Prende forma, più lentamente di quanto annunciato, il Piano Casa del governo Meloni. Mentre al ministero delle Infrastrutture si lavora ai primi pacchetti di intervento, nella mattinata di mercoledì 25 febbraio a Palazzo Chigi si è svolto un tavolo tecnico per tentare di sciogliere il nodo più complesso: quello delle risorse. E, secondo quanto riferito dal ministro Matteo Salvini, è stata individuata una prima linea di intervento.
«C’è stata una riunione per definire uno strumento finanziario d’urgenza dedicato alla manutenzione straordinaria degli alloggi di edilizia residenziale e pubblica. L’obiettivo», ha detto il ministro durante il question time alla Camera, «è mettere a terra in tempi brevissimi 1,2 miliardi per recuperare circa 60 mila alloggi attualmente inutilizzabili per carenze manutentive, restituendoli rapidamente alle famiglie che sono in lista d’attesa per l’assegnazione di una casa popolare». E i tempi sembrano davvero brevissimi: il titolare del Mit ha parlato di cantieri aperti già nel corso del 2026.
Ma l’architettura per affrontare l’emergenza abitativa è più complessa. Lo stesso ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha parlato di un pacchetto casa che potrebbe arrivare a valere fino a 8 miliardi di euro. Questo perché l’obiettivo è quello di separare l’edilizia residenziale pubblica dall’edilizia sociale, creando un modello unico di housing capace di intercettare bisogni diversi: dagli anziani alle giovani coppie, passando per gli studenti.
Uno degli strumenti che l’esecutivo sta studiando è il rafforzamento capillare del sistema del rent to buy, che prevede di scalare il canone di affitto per poi riscattare l’immobile in proprietà. Ma gli interventi che dovrebbero prendere forma nel Dpcm in fase di stesura sono diversi e il partenariato pubblico-privato dovrebbe giocare un ruolo cruciale. Soprattutto per la cosiddetta «fascia grigia» – giovani coppie, separati o divorziati, single, lavoratori transitori, ovvero coloro che non hanno la capacità finanziaria di comprare sul mercato.
Da loro l’esecutivo si aspetta un lavoro imponente: 100 mila alloggi a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni. Anche perché l’Unione europea ha recentemente bocciato il diritto di prelazione, in particolare quello previsto negli appalti pubblici e nei partenariati pubblico-privati (project financing) in Italia.
Tra i primi a muoversi dovrebbe esserci Cassa Depositi e Prestiti, forte della sua esperienza nell’housing sociale. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, Cdp starebbe lavorando alla nascita di un fondo chiuso che coinvolgerebbe Mubadala Investment, il fondo sovrano degli Emirati Arabi. L’obiettivo finale sarebbe quello di coinvolgere altri investitori istituzionali di rilievo, come le principali assicurazioni vita e casse di previdenza, per raccogliere fondi da destinare sia alla riqualificazione di immobili, sia alla creazione ex novo di strutture.
A sostegno degli interventi, comunque, ci saranno anche soldi pubblici. La premier nella Conferenza di inizio anno ha ribadito che nella Legge di bilancio è stata definita una dotazione iniziale di circa 7 miliardi di euro, spalmati su più esercizi, ma la portata dell’intervento richiede un’ampia mobilitazione di capitale privato e strumenti di ingegneria finanziaria. E così nel Dpcm sta prendendo forma un Fondo di garanzia e un Fondo di rotazione, per rafforzare la solidità delle operazioni. (riproduzione riservata)