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Da sinistra Leonardo Maria Del Vecchio e Francesco Milleri
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Il piano per Delfin di Del Vecchio jr e la rinegoziazione del debito di Lmdv Capital

28 agosto 2026, 23:00 Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2026, 10:43

Il quarto figlio di Del Vecchio lascia Essilux per avere mani libere e negoziare con i fratelli il riassetto della governance di Delfin. Che nel frattempo nel risiko dovrà decidere se schierarsi con Intesa Sanpaolo o con Mps

Il destino del risiko bancario e della guerra di offerte fra Intesa Sanpaolo e Montepaschi passa anche da Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che nel miliardario portafoglio partecipazioni ha anche il 17,5% di Rocca Salimbeni. La quota fa di Delfin il primo azionista di Mps, nonché una sua parte correlata al pari di Generali e del secondo socio al 13,5% Francesco Gaetano Caltagirone, come spiegato venerdì 28 dallo stesso Monte in un documento informativo sulle operazioni.

Le opzioni strategiche della cassaforte lussemburghese

Dunque le scelte di Delfin sono fondamentali. Che strada prenderà la cassaforte lussemburghese? Aderirà all’opas di Intesa Sanpaolo concambiando il suo pacchetto di Mps con il 4% circa della banca milanese di Ca’ de Sass più un euro per ogni azione apportata all’opas, diventando socio stabile del colosso guidato da Carlo Messina? Oppure appoggerà la doppia scalata di Luigi Lovaglio a Banco Bpm e a Banca Generali per provare a creare il tanto anelato terzo polo bancario italiano?
 

Con il suo 17,5% Delfin sarà l’ago della bilancia dell’assemblea straordinaria di Mps del 29 ottobre: tutti guarderanno innanzitutto alla sua partecipazione, che determinerà il quorum, e all’eventuale voto espresso. Qualunque siano le scelte, orienterà il consolidamento nel settore del credito in Italia.

La governance di Delfin e lo stallo tra gli eredi

La holding presieduta da Francesco Milleri ha affidato il mandato di esaminare le due opzioni all’advisor Lazard. Lo statuto di Delfin, cassaforte del 32,4% di Essilux che da solo vale 24 miliardi e rappresenta circa il 60% circa del valore (nav) della holding, blinda a vita il consiglio, in assenza dell’unanimità tra i soci - gli otto eredi di Leonardo Del Vecchio - per un rinnovo della governance (e quindi dello statuto stesso).

Fino a che queste regole non cambieranno, la gestione operativa di Delfin resta in mano al board. Ma la decisione finale inevitabilmente dovrà tenere conto anche degli orientamenti degli azionisti. Che da oltre quattro anni non trovano un accordo al loro interno. E nemmeno con il ceo Milleri.

Anzi, nei giorni scorsi – come rivelato da MF-Milano Finanza martedì 25 – il quartogenito del fondatore, il 31enne Leonardo Maria Del Vecchio si è dimesso clamorosamente da presidente di Ray-Ban e chief strategy officer di Essilux. Era l’unico erede diretto presente con ruoli manageriali nel gruppo (il fratello Rocco Basilico aveva lasciato mesi prima) e insieme con la sorella maggiore Marisa il custode del credo imprenditoriale e delle volontà del padre.
 

Perché ha lasciato? I motivi sono vari. Ci sono quelli espressi nella lettera che MF-Milano Finanza ha anticipato, tra i quali la gestione «distante e impersonale» di Essilux, con un attacco indiretto allo stesso Milleri. Ma c’è anche dietro un ragionamento più raffinato. La presenza di Lmdv (com’è conosciuto in sigla Del Vecchio jr) in azienda ne ha finora limitato il margine d’azione come socio di Delfin dentro un azionariato litigioso tra mancata chiusura della successione, distribuzione dei dividendi, cambio dello statuto e riassetto tra gli eredi.

Il conflitto tra ruolo di manager e azionista

C’è una vicenda che fa capire bene il conflitto tra l’essere azionista e manager. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, dopo il rifiuto del board di Delfin, lo scorso giugno, a concedergli una lettera di patronage che gli avrebbe consentito di ottenere dalle banche 11 miliardi di prestiti per rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola (il 12,5% a testa), all’assemblea di Delfin Lmdv è stato tentato di bocciare il bilancio della cassaforte, il cui utile dipende per metà circa dal flusso di dividendi di Essilux. Ma, essendo un top manager del gruppo, avrebbe significato di fatto sconfessare il suo stesso operato. Con contraccolpi anche sulla guida di Milleri. Da qui la decisione di non presentarsi in assemblea.
 

Chi conosce bene il giovane rampollo spiega che il sogno di Lmdv è nel lungo periodo quello di presiedere come il padre il gioiello dell’occhialeria. Per il momento però il suo piano era di semplificare il litigioso azionariato di Delfin e chiudere l’eredità così da sbloccare anche i flussi di dividendi per miliardi di euro fermi da quattro anni. Oltretutto indebitandosi. 

Ma con il voltafaccia del board di Delfin, con una decisione presa a maggioranza, si è sentito tradito dallo stesso Milleri, che pure lo aveva affiancato nella trattativa con le banche e in cda aveva pure votato a favore delle garanzie al rampollo.

Da qui il cambio di strategia di Del Vecchio jr, per il quale l’essersi sempre schierato negli ultimi quattro anni dalla parte del management non ha pagato. Quindi le dimissioni da Essilux. Di fronte a un board di Delfin spaccato e non più controllato da Milleri, che pure lo presiede, il quartogenito ora preferisce parlare sulle questioni di Delfin solo da azionista e trattare direttamente con gli altri famigliari.

Questa è la lettura della «necessità di avere mani più libere tra l’essere azionista al piano di sopra e manager al piano di sotto» che fonti vicine a Lmdv Capital hanno fatto trapelare tra i motivi dell’addio.

Le proposte per superare lo stallo familiare

Le critiche allo stile di gestione di Milleri, in questo contesto, servirebbero a Lmdv come segnale di presa di distanza da esibire ai fratelli più distanti dal ceo di Essilux come Luca, Paola e Clemente, per provare a disegnare con loro un nuovo equilibrio su governance, dividendi e assetto proprietario di Delfin. L’obiettivo è superare lo stallo tra gli eredi e restituire stabilità alla holding.

Come? Le ipotesi sono: la possibilità ai singoli soci di cedere le azioni Delfin, un maxi-dividendo in cash o più facilmente con l’assegnazione pro-quota delle partecipazioni finanziarie, cioè oltre a Mps, Generali 10%), Unicredit (2,7%) e Covivio (28%), uno scorporo di Delfin in cassaforte di Essilux e in holding di partecipazioni varie. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, la proposta di Lmdv tornerà sul tavolo dei fratelli nei prossimi mesi.
 

Nel frattempo, Leonardo jr dovrà affrontare con le banche il tema del suo indebitamento. Che secondo fonti a conoscenza del dossier, non preoccupa né lui né i suoi manager. Con un loan to value di circa il 30% e asset valorizzabili come gli immobili, il debito da 1,3 miliardi non sarebbe un problema a fronte di un 12,5% di Delfin che ad oggi vale circa 5 miliardi di euro.
 

Il piano di Lmdv è rinegoziare quel debito con le banche subito dopo un passaggio tecnico-giuridico fondamentale: il trasferimento della quota Delfin dalla persona fisica al suo family office Lmdv Capital, che è appena stato trasformato da srl a spa.
 

Il trasferimento delle azioni Delfin potrà avvenire a ottobre o al più tardi in primavera. A luglio è stata inviata la «transfer notice», cioè la richiesta di passaggio delle quote, al board della cassaforte. Il 30 settembre scadranno i tre mesi stabiliti dallo statuto perché un altro socio possa esercitare la prelazione.
 

Ma nel frattempo Claudio, Luca e Clemente hanno chiesto un’estensione di ulteriori sei mesi del periodo di prelazione al giudice del Lussemburgo, che si pronuncerà il 22 settembre. La data è cruciale: Lmdv saprà se potrà tornare subito dalle banche o dovrà attendere marzo 2027. 

C’è un precedente: il passaggio di una piccola quota (lo 0,4%) di Delfin deciso da Rocco a favore di una sua cassaforte personale (Rbh). Leonardo jr potrebbe esercitare la prelazione ma prima va stabilito se Rocco ha davvero lo status di socio, che il fratello gli contesta in tribunale.

Altro dossier in mano agli avvocati è la mega-penale da 500 milioni che incombe su Lmdv per il mancato acquisto delle azioni Delfin di Luca e Paola, saltato per il «no» di Delfin al patronage sul maxi-prestito: a settembre partirà un arbitrato internazionale che dovrebbe impegnare i tre fratelli per circa 18 mesi. Sempre che, come pare probabile, non si accordino prima. (riproduzione riservata)



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