Sono sempre più simili alle fondazioni bancarie, anche se hanno una missione istituzionale ben diversa: far fruttare i contributi versati per garantire agli iscritti una pensione. Negli ultimi anni le casse previdenziali sono entrate nel capitale delle principali banche italiane, tendenza che si è accentuata di recente con il risiko.
Ma come investono questi enti? L’indagine annuale della Commissione bicamerale del Parlamento, uno degli organi che vigilano sulle casse previdenziali, ha fornito uno spaccato dei portafogli dei 20 enti esistenti in Italia.
Nelle loro mani, si legge nell’indagine, c’è un tesoretto che nel 2023 (i più recenti dati a disposizione) era composto da un attivo di 107 miliardi (+23% negli ultimi quattro anni) e da un patrimonio netto salito a 92,71 miliardi (+22%). Numeri che confermano come siano riuscite in questi anni ad aumentare le risorse destinate al pagamento delle pensioni degli iscritti.
Quali strategie hanno adottato? Gli enti previdenziali hanno puntato sui fondi di private equity, private debt, infrastrutturali e soprattutto immobiliari (23,9 miliardi in totale), investimenti con un valore complessivo incrementato del 54% in cinque anni. I fondi comuni sono invece 31 miliardi (+45%) e i titoli di Stato 18,9 miliardi (+37%).
Le azioni ammontano a 8,55 miliardi (+25%), mentre le polizze assicurative, gli «altri» titoli di debito e le partecipazioni in società immobiliari valgono insieme 6,16 miliardi, con rialzi inferiori al 4%. Solo il mattone si è ridotto nel tempo, quasi dimezzato a 1,95 miliardi (-45%).
Tra il 2019-2023 questi investimenti hanno garantito un utile medio di 4,4 miliardi e un return on equity medio del 5,2%. La diversificazione del portafoglio però non ha permesso alle casse di battere l’inflazione. Dall’indagine è emerso un rendimento contabile medio lordo del 2,66% e uno cumulato del 13,3%. Quest’ultimo dato è inferiore al valore complessivo dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo registrato nei cinque anni in esame, pari al 17%.
Altro tema: le casse non sembrano indirizzare sufficienti risorse nella crescita del Paese e di Piazza Affari, anche se la situazione potrebbe migliorare con il debutto del fondo dei fondi promosso da Cdp, a cui dovrebbero partecipare anche gli enti previdenziali. Nel frattempo, del 46% degli investimenti delle casse concentrato in Italia, solo il 3% riguarda società quotate a Milano.
Il restante 54% è suddiviso tra Ue (23%), Usa (16%) e resto del mondo (15%), ma nemmeno questa seconda forma di diversificazione ha permesso di ottenere rendimenti in grado di battere l’inflazione. «Gli enti previdenziali non destinano sufficienti risorse nello sviluppo dell’economia italiana, tornata negli ultimi anni a crescere solo dello zero virgola», spiega Maurizio Dallocchio, professore di Corporate Finance dell’Università Bocconi di Milano. «E soprattutto ottengono bassi rendimenti, inferiori a quelli garantiti da un investimento in soli titoli di Stato, oltre che negativi al netto dell’inflazione».
C’è poi il tema risiko, perché gran parte dei fondi puntati sulle quotate italiane è concentrato sui titoli delle banche, come Banco Bpm, Mps e Mediobanca. Certo, non va dimenticato che gli istituti di credito sono tornati a offrire dividendi generosi ai loro azionisti grazie alla stretta sui tassi della Bce. Ma si tratta comunque di investimenti rischiosi perché, a parità di altre condizioni, le banche hanno dei beta elevati: basta pensare che quello di un grande istituto come Unicredit è intorno a 1,3, con un 30% di rischio addizionale rispetto al mercato nel suo complesso.
«Le casse hanno deciso di indirizzare i contributi degli iscritti sull’asset mobiliare più volatile del momento, una scelta in contrasto con le finalità previdenziali che le caratterizza», critica Dallocchio. «E sta avvenendo a risiko in corso, cioè quando i titoli sono mossi più dall’appeal speculativo che dai fondamentali, e quindi possono sgonfiarsi o aumentare di valore a seconda dell’esito delle diverse ops. Mi sembra una mossa più legata a logiche di potere che di mercato, perché garantisce visibilità mediatica e posti nei cda».
Dietro i bassi rendimenti offerti dalle casse previdenziali potrebbero esserci alcune delle carenze evidenziate nel report della Commissione parlamentare. «L’appartenenza degli organi di vertice alle specifiche professioni cui sono legati i singoli enti può comportare, in determinati casi, l’assenza di una formazione professionale specifica nelle materie economiche, statistiche e giuridiche, presupposto necessario per l’efficace espletamento dell’incarico secondo professionalità, competenza e correttezza», si legge innanzitutto nella relazione.
Le Casse, inoltre, impiegano nell’area patrimonio in media 11 risorse umane che gestiscono/monitorano, ognuna, investimenti in media di circa 540 milioni. «Tale aspetto pone profili di attenzione sull’effettiva capacità dell’ente di monitorare in maniera efficace ed efficiente il portafoglio investimenti, riuscendo a ottimizzare il binomio rischio-rendimenti», aggiunge la Commissione.
Nell’attività delle casse, poi, è emerso un forte coinvolgimento degli advisor (sono 51 in totale), che dovrebbero aiutarle a tenere conto delle differenti specificità delle diverse categorie di professionisti. L’indagine, però, ha evidenziato «una certa omogeneità delle politiche di investimento, che sembra quindi non essere in linea con tale premessa».
A ciò si aggiunge l’assenza di una diretta relazione tra rischi e rendimenti, e il fatto che la sommatoria dei saldi previdenziali e assistenziali (21,89 miliardi) è prossima a quella della sommatoria dei risultati di esercizio (21,92 miliardi). Per questi motivi, scrive la Commissione, «sembrerebbe opportuno rafforzare quantitativamente e qualitativamente le strutture interne delle casse, nonché la robustezza delle procedure con cui interagiscono con gli advisor per gestire il rischio di eccessivo affidamento».
Resta il tema dello scarso contributo allo sviluppo dell’economia e alla borsa italiana, che a fine 2024 pesava solo il 37% del pil. «All’estero le casse sono più evolute perché puntano solo in via indiretta sul settore immobiliare e hanno più partecipazioni finanziarie», spiega Dallocchio.
«Alcuni Stati hanno imposto anche un vincolo minimo di investimenti nazionali per incrementare le risorse verso equity e debito corporate. Una soluzione che il Parlamento italiano dovrebbe prendere in considerazione». (riproduzione riservata)