controllo come la Bce, la Banca d’Italia e la Consob?

È sicuramente chiaro a voi lettori che dal risiko bancario in essere, dalla sua radicalizzazione, uscirà in ogni caso un diverso assetto del sistema bancario e assicurativo italiano. Ciò per scelte legittime degli amministratori, i quali tutti hanno il dovere di massimizzare l’efficienza e l’utilità per la crescita della loro azienda e dell’economia nazionale.

La miccia che innesca le polemiche e gli scontri è il fatto che, a un certo punto delle operazioni in corso, talvolta (o meglio spesso) nelle negoziazioni in essere interviene la politica, con la giustificazione morale oltre che materiale per cui il sistema bancario è uno, se non il principale, cardine dell’economia. E che quindi chi governa o chi è all’opposizione si sente legittimato a intervenire sotto la coperta, appunto, dell'interesse generale.

Il ruolo della politica

Ho scritto quanto sopra perché nelle mega operazioni in corso è intervenuta e continueranno a intervenire la politica e il governo, che comunque concorre a nominare gli organi di controllo e i pilastri dello Stato, come per esempio il governatore della Banca d’Italia o il presidente e i commissari della Consob.

Non c’è quindi da meravigliarsi, ma da evidenziarlo, se la politica interviene nelle mega operazioni in corso e cioè prima l’ops chiusa con successo da Mps su Mediobanca, un tempo l’arbitro privato di ogni partita finanziaria, e ora l’opas della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, in tandem con Unipol, sulla stessa Mps, con la successiva reazione di Mps che ha lanciato altre due ops, prospetticamente su Banca Generali e su Bpm, quest’ultima controllata dai francesi di Crédit agricole.

A dare il via alla moderna Odissea bancaria per affermare chi è più forte o vuole diventarlo, ci dovrebbe essere una legittimazione che vale per tutti: il dovere degli amministratori di rispettare i lavoratori e di far crescere e produrre il maggior utile possibile. Per regolare queste operazioni ci sono leggi precise, che se non venissero rispettate potrebbero permettere al danneggiato di ricorrere, in estremo, ai giudici.

Ma naturalmente, mentre gli amministratori di qualsiasi società, anche quelli delle banche cercano di massimizzare la copertura del mercato e quindi di aumentare i profitti, allo stesso modo la politica, di governo o di opposizione, non è mai riuscita a star fuori dalle competizioni piccole o grandi che fossero, anche se, essendoci precise leggi, il giudizio negativo o positivo sul comportamento degli attori, spetta in primo luogo all’esame da parte dei controllori del mercato, cioè la Consob. Ma più gli interessi in gioco sono alti, più la politica, i partiti, i ministri e la magistratura (questa chiamata in causa o di propria iniziativa) non rimangono fuori dai giochi.

È quanto sta accadendo in questo momento sul mercato bancario e finanziario italiano, con un riflesso inevitabilmente sulla politica in generale, visto che sono ora in gioco poteri economico-finanziari tali da incidere sul potere politico.

Il piano di Intesa

Scendendo dalla teoria alla pratica, è quanto sta succedendo nell’ultimo risiko bancario e cioè il lancio dell’opas su Mps da parte di Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana sia per dimensione che per potere, gestita con grande correttezza dal ceo Carlo Messina. Grazie alla professionalità di tutto lo staff, Intesa Sanpaolo gode di stabilità assoluta anche perché la quota di maggioranza, sia pure relativa, è in portafoglio a tre fondazioni, istituzionalmente mosse in primo luogo da interessi socialmente corretti: Cariplo di Milano, San Paolo di Torino e, anche se in maniera ridotta, Fondazione Carifirenze, oltre ad altri enti minori.

Ma non si può dimenticare che, avendo come piattaforma di partenza il da lui risanato ex Nuovo Banco ambrosiano, il ceo Messina e i suoi collaboratori hanno compiuto non poche operazioni di aggregazione, dalla Banca cattolica del veneto, alla Cariplo, alla Comit e poi l’unione con Sanpaolo, a cui sono seguite Carifirenze e Ubi. Tutte di successo, con la regia e l’operatività di Messina, erede dell'alta professionalità di un uomo di grande valore come il professore bresciano Giovanni Bazoli, tuttora presedente emerito di Intesa Sanpaolo.

La domanda è: visti i successi e la dimensione, oltre che la solidità raggiunta, Messina avrebbe dovuto accontentarsi? No, non è questa la logica accettabile da chi intraprende, specialmente se contemporaneamente è diventata significativa la concorrenza di Unicredit guidato, con criteri assolutamente diversi, da un ex-banchiere d’affari come Andrea Orcel, che ha cercato e sta cercando soprattutto la dimensione e la presenza europea.

Ma per un costruttore come Messina, la concorrenza di Unicredit può essere stata sola una delle ragioni che lo hanno spinto a cercare una dimensione crescente in Italia, con un occhio tuttavia anche all’Europa. La banca target, che si mostrava come l’obiettivo più stimolante, era ed è Mps, perché, uscita da una lunga crisi sotto la guida di Luigi Lovaglio e Maurizio Bai, era riuscita addirittura a conquistare la mitica Mediobanca, con in portafoglio la quota di Generali più alta di un singolo azionista, cioè il 13,3%.

Qualcuno può criticare Messina per aver preparato un simile piano?

I due schieramenti

Il problema è stato che Monte dei Paschi di Siena, miracolosamente risanata, aveva appunto conquistato la mitica Mediobanca, anche se non più la più potente in assoluto come l’aveva resa il fondatore Enrico Cuccia.

Le cause delle scintille rispetto a questo programma attengono soprattutto alla consapevolezza di chi non solo aveva risanato, sia pure con molti soldi messi dallo Stato, ma anche sviluppato la banca con una operazione che fino a quel momento nessuno, se non appunto Lovaglio, aveva tentato. Quando è partita la scalata, non pochi pensavano che le mire di Lovaglio sarebbero fallite. Invece la scalata a Mediobanca è riuscita e con essa è avvenuta la consacrazione di un nuovo Mps, che ha recuperato l’ambizione di essere la banca più vecchia del mondo (data di nascita 1472) ancora in attività.

Per questo a Siena, in Toscana e anche a Palazzo Chigi, il lancio dell’Ops di Intesa Sanpaolo in tandem con Unipol è stata vissuta quasi come un affronto. E l’ha considerato tale anche Palazzo Chigi. La presidente Giorgia Meloni, in una intervista a questo giornale, programmata in un primo momento più avanti nel tempo, ha fatto affermazioni di solidarietà con Siena, dove la sindaca in carica è esponente della Lega e quindi di destra, dopo secoli di primato Pci. È scattata così la competitività all'interno della Toscana e le posizioni della sindaca, Nicoletta Fabio, sono diventate anche quelle del presidente Pd della Regione, Eugenio Giani. In nome di Mps è nata una convergenza dei vari partiti tradizionalmente su posizioni opposte con tanto di richiesta di incontro immediato alla presidente Meloni, che del resto si era già espressa a favore dell'indipendenza di Mps, della sua storia e del valore per il territorio di una banca che viene appunto da più di quasi 600 anni ininterrotti di attività.

Ma l’Opas lanciata da Intesa aveva e ha valori speciali anche per una banca che è al vertice in Italia e così si è arrivati al confronto più duro, con le scelte suggerite da Lovaglio al consiglio di amministrazione di attuare una difesa estrema. Attraverso due acquisizioni, usando la stessa tecnica dell’Ops: Banca Generali e Banco Bpm. Da Trieste e Milano, dove ha le sedi principali Generali, è emersa una qualche disponibilità ad esaminare il progetto di Lovaglio; da Milano, dai francesi di Crédit agricole, soci di sostanziale controllo di Bpm, invece appare minore disponibilità.

Riuscirà Lovaglio a compiere un’altra performance come quella di risanare Mps e contemporaneamente scalare la mitica Mediobanca?

Le difficoltà sono molte e includono anche vari aspetti legali e posizionamenti della politica locale e nazionale. E proprio per questo, anche da parte di Unipol, partner di Intesa Sanpaolo nell’operazione, sono arrivate, per decisione del suo bravo Ceo, Carlo Cimbri, alcune correzioni rispetto alle dichiarazioni del primo momento e cioè: non più la eliminazione della parola Siena dal marchio Monte dei Paschi; sede principale e direzionale generale a Siena della banca aggregata con Bper, la controllata di Unipol, e apporto alla stessa della metà degli sportelli della banca senese che Intesa Sanpaolo non potrebbe mantenere per ragioni di antitrust. Ne nascerebbe così la seconda banca italiana per numero di filiali, con direzione generale, secondo le dichiarazioni correttive del primo programma, sempre a Siena.

Indubbiamente la resistenza del coriaceo Lovaglio ha già consentito un significativo recupero per Siena, per i dipendenti della sede centrale, che non dovranno trasferirsi.

Queste mosse di captatio benevolentiae avranno la capacità di sostituire allo scontro una qualche forma di dialogo?

Al momento assolutamente no da parte dei gestori di Mps, ma probabilmente Unipol e Bper potrebbero avere anche altre carte da giocare per convincere gli azionisti attuali di Mps ad apportare le loro azioni alla Ops di Intesa; in particolare con la decisione di non cambiare appunto il nome e di mantenere a Siena la direzione generale della nuova banca nascente dalla fusione con Bper, che del resto, pur essendo una banca molto efficiente sotto la gestione di Gianni Franco Papa, non ha i quarti di nobiltà di Mps.

E quel lottatore che è Lovaglio? Conoscendolo un po’, penso che lotterà senza cedere almeno fino a quando non saranno gli azionisti a decidere se accogliere le proposte di Intesa Sanpaolo. La partita sarà giocata anche naturalmente su tutti i temi giuridici e sicuramente chi ci guadagnerà saranno, con parcelle importanti, non pochi studi legali.

Dalla parte del mercato

Naturalmente si sono formati due schieramenti non solo istituzionali.

Da che parte sta il media che state leggendo?

MF-Milano Finanza sta sempre dalla parte del mercato, dando atto a Lovaglio e al suo braccio destro Maurizio Bai di aver fatto un lavoro straordinario e di avere la capacità e la forza per non arrendersi. E Banca Intesa Sanpaolo? È la prima banca italiana non solo per sportelli e giro d’affari, ma anche perché espressione di diverse Fondazioni che, come detto, garantiscono con la loro cultura tipica delle fondazioni una visione anche sociale della banca, pur perseguendo il massimo profitto possibile per gli azionisti.

Lovaglio è un furetto instancabile. Messina, pur vivendo a Roma, non è minimamente contaminato dalla politica e proprio per questo ha gli uffici in periferia, quindi andrà diritto al suo obiettivo.

L’importante, che vinca l’uno o l’altro, è che si ricorderanno sicuramente degli azionisti. Sono convinto che se a perdere dovesse essere Lovaglio, non rimarrà disoccupato. Mentre Messina e il suo staff continueranno a perseguire il massimo profitto ma anche il miglior rispetto per azionisti e clienti, come suggerisce l'imprinting delle Fondazioni che ne hanno il controllo e la moralità, anche sociale del vertice. In fin dei conti, sia Messina che Lovaglio hanno la cultura del rispetto non solo dei collaboratori ma in assoluto anche dei clienti e degli azionisti.

*. *. *

Gli ostacoli di Trump all’immigrazione

Su che cosa il presidente Donald Trump ha mantenuto la parola, rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale?

Fra i pochissimi obiettivi enunciati e attuati, c’è sicuramente l’ostacolo all’immigrazione.

Con una dichiarazione ufficiale l’amministrazione Usa ha affermato di aver espulso 1 milione di persone e che 2,2 milioni se ne sono andate volontariamente. Secondo calcoli dell’università di Berkeley, all’inizio di quest’anno le deportazioni dall’interno del paese sono state cinque volte superiori rispetto a quanto non era avvenuto prima di Trump presidente.

Gli Usa sono sempre stati il paese degli emigranti, fin dai tempi in cui anche dall’Italia partivano piroscafi carichi soprattutto di meridionali alla ricerca di fortuna.

La stima del Congressional budget Office, apartitico, fa una previsione per cui nel 2026 saranno 2,4 milioni in meno le persone fra i 18 e 64 anni ad aver scelto il miraggio americano. La causa principale è appunto la politica delle espulsioni e la conseguente rinuncia di chi aveva la volontà di raggiungere il paese che nella storia è potuto arrivare al primato assoluto non solo nell’economia proprio per l’apporto di emigranti da tutto il mondo. L’effetto di questa politica del presidente Trump sull’economia è già stato quantificato in una riduzione dell’1,4% della crescita economica. E a prevederlo non sono politici avversari di Trump ma Seth Murray e Ivan Vidangos, due economisti della Fed, la banca centrale del paese.

Nel caso degli Usa, la riduzione della crescita economica è la cacciata di emigranti. In Italia sull’andamento del sistema produttivo e dei consumi a medio termine sarà il calo delle nascite. Per questo la politica orrenda di Trump suggerisce all’Europa di ripensare la politica demografica. Perché se le nascite continueranno a calare, in Europa ci vorrà almeno una politica seria sulle immigrazioni. (riproduzione riservata)



Condividi Condividi su Whatsapp Invia ad un amico Stampa news









Video

Vedi tutti

Anticipa i mercati.
Scegli gli strumenti giusti per investire senza sbagliare.

  • Annuale
  • Mensile

-30%

SITO + QUOTIDIANO DIGITALE + MF GPT PRO

229,00 € per 1 anno
328,00/anno

Abbonati
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • Quotidiano digitale
  • Borsa in tempo reale
  • Accesso al The Wall Street Journal
  • MF GPT Piano pro di MF GPT (600 crediti/mese)

SITO + MF GPT PRO

138,00 € per 1 anno
198,00/anno

Abbonati
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • MF GPT Piano pro di MF GPT (600 crediti/mese)

-30%

SITO + QUOTIDIANO DIGITALE + MF GPT LIGHT

160,00 € per 1 anno
229,00/anno

Abbonati
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • Quotidiano digitale
  • Borsa in tempo reale
  • Accesso al The Wall Street Journal
  • MF GPT Piano light di MF GPT (30 crediti/mese)

-30%

SITO + MF GPT LIGHT
Sito senza limiti
+ The Wall Street Journal

69,00 € per 1 anno
99,00/anno

Abbonati
  • Tutti i contenuti del sito
  • Market Driver: le notizie operative in tempo reale
  • Newsletter e webinar premium
  • MF GPT Piano light di MF GPT (30 crediti/mese)