Non si ricorda nella storia delle banche centrali un caso come quello che ha riguardato questa settimana Joachim Nagel, lo stimato presidente della Bundesbank. Interpellato da una testata francese su quale potesse essere la prossima decisione del Consiglio Bce, che si riunisce giovedì prossimo e di cui lui è uno dei 27 componenti, ha dato la seguente risposta: «il mercato stima al 95% la probabilità che aumenteremo i tassi. Direi che il mercato conosce la nostra reazione piuttosto bene». Se avesse emesso un comunicato stampa annunciando l’aumento dei tassi, non avrebbe potuto essere più esplicito.
A parte l’iniziativa irrituale di preannunciare la decisione presa da un comitato di cui non è neanche presidente, sorgono due domande. Primo, c’è effettiva urgenza per la Bce di alzare i tassi in questo momento, e soprattutto di dirlo in anticipo così frettolosamente? Seconda questione più importante: quale linea deve tenere una banca centrale sottoposta a una continua «doccia scozzese» di shock imprevedibili, incontrollabili e spesso illogici, che investono le sue variabili di riferimento e in cui ciascun cambiamento sembra smontare le premesse del precedente?
La risposta alla prima domanda sembra proprio essere no. L’economia europea (e mondiale) è stata investita in febbraio da un forte aumento dei prezzi energetici causato dalla guerra in Iran. Esiste la possibilità che si inneschi un processo inflazionistico generalizzato. L’esperienza del 2022, ove l’invasione dell’Ucraina aprì la strada alla più alta inflazione degli ultimi 50 anni, è rilevante, ma non è detto che si ripeta. È utile confrontare i dati di oggi e quelli di allora. Nei sei mesi successivi allo schock (febbraio-agosto) l’inflazione cumulata quest’anno è stata inferiore sia nell’indice generale dei prezzi sia in quello sottostante (al netto dell’energia e dei generi alimentari). Vero, i prezzi energetici sono aumentati della stessa misura, con una vistosa fiammata in agosto dopo in rallentamento di luglio. Non va dunque abbassata la guardia. Ma tutto sommato questi dati, combinati al fatto che la politica monetaria è oggi più equilibrata (tasso Bce al 2,25%, mentre nel 2022 era ancora a zero a inizio settembre) non richiedono particolare urgenza.
Si può ragionevolmente sostenere che quel tasso fosse già troppo basso prima dell’estate. Le previsioni Bce di giugno stimavano il rientro dell’inflazione solo dopo due anni, e a condizione che i tassi aumentassero. Ma se questo fosse il punto, la comunicazione della banca centrale, con il mantra ripetuto a ogni occasione che ogni riunione fa a sé e si decide solo in base ai dati che escono è del tutto fuorviante.
L'impressione è che la fretta di agire e comunicare dipenda dall’agitazione suscitata dal brutto dato d’inflazione di agosto e anche, forse, dall’orientamento inaspettatamente restrittivo espresso venerdì scorso dal presidente della Fed Kevin Warsh a Jackson Hole. Paura di restare indietro, o come si dice in inglese, «fear of missing out»? Sarebbero entrambe cattive ragioni per una decisione del genere.
La risposta vera da dare è quella alla seconda domanda, e non è facile. Non esiste una ricetta univoca e infallibile, solo buoni consigli che si possono dare. Il primo lo ha suggerito proprio Warsh nel recente discorso: mai seguire l’ultimo dato, che può essere impreciso o erratico, ma usare tutti i dati disponibili e interpretarne la tendenza. Più facile da dire che da fare, ma la Bce ha mosso un passo utile in questa direzione con un’analisi appena uscita in cui usa tecniche statistiche per confrontare i fattori sottostanti alle due esperienze (2022 e 2026).
Il risultato è che l’inflazione dipese allora non solo dall’aumento dei prezzi energetici, ma in modo cruciale anche dall’intonazione espansiva delle politiche fiscale e (come già detto) monetaria. Un modo diplomatico per ammettere l’errore di allora, ma anche per implicare che oggi non sussistono gli stessi fattori aggravanti.
Altro buon consiglio è, come sempre, usare il buon senso e diverse fonti di informazione per confermare la ragionevolezza dei risultati ottenuti con metodologie complesse. L’interpretazione suddetta passa questo test. Molteplici evidenze confermano che nel 2022 esistevano squilibri nelle politiche macroeconomiche che oggi sono largamente superati.
Ultimo suggerimento è che la banca centrale si doti anche di regole e strumenti analitici semplici, magari banali ma intuitivi, insieme a tecniche più sofisticate per verificare la «robustezza» degli orientamenti di politica monetaria da assumere rispetto a cambiamenti di approccio. In un rapporto per il parlamento europeo, Cinzia Alcidi e io abbiamo proposto che tre letture consecutive dell’inflazione oltre l’obiettivo e crescenti nel tempo costituiscano, in assenza di solide indicazioni contrarie, materia sufficiente per un aggiustamento dei tassi. Questa regola avrebbe evitato il ritardo nella risposta all’inflazione del 2021-22 e convalidato l’aumento dei tassi in giugno quest’anno. Non indica la necessità di un nuovo aumento già a settembre. (riproduzione riservata)
*fellow of Institute for European Policymaking (Bocconi) and Safe