Le maggiori banche centrali globali si preparano a discutere gli aumenti dei tassi che i mercati hanno iniziato a scontare negli ultimi giorni causando un incremento dei rendimenti dei bond.
La Bce varerà una stretta dello 0,25% il 10 settembre, ma il quadro per le riunioni successive è incerto, in una fase di cambiamento del vertice della banca centrale.
Il presidente della Fed Kevin Warsh a Jackson Hole ha aperto al rialzo dei tassi, una mossa che sarebbe in linea con lo scenario di inflazione e crescita negli Usa, ma sul punto resta forte l’opposizione di Donald Trump che ha già alzato i toni nei confronti della banca centrale.
Negli ultimi giorni, poi, l’attenzione si è rivolta soprattutto alla Bank of Japan che pure è orientata a un rialzo dei tassi, una manovra che ha conseguenze significative per la chiusura delle operazioni di carry trade con lo yen.
In quale contesto si realizzeranno queste manovre? Nell’Eurozona l’economia ha finora retto meglio delle attese, mentre l’inflazione è arrivata al 3,3% annuo ad agosto, il livello più alto da settembre 2023. Si sta così allontanando l’obiettivo del 2%. Ma il quadro sui prezzi ha mostrato anche un lato positivo: l’incremento del carovita è stato dettato finora quasi del tutto dall’aumento dell’energia per la guerra in Medio Oriente, mentre il rincaro di gas e petrolio non si è ancora trasferito agli altri prezzi, come hanno indicato il calo dell’inflazione di fondo (al netto cioè di energia e cibo) e nei servizi ad agosto.
Per la Bce questo vuol dire che, dopo l’aumento dei tassi del 10 settembre dal 2,25% al 2,5%, la strada è tutt’altro che definita. I mercati monetari sono arrivati a scontare altre due strette, una nel primo e un’altra nel secondo trimestre 2027. In tal caso i tassi salirebbero fino al 3% e la banca centrale entrerebbe in territorio restrittivo (il limite del livello neutrale è stato fissato al 2,5% dal capoeconomista Philip Lane, ma Francoforte ha sempre negato di dare particolare importanza a questo dato). La maggioranza degli economisti delle banche d’affari invece è più cauta: ritiene che la Bce si fermerà al rialzo di settembre, proprio come conseguenza del limitato impatto della guerra in Iran sui prezzi non collegati con l’energia.
Per l’Eurozona resta comunque il rischio di un ulteriore aumento di gas e petrolio. Inoltre, più dura il conflitto in Medio Oriente, più aumenta il pericolo di rialzo dell’inflazione di fondo. Perciò con ogni probabilità la presidente Bce Christine Lagarde il 10 settembre, dopo una riunione che valuterà le nuove proiezioni macro, non darà indicazioni sui tassi. Si vedrà se ne arriveranno sul suo futuro.
Lagarde ha già fatto capire che potrebbe lasciare nel 2027 prima del termine del mandato a ottobre. Anche Isabel Schnabel, membro tedesco del board noto per le posizioni da falco, potrebbe andar via in anticipo dalla Bce per assumere un ruolo al dipartimento mercati del Fmi. Pure Lane terminerà il mandato l’anno prossimo. Resta da capire se il cancelliere tedesco Friedrich Merz vorrà puntare sul presidente della Bundesbank Joachim Nagel per sostituire Lagarde. La Germania però ha già la presidenza della Commissione Ue (con Ursula von der Leyen) e della Vigilanza Bce (con Claudia Buch). Perciò al momento sono considerati in pole lo spagnolo Pablo Hernandez de Cos e l’olandese Klaas Knot. Ma la partita è aperta e si attendono le mosse dei governi europei a cui spettano le nomine per la presidenza e per il board.
Quanto alla Fed, Warsh ha provato a ristabilire a Jackson Hole la credibilità nella lotta all'inflazione che era stata compromessa nella conferenza di luglio. Il numero uno della banca centrale Usa ha detto: «Dobbiamo essere certi che l’inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e con sufficiente rapidità. Altrimenti abbiamo del lavoro da fare». Dopo il meeting annuale nel Wyoming gli analisti hanno aumentato i rialzi dei tassi attesi. Negli Usa l’economia resta solida, sulla spinta del boom dell’AI, e l’inflazione è da anni oltre l’obiettivo del 2% (3,7% a luglio).
Nei giorni seguenti il membro Fed Christopher Waller si è detto ancora incline a una pausa. Il mercato del lavoro però ha dato segnali positivi oltre le attese, rafforzando l’ipotesi di una stretta. Ma poi Trump, ribaltando ogni teoria macroeconomica, ha letto gli ultimi dati sui posti di lavoro in senso opposto: «Dovremmo avere il tasso più basso di qualsiasi altro Paese al mondo!», ha scritto su Truth. È l’ennesimo invito in questa direzione alla Fed, ma è il primo diretto in modo così esplicito nei confronti di Warsh che a maggio ha sostituito Jerome Powell. Trump ha aggiunto una minaccia: «Abbassate i tassi o smetterò di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit».
In questo contesto è difficile pensare che la politica monetaria sia indipendente negli Stati Uniti. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha già provato a ridurre i tassi attraverso i riacquisti di titoli a lungo termine: la mossa va in direzione opposta rispetto alla retorica falco di Warsh e ha sollevato le critiche persino del suo maestro, l’investitore Stanley Druckenmiller.
Trump e il Tesoro potrebbero in realtà incidere in modo significativo riducendo il deficit pubblico (ora al 6%) e di conseguenza il rischio Paese prezzato nei rendimenti dei Treasury. Nello stesso tempo calerebbe il disavanzo commerciale con il resto del mondo, che la Casa Bianca continua a combattere con strumenti inefficaci come i dazi. Ma Trump non vuole ridurre la spesa pubblica o aumentare le tasse, con le elezioni di midterm in arrivo.
Il voto negli Usa potrebbe pesare in modo rilevante anche sulle decisioni della Fed. Warsh è in una posizione molto difficile: dovrà scegliere se deludere Trump (che lo ha nominato e lo chiama ancora «grande nuovo leader») o i mercati (che gli hanno dato un’altra possibilità dopo Jackson Hole). Anche gli operatori monetari sono divisi: il 4 settembre scontavano un rialzo dei tassi nella riunione del 16 settembre al 60% di probabilità. (riproduzione riservata)