Dalla Romagna a Milano a Siena sempre con lo sguardo puntato sullo sviluppo industriale delle sue attività, nell’energia innanzitutto ma anche nelle banche: con questa impostazione Pierluigi Tortora, 68 anni, patron di Plt Holding – che di recente ha rilevato il 60% di Unoenergy potenziando il business dal quale era uscito nel 2022 con la vendita di Plt Energia ad Eni per circa 1 miliardo, per poi rientrarvi subito dopo con un nuovo polo energetico integrato – sosterrà ancora una volta con il suo 1,2% circa di Montepaschi il ceo Luigi Lovaglio nella doppia opas su Banco Bpm e Banco Generali.
E non potrebbe essere altrimenti, dato che il banchiere deve proprio a Tortora – oltre che ai grandi soci che l’hanno sostenuto, da Delfin alla GGG spa di Giorgio Girondi (Ufi Filters) ai grandi fondi BlackRock, Norges, Vanguard e allo stesso istituto milanese che ora vuole conquistare – la rielezione lo scorso aprile nel board senese avendo battuto la lista del cda sostenuta da Francesco Gaetano Caltagirone.
Risposta. L’operazione ha un senso industriale molto chiaro. Non è assolutamente una mossa difensiva. Dopo l’assemblea di aprile che ha segnato un punto di partenza, il management di Mps ha il dovere di trovare soluzioni che creino maggior valore per gli azionisti. Tradurre una quota finanziaria in una quota industriale è, per chi fa l’imprenditore, la strada maestra per generare valore nel tempo.
R. L’obiettivo è rendere Mps una banca “più grande” attraverso l'aggregazione con Banco Bpm e una banca "diversa" grazie all’integrazione con Banca Generali. Si tratta di unire "signore banche", non piccole realtà. Da un lato, si possono unire le sinergie di competenze e piattaforme tra Banca Generali e Mediobanca; dall’altro, si sfruttano le sinergie di crescita con la rete retail di Banco Bpm. È un progetto che ha una razionalità industriale molto importante.
R. Sono due visioni diverse. Chi ha dato fiducia a Lovaglio in assemblea lo ha fatto perché consapevole che, oltre alla fusione, serviva un disegno di ampio respiro per valorizzare la banca. Se le operazioni presentate da Lovaglio andassero in porto, l’azionista avrebbe la stessa sicurezza offerta da Intesa, ma con un potenziale di crescita superiore. Io non sono un azionista speculativo: guardo alla redditività nel tempo e alla distribuzione dei dividendi.
R. Se guardo a sei mesi o un anno, il ragionamento può cambiare, ma se guardo a cinque anni, la prospettiva è diversa. Il potenziale di Mps è noto e, con un piano industriale serio, può esprimersi pienamente.
R. Credo che il mercato non stia ancora prezzando appieno la visione a lungo termine. Oggi i volumi sono bassi e i fondi sono naturalmente prudenti di fronte a operazioni che presentano rischi di esecuzione. Ma non credo che il calo rifletta una sfiducia strutturale nel progetto.
R. L’operazione va spiegata e compresa bene, la sua razionalità industriale è evidente. Per quanto riguarda i grandi soci, chi ha sposato la linea di Lovaglio finora ha dimostrato di credere in un disegno strategico che va oltre la semplice gestione finanziaria.
R. No, non ho parlato con nessuno. Con Lovaglio siamo allineati sin dall’inizio sulla strategia, quindi non c'è bisogno di sentirsi costantemente. La nostra posizione è chiara: puntiamo a mantenere l’integrità della banca, la sua storia e la solidità riconquistata.
R. Si poteva intuire che si stesse muovendo qualcosa. Quella dichiarazione, inserita in un contesto di alto profilo, mi è sembrata una carta non da poco. Ho percepito la volontà politica che succedesse qualcosa di concreto per garantire un futuro solido alla banca.
R. Dipende da quali sinergie e quali prodotti si possono loro offrire. Molto dipenderà anche dal contesto politico e dal governo, che ha mostrato chiaramente di voler preservare l'integrità di Mps. (riproduzione riservata)