
È il più importante media scritto del mondo e quindi è anche il termometro di come va il mondo o meglio la democrazia del mondo. Mi riferisco a The New York Times. Guardando i suoi numeri, si capisce l’allarme che c'è negli Usa per la bizzarria (per essere generosi) dell'attuale presidente Donald Trump. Infatti, il New York Times è il simbolo stesso della democrazia e, se crescono i lettori, vuol dire non solo che il giornale nelle sue varie versioni è fatto bene, ma che appunto, essendo suonato l’allarme, più americani vogliono capire che cosa sta succedendo dalla fonte più autorevole e quindi imparziale nella narrazione dei fatti.
In termini di numeri, il fatturato del secondo trimestre è arrivato a 762,5 milioni di dollari: più 11% su base annua e un utile netto di 93,4 milioni, contro gli 82,9 milioni dell’anno scorso. E il dato estremamente significativo per la democrazia è che la crescita è trascinata dagli abbonamenti, cioè dal desiderio dei cittadini di essere informati permanentemente: il fatturato degli abbonati è cresciuto del 12% a 537,9 milioni di dollari. In specifico sono cresciuti enormemente gli abbonati digitali (280 mila in più) nonostante sia anche aumentato il prezzo medio. Al confronto, che conferma il desiderio dei cittadini americani di essere sempre più informati in questa contingenza con questa presidenza, il ricavo della pubblicità è modesto:149,1 milioni, anche se in crescita dell’11%. In conclusione, oggi gli abbonati digitali al NYT sono 12,8 milioni a fronte di un totale, incluso i tradizionali cartacei di 13,4 milioni. Vuol dire chiaramente che gli americani con il sale in zucca vogliono essere informati in tempo reale su cosa succede nel Paese.
Possiamo dargli torto, visto che cosa ha scatenato la presidenza Trump?
Ma perché il NYT è così apprezzato, e perché la sua informazione è indipendente?
La risposta va ricercata nella struttura della proprietà, la famiglia Ochs-Sulzberger. Ha fondato il giornale nel 1896, e oggi ne ha ancora il controllo editoriale nonostante, dal 15 gennaio 2015, il maggior azionista sia diventato Carlos Slim. Maggior azionista ma senza alcun potere editoriale, che è rimasto tutto nelle mani della famiglia fondatrice con le sue azioni di classe B. E la linea editoriale è ispirata all’area liberal, che in termini più espliciti vuol dire un liberismo progressista molto attento alle questioni sociali, e quindi custode del rispetto dei diritti individuali, della libertà di mercato e della concorrenza.
Ecco perché il NYT è un faro (o dovrebbe esserlo) per tutti colori che fanno informazione. E per poterlo rimanere la famiglia Ochs-Sulzberger ha sicuramente rinunciato a molti miliardi, pur di trovare un partner che lasciasse nelle mani dei membri della famiglia ogni politica informativa e di democrazia autentica. Fino ad oggi, dopo quasi 130 anni, il NYT è il giornale più democratico non solo d’America, specialmente dopo che il secondo giornale, The Washington Post, non ha più una proprietà come Katherine Graham, ma è di uno dei king del digitale, Jeff Bezos, inevitabilmente sensibile al potere di chi siede alla Casa Bianca, nonostante ogni tentativo di apparire completamente indipendente.
C’è in Italia un giornale o un editore che possa essere almeno avvicinato al NYT? Lo sapete, che c’è e averlo avviato sulla buona strada ho la soddisfazione, giunto agli 80, di essere stato io. Non è la prima volta che lo racconto e cercherò di essere stringato. Su Capital avevamo intervistato Silvio Berlusconi, che lapidario disse: chi ha un’idea e una proposta concreta venga a trovarmi.
Dopo pochi giorni, si presenta alla portineria di Rizzoli-Corriere della Sera un giovane molto seccato e dice al portiere che vuole parlare con me perché, sosteneva, Capital ha scritto cose non vere. Dissi alla mia segretaria Lucia, che venga. Entrò e si presentò: Urbano Cairo. Mi raccontò che aveva tentato quattro volte di entrare in contatto con Berlusconi, ma sempre respinto. Chiamai allora la segretaria di Berlusconi e gli raccontai la storia del giovane Cairo.
Dopo un attimo mi richiamò: se il giovane è ancora lì, gli dica di venire in via Rovani alle 14,30. È nata così, dopo cinque ore di colloquio, la carriera del futuro editore del Corriere della sera. Chapeau per essere, Urbano, arrivato a salvare il Corriere della sera, con i bilanci in positivo sia della sua holding che di Rcs, ora CairoRcs, essendone il maggior azionista.
Capisco che sia giustamente orgoglioso del risultato raggiunto, ma non mi pare apprezzabile, che per raccontare la sua storia e quella del risanamento di Rcs, si sia fatto intervistare dal suo stesso giornale, come capita anche che altrettanto faccia per la squadra del cuore, di cui è proprietario, il Toro, del quale spesso parla anche sulla altrettanto controllata Gazzetta dello sport. Se vogliamo, quello del Toro è un peccato veniale.
Meno veniale la lunga, e certo interessante intervista sul Corriere della sera dall’occhiello e il titolo: Parla il Presidente Cairo «Dieci anni della mia scalata. Così ho vinto la sfida per Rcs». Un testo di poco più di due pagine. Tutto interessante quello che dice, ma a domande fatte dallo stesso Corriere della sera per la firma di Fabrizio Roncone. Dice correttamente: «C’era un debito di 430 milioni, ora è tra 50 e 60.... I festeggiamenti per i 150 anni del giornale alla scala sono stati un’emozione unica». E, romantico, il titolo principale «Il Corriere di mio nonno Mario fu la scintilla per la sfida di una Rcs risanata e vincente». Un po’ meno il Toro, di cui corrono voci che vorrebbe vendere.
Oh, ancora chapeau Urbano, ma se vuoi essere il NYT d’Italia, dovresti prendere un po’ di esempio dai fondatori e controllori tuttora dei contenuti editoriali e della gestione del principale giornale del mondo. È vero: in Italia i cosiddetti editori puri sono finiti da anni, a cominciare dalla famiglia Mondadori e della famiglia Rizzoli, che per la verità negli ultimi anni con Angelo jr aveva debordato verso la sinistra, essendo la famiglia, formalmente, editore anche del Corriere della Sera. Sono andato a cercare se Arthur Ochs Sulzberger jr. sia stato mai intervistato dal NYT sulla sua gestione della casa editrice. Non risultano pezzi del genere. Quando Ochs Sulzberger jr. lasciò il timone a A.G Sulzberger, il NYT pubblicò un servizio, ma citando solo il comunicato ufficiale.
Caro Urbano, sai quanto ti stimi e quanto ti rispetti, quindi sono sicuro che non ti stai offendendo, ma immagina se tutte le cose che hai raccontato nella mega intervista le avessi raccontate a un canale televisivo indipendente (metti il nostro Class Cnbc, con anche la possibilità di uscire sugli schermi americani).
Scusa se sono un pedante credente che la libertà di stampa (di Tv e di digitale) sia una gran cosa per la vita politica e sociale di un paese democratico. Ma proprio per questo, l’impiego personale di un mezzo rilevante come il Corriere autorizzerà tutti gli editori impuri (come diceva Piero Ottone) che esistono sempre più in Italia, a fornire soprattutto notizie per il loro interesse personale. Tu hai dimostrato di essere un grande editore e, a parte il Toro, non hai attività edilizie, finanziarie, commerciali da sostenere e che promuovi con i tuoi media. Se Ottone rinascesse, sicuramente ti definirebbe un editore puro, se anche tu non hai niente a che vedere con la Madonna.
La prossima volta che vuoi parlare dei tuoi successi editoriali e finanziari, chiamami. Così ritorni purissimo e magari possiamo offrirti un palcoscenico non solo italiano, perché come sai, allo stesso modo in cui tu sei proprietario de La 7 (complimenti anche per questo straordinario risanamento), abbiamo noi stessi tre canali televisivi, che vanno dalle metropolitane e gli aeroporti anche sulla più grande catena americana, avendo la partnership di Class Cnbc.
Ci fossero tanti Urbano Cairo in Italia…
Un abbraccio, Paolo
Ci sono almeno altri due imprenditori che mio avviso in questo momento meritano un applauso, dopo quello a Cairo.
Marco Tronchetti Provera non ha certo bisogno di presentazioni, ma giova ricordare che è il salvatore (due volte) della Pirelli. Certo, è stato genero di Leopoldo Pirelli avendone sposato la figlia Cecilia, ma quando lui la prese in mano era già in forte calo per il fallimento della scalata alla tedesca Continental e del resto la sua famiglia era nel sindacato di controllo. Per questo, ha avuto prima il coraggio di allargare il raggio di azione dell’azienda familiare dal settore carburanti sviluppato dal padre (Camfin) entrando come manager fondamentale di Pirelli ma poi, sviluppando e traendo profitto dalla cessione delle attività della Corning, con quelle risorse la Pirelli ebbe il coraggio di tentare di prendere anche Telecom.
Non andò bene, ma seppe subito recuperare con il rilancio di Pirelli. Con coraggio, capendo dove andava il mondo con lo sviluppo della Cina, ha stabilito prima un rapporto per la sua holding di famiglia (la famiglia Niu) e poi ha fatto entrare in Pirelli un importante socio cinese (Sinochem) con la quale la luna di miele non è durata molto. Proprio nei giorni scorsi, come anticipato da MF-Milano Finanza, Marco Tronchetti ha varato gli aumenti di capitale nelle holding per tornare al 29,9% della Bicocca.
Non è insignificante che un marchio e una fabbrica come Pirelli, che ha marciato a lungo in tandem con Fiat, anche per il rapporto che c’era fra Leopoldo e Tronchetti da una parte e l’Avvocato Giovanni Agnelli e i suoi manager torinesi dall’altra, sia rimasta ben salda anche dopo la scomparsa di fatto della Fiat. Ora che Marco Tronchetti è riuscito a riprendere il controllo di un’azienda storica, c’è da attendersi l’avvio di una nuova stagione nella quale la tecnologia che Pirelli ha negli pneumatici e anche in altri componenti la fa essere tecnologicamente e qualitativamente leader in tutti i settori in cui opera.
In una storia e settore completamente diversi, c’è stata nell’ultimo anno un bell’esempio che se non ci si arrende, si può risalire. È il caso di un marchio famoso per la moda e gli alberghi che sembrava destinato all’oblio che invece, il più giovane dei fratelli, Leonardo, è riuscito a riportare in utile. Il marchio e la società quotata in borsa è Ferragamo, che da Firenze per anni è stato un esempio straordinario di qualità appunto nel lusso e nell’accoglienza alberghiera. Da qualche anno, a guidare l’azienda è toccato al più giovane dei fratelli, appunto Leonardo, che prima del momento di prendere il volante si era impegnato personalmente anche in altri settori come la nautica di altissima qualità.
Circa un anno fa, non pochi e non solo per il rallentamento del lusso, ritenevano che la famiglia avrebbe dovuto inevitabilmente mollare. Invece come dicono i risultati del primo semestre 2026, Leonardo è riuscito a compiere un bel recupero, con un fatturato di 468 milioni, una posizione finanziaria netta di circa 125 milioni e soprattutto con il ritorno all’utile, anche se solo di quasi 2 milioni. Ma erano in tanti un anno fa a scommettere che i Ferragamo, che in tanti aspetti si identificano con Firenze, avrebbero dovuto mollare. Invece Leonardo non ha mollato e ora, dopo il recupero, ci sarà lo sviluppo e riavvicinamento agli utili degli anni d’oro. Usufruendo anche della esperienza non positiva con il cantiere Nautor’s Swan, è riuscito a invertire la rotta in un settore, quello della moda, in cui Ferragamo era nato partendo dalle scarpe per poi arrivare al total look. L’aspetto più positivo è che il turnaround sia avvenuto proprio in un momento in cui il settore fashion mostra evidenti difficoltà rispetto agli altri anni.
Wanda, che per l’impresa Ferragamo è stata pari al marito Salvatore, è mancata a 96 anni nel 2018. Molti pensavano che la famiglia e l’azienda si sarebbero disgregate. E infatti sono stati anni duri, ma alla fine Leonardo, il più giovane, navigando di bolina è riuscito a cambiare rotta, anche se la navigazione non sarà facile visto cosa sta succedendo nel settore. Proprio per questo, il ritorno all’utile, anche se contenuto, è un segnale assai significativo.
Insomma, anche se potrà non essere freschissimo, due marchi importanti italiani (anche Marco Tronchetti è un appassionato velista) hanno la possibilità di tornare a navigare con il vento in poppa. (riproduzione riservata)