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Quattro anni dal Covid: la pandemia è un lontano ricordo per le borse, che ora sono ai massimi storici. Ecco cosa accadrà nel 2024
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Quattro anni dal Covid: la pandemia è un lontano ricordo per le borse, che ora sono ai massimi storici. Ecco cosa accadrà nel 2024

01 marzo 2024, 20:00

Il Covid-19 ha spaventato i mercati ma poi ha innescato una grande ripartenza. La ripresa ha avuto un effetto indesiderato: il ritorno dell’inflazione. Ma la cura di Fed e Bce funziona. E con prezzi sotto controllo e tagli dei tassi in arrivo i listini festeggiano | Covid addio: dall’obesità all’Alzheimer, ecco le nuove frontiere del pharma su cui investono Pfizer e le altre big

Un tonfo dell’11% alla riapertura dei mercati il lunedì mattina, poi una lunga serie di ribassi verso un minimo di circa 14 mila punti. Iniziava ufficialmente così la pandemia dell’indice Ftse Mib (le blue chip di Piazza Affari) il 9 marzo 2020, all’indomani dell’annuncio del primo lockdown dall’allora premier, ora leader del M5S, Giuseppe Conte. In realtà il listino milanese soffriva già da quasi 20 giorni, dal 20 febbraio per l’esattezza, vittima di una serie di voci e indiscrezioni su un nemico sconosciuto, il Covid-19, che minacciava di fermare il mondo intero.

È accaduto davvero, ma a quattro anni di distanza quei primi mesi del 2020, che hanno messo al tappeto le borse mondiali, assomigliano a un lontano ricordo. Da fine 2023 gli indici globali sono impegnati in una serrata competizione, una gara a chi aggiorna più volte i massimi storici. Wall Street guida la truppa dei listini da record, ma anche il ritorno di Piazza Affari sopra i 30 mila punti, cioè ai livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2008, mostra una tonicità che mancava da tempo sul listino italiano. Ma come si è arrivati a questo punto? E soprattutto, cosa accadrà ora?

Prima la genesi 

L’arrivo del Covid dalla Cina ha lasciato il segno sul Ftse Mib. Dopo l’annuncio del paziente zero il principale indice italiano ha subito un tracollo, lungo quasi un mese, che l’ha portato dai 25 mila punti di fine febbraio ai 14 mila di metà marzo. Certo, i mercati ne avevano già viste di catastrofi, ma mai una pandemia. Una tragedia inattesa, che all’inizio ha fatto vacillare persino gli strumenti più difensivi. «Per alcune settimane c’è stato vero panico, con vendite generalizzate che nei giorni più acuti hanno riguardato addirittura i titoli di stato Usa, bene sicuro per eccellenza», ricorda Marco Piersimoni, senior investment manager di Pictet Asset Management. Poi «la risposta vigorosa delle politiche economiche ha guidato la ripresa dei mercati».

Si gioca in difesa 

Il caso dell’oro è emblematico. A marzo il metallo più prezioso è sceso fino a 1.480 dollari. Ma poi è partito un rally che ad agosto lo ha portato sopra i 2 mila dollari. «L’oro ha avuto un periodo negativo a marzo 2020 ma si è ripreso subito in maniera importante», chiarisce Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia. E non è stato il solo a resistere. «Nei mesi della pandemia sono cresciuti i titoli difensivi legati alla cura, ad esempio quelli dei medicinali o degli strumenti diagnostici. Anche il dollaro ha avuto performance positive: nei momenti di incertezza si cercano asset meno rischiosi e il dollaro è la valuta rifugio per eccellenza».

Il panico iniziale però è durato solo un mese, poi i mercati si sono rimboccati le maniche grazie a un duplice aiuto. «Dopo le prime vendite generalizzate legate all’incertezza è arrivata la risposta del governo e delle banche centrali. A metà marzo è partito il programma di acquisto per l'emergenza pandemica (pepp), che ha iniettato liquidità straordinaria nel sistema, e i mercati sono ripartiti mentre l’economia reale restava in difficoltà». In Italia gli effetti della pandemia sono rimasti evidenti fino a giugno 2021, anche a causa della serie di lockdown dell’inverno precedente. Ci sono voluti 15 mesi quindi per recuperare le perdite legate al Covid. Ma come spesso accade dopo grandi shock, una ripartenza troppo rapida ha avuto un effetto indesiderato non da poco: far rinascere il carovita.

Il regno dell’inflazione 

La ripresa post-pandemia ha stupito chiunque per la sua forza. Serviva una scossa, che è arrivata grazie alle politiche ultra accomodanti delle banche centrali e alle misure decisamente espansive dei governi. «All’inizio della pandemia pagavamo ancora lo scotto della crisi del 2008, con inflazione e tassi su valori molto bassi. Il connubio tra politica monetaria, impulso fiscale (soprattutto americano) ed il blocco delle filiere produttive generato dalla politica zero Covid della Cina, ha fatto ripartire le pressioni inflattive», spiega Piersimoni. Il mix tra tassi d’interesse bassi, quantitative easing e giganteschi sussidi pubblici ha spinto con decisione la domanda di beni e servizi dopo i mesi di privazioni del lockdown.

La forte richiesta ha provocato una strozzatura nella catena produttiva, e con l’offerta che faticava a tenere il passo della domanda i prezzi non potevano che salire. Ma se questa è la causa di un’inflazione arrivata fino al 9% negli Stati Uniti, che trova origine anche nei miliardi di dollari messi da Joe Biden nelle tasche degli americani, nel Vecchio Continente si è aggiunto un altro fattore inaspettato. «In Europa sui prezzi è poi arrivato lo shock della guerra in Ucraina che ha alimentato l’inflazione», ricorda Piersimoni. Nel 2022 i timori per la scarsità del gas russo, materia prima a basso prezzo su cui molti Paesi Ue avevano incentrato la propria economia, ha portato al Ttf di Amsterdam a una fiammata arrivata fin sopra i 340 euro al megawattora. E con il gas anche l’inflazione europea è diventata rovente, superando il 10%.

Imparare dagli sbagli 

Le banche centrali hanno richiesto tempo prima di capire che la corsa dei prezzi non era un fenomeno passeggero. Ma dopo il mea culpa, la Fed di Jerome Powell e la Bce di Christine Lagarde hanno avviato una delle strette monetarie più rapide e forti della storia. Morale, i tassi d’interesse sono ora al 5,25-5,5% negli Usa, ai massimi da 22 anni, mentre in Europa quelli sui depositi sono saliti al 4%, al top dalla nascita dell’euro. Così le banche centrali hanno domato l’inflazione (al 2,6% in Eurozona e al 2,4% la pce Usa), anche a costo di provocare una recessione.

«Dal 2022 abbiamo avuto il ritorno di pressioni inflazionistiche dovute anche alla scelta delle banche centrali di immettere liquidità, soprattutto negli Stati Uniti», commenta Diodovich. «Ora stiamo tornando a una situazione di normalità, con l’inflazione che rientra verso l’obiettivo del 2%, ma c’è una grossa differenza tra Ue e Stati Uniti. In Europa la crescita economica è debole, mentre negli Usa il pil sale del 3% circa. Perciò la Bce per la prima volta da 20 anni potrebbe anticipare la Fed, tagliando per prima i tassi di interesse».

La nuova normalità

Dietro la marcia record dei mercati c’è proprio l’ottimismo sull’imminente normalizzazione della politica monetaria, un sentimento che Powell e Lagarde hanno provato più volte a contenere. Ecco perché i rendimenti delle obbligazioni (quello del Treasury decennale è al 4,3%) continuano a restare elevati nonostante i tagli dei tassi in vista, senza dimenticare che molti investitori temono una recessione come conseguenza della stretta monetaria. Quanto ampia? Di solito gli effetti delle mosse di Fed e Bce tardano a manifestarsi nell’economia reale, così il dilemma tra soft e hard landing tiene ancora banco sui mercati.

Le banche centrali però sembrano aver portato a casa almeno un successo: tenere il carovita sotto controllo, che è poi l’obiettivo per cui sono nate. Ma per gli analisti non vuol dire che il mondo ora farà un viaggio indietro nel tempo al pre-pandemia. «Non torneremo ai livelli del Covid, con tassi e inflazione a zero», spiega Piersimoni. «Credo comunque che i prezzi scenderanno ancora perché l’offerta aggregata si è normalizzata e la politica monetaria restrittiva mostrerà i suoi effetti, anche se a mio avviso le banche centrali hanno avuto un ruolo marginale nella ripresa e ora nel calo dell’inflazione». (riproduzione riservata)



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