Scelta curiosa quella di Donald Trump. Nel mettere mano al suo portafoglio il presidente statunitense ha alleggerito la posizione proprio sulle società che fanno della crescita dei dividendi una certezza. Ha venduto quote, per un valore tra 5 e 25 milioni di dollari, nel Vanguard Dividend Appreciation Index Fund che investe in un paniere di società che tendono ad aumentare nel tempo le distribuzioni agli azionisti.
Una mossa, quella del tycoon, che, guardando ai numeri di lungo periodo, fa quantomeno riflettere. Infatti, l'indice S&P 500 Dividend Aristocrats, che raccoglie società americane che non solo hanno pagato costantemente un dividendo agli azionisti ma sono riuscite anche ad aumentarlo per almeno 25 anni consecutivi, ha registrato un rendimento medio annuo del 12,44% dal 1991 al 2025. Le annate migliori sono state il 1991 (+38,5%), il 1997 (+35,48%) e il 1995 (+34,62%), mentre l'unico anno in cui l'indice ha accusato una perdita superiore al 10% è stato il 2008, l'anno della crisi finanziaria globale, con un -21,88%. E il 2026 offre un’ulteriore conferma: da inizio anno il rendimento è già del 14,16%, mentre le 69 società che compongono l'indice (hanno una capitalizzazione di mercato di almeno 3 miliardi di dollari con un volume di scambi giornaliero di almeno 5 milioni di dollari) offrono in media un dividend yield del 2,39%.
Non è solo una storia americana. L'indice S&P Europe 350 Dividend Aristocrats, quotato dall'agosto 2006, ha realizzato un rendimento medio annuo del 6,32%. E da inizio 2026 il guadagno è dell'8,5%, con un rendimento medio del dividendo del 2,98% per i 45 titoli, alcuni anche di società italiane, che compongono l'indice. «Il nucleo resta americano, ma non per tradizione: per il filtro. L'indice americano chiede venticinque anni consecutivi di aumenti, quello europeo dieci anni di dividendi stabili o crescenti. Il secondo lascia passare ciclici e banche con payout target sull'utile dell'anno, quindi variabile per costruzione», sottolinea Filippo Migliorisi, Portfolio Manager di AcomeA Sgr.
Due fattori, però, spingono in direzione opposta e vanno quantificati. Primo, il cambio: l'euro/dollaro è a 1,1646, in rafforzamento di quasi il 3% in un mese con la Bce che potrebbe alzare i tassi a settembre, e un movimento valutario del 5% cancella un dividendo del 3%. Secondo, la fiscalità: sul dividendo americano l'investitore retail italiano paga il 15% di ritenuta convenzionale più il 26% sul netto, circa il 37% effettivo contro il 26% di un dividendo italiano, cioè circa 110 unti base di reddito netto in meno l'anno su un lordo del 3%. «La sintesi», spiega Migliorisi, «è nucleo americano per la crescita del dividendo, satellite europeo per rendimento corrente e valuta».
In generale le società che hanno costruito la propria reputazione sulla capacità di aumentare anno dopo anno i dividendi, un indicatore importante per gli investitori che cercano un reddito passivo, appartengono ai settori industriale, dei beni di consumo, dei materiali, della logistica e della sanità, settori con yield modesto ma una crescita del dividendo superiore. Rappresentano l’élite delle aziende quotate dal punto di vista della solidità finanziaria (generano profitti in aumento) e della disciplina sui costi: non possono permettersi acquisizioni sconsiderate, investimenti non redditizi o un debito eccessivo, pena il taglio del dividendo.
Per mantenere questi impegni, devono generare utili sostenibili e soprattutto elevati flussi di cassa. «Tra payout ratio, debito, crescita degli utili e del dividendo e free cash flow ritengo che quest'ultimo sia l'indicatore più importante. I dividendi vengono pagati con la cassa, non con gli utili contabili», sottolinea Francesco Lomartire, Head of Client Coverage Southern Europe di State Street Investment Management. «Un dividend aristocrat di qualità dovrebbe quindi presentare un rendimento da free cash flow superiore al dividend yield, così da finanziare agevolmente le distribuzioni agli azionisti».
L'esperienza storica evidenzia che questa categoria di azioni ha spesso mantenuto una buona capacità di tenuta anche nei periodi caratterizzati da tassi elevati. Negli ultimi vent'anni, osserva Lomartire, nonostante un contesto molto favorevole ai titoli growth, queste società hanno continuato a comportarsi meglio nei mercati ribassisti sia negli Stati Uniti sia in Eurozona, dimostrando una maggior capacità di preservare valore nei momenti di stress.
Tuttavia, precisa Migliorisi, la storia di dividendi dice qualcosa sui flussi di cassa, nulla su come si comporterà il prezzo. In un bear market la perdita arriva dalla compressione dei multipli, non dal taglio del dividendo. Nel 2022, ad esempio, diversi Aristocratici nel settore dei consumi hanno perso il 20-25% con la cedola intatta. «La prima discriminante è quindi il multiplo di ingresso, perché un titolo che scambia a 30x gli utili con l'1,5% di rendimento non ha alcun floor di valutazione. La seconda è l'elasticità dei ricavi. La terza è il muro delle scadenze nei ventiquattro mesi. La combinazione pericolosa», avverte il Portfolio Manager di AcomeA, «è sempre payout alto, leva alta e utili ciclici: l’azione sembra difensiva finché il ciclo non gira. Segnale pratico: dentro il gruppo, un rendimento di oltre il 5% raramente è un'occasione, di solito è il mercato che prezza il taglio del dividendo in anticipo».
Spesso, infatti, gli investitori alle prime armi seguono gli yield più alti. Un errore. Nel lungo periodo un rendimento del dividendo del 2% come quello del colosso Johnson & Johnson (si veda la tabella ordinata in base alle 20 migliori performance a un anno dell’indice S&P 500 Dividend Aristocrats) che cresce del 5% l’anno supera in total return un rendimento del 9% stagnante.
Lo stesso si può dire per General Dynamics (29 anni di crescita del dividendo) che offre un payout al 38% degli utili e al 28% della cassa e vanta un portafoglio ordini di 131 miliardi di dollari. A circa 20x il multiplo prezzo/utile 2026 non è a sconto: «si compra visibilità, non reddito», spiega Migliorisi, citando anche Medtronic: free cash flow di 5,4 miliardi di dollari contro 3,6 miliardi di dividendi e 49 anni di crescita delle cedole, a un anno dallo status di King come il colosso energetico Chevron che ha premiato gli azionisti per 39 anni consecutivi e sarà incoronato Re se manterrà questa serie per 50 anni. Paga 3,5% e il suo payout ratio basso del 67% gli offre spazio per aumenti futuri.
Sono, invece, già nella corte dei Re (hanno mostrato una protezione dai ribassi leggermente migliore durante la crisi del 2008, con un drawdown massimo del 20% contro il 22% degli Aristocrats, e un recupero più rapido di circa quattro mesi) Target Corporation, gigante delle vendite al dettaglio che paga il 2,8% e ha visto crescere il suo dividendo di oltre il 9% l’anno con un payout pari solo al 47%, e PepsiCo con un rendimento al 4,1%, il migliore da oltre un decennio, «però, con un payout del 79% sulla cassa, il margine di errore è sottile. Si compra un'inversione, non una fortezza. Invece S&P Global, 53 anni di crescita dei dividendi, lo cito», conclude Migliorisi, «perché rende meno dell'1% e smonta l'equazione tra dividend King e reddito: payout al 23% e crescita del dividendo dell'11% annuo nell'ultimo decennio».
Guardando al mercato europeo, di cui Andrea Scauri, gestore azionario di Lemanik, si occupa attraverso il fondo Lemanik European Dividend Preservation, Roche e Novartis sono titoli con 25 anni di crescita consecutiva dei dividendi, Nestlè e Diageo due King, anche se per quest’ultimo titolo, puntualizza l’esperto, le recenti evoluzioni del trend dei consumi di alcolici mettono in dubbio una caratteristica fondamentale, ovvero la sostenibilità della cedola. Il mercato italiano non offre molti veri dividend aristrocrats, ma Unipol, Generali, Poste, Terna e Recordati sono nella rosa dell’indice S&P Europe 350 Dividend Aristocrats e non solo sono in cima alle migliori performance dell’indice a 12 mesi (Unipol +45%, Poste +31% e Generali +27%) ma vantano una crescita dei dividendi a due cifre negli ultimi cinque anni (+31%, +20%, +10% le prime tre). Anche il colosso energetico Enel è nell’indice, negli ultimi cinque anni ha incrementato la cedola del 6,5% e attualmente offre uno yield superiore al 5%.
Per un investitore italiano «l’attrattività dei dividend King e/o aristocrats europei è sicuramente preferibile in quanto si elimina il rischio cambio e il differenziale di tassi. Il caso del 2025 è emblematico: le performance sul mercato equity americano sono state completamente erose dalla svalutazione del dollaro. Non potendo un investitore retail italiano porre in essere strategie di hedging sul cambio, essendo molto costose, i titoli europei sono sicuramente preferibili», consiglia Scauri.
E se un investitore non volesse acquistare una di queste azioni può fare affidamento sui fondi/etf dedicati a questo tema che offrono redimenti annui a due cifre (si veda la tabella sotto). A tal proposito, il fondo Lemanik European Dividend Preservation si pone come obiettivo quello di investire su titoli con dividend yield sostenibili, superiori al 5%, e contestualmente implementare strategie di hedging che permettano di incassare il dividendo cumulato del portafoglio, togliendo la volatilità sottostante dei titoli. Tale strategia ha fino ad ora portato a ottimi risultati con rendimenti annualizzati (al netto dei costi) del 4%, una volatilità del 7% e un track record ormai di 6 anni.
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