Mentre i prezzi del petrolio crollano (sotto 60 dollari al barile il Wti e sotto 64 dollari il Brent) dopo l’allentamento delle tensioni Iran-Usa, invertendo il trend delle sessioni precedenti in seguito alla minaccia dell'amministrazione Trump di lanciare un attacco contro il regime di Teheran, i timori di uno shock dell'offerta scemano, almeno per ora. Il mercato si interroga anche sulla ripresa della produzione petrolifera in Venezuela in seguito ai tagli effettuati dopo l’embargo statunitense.
«Nel breve termine il nostro scenario base prevede che il petrolio continui il recente rally fino a circa 70 dollari al barile, guidato da un crescente premio di rischio geopolitico legato agli sviluppi in Iran e in Russia/Ucraina, insieme a livelli ancora elevati di interruzioni delle esportazioni in Kazakhstan, Libia, Algeria», sottolinea Maximilian J Layton di Citi.
Un prezzo del petrolio superiore a 70 dollari al barile nelle prossime settimane rappresenta «una forte opportunità per i produttori di greggio di proteggersi dai rischi al ribasso sui prezzi per il resto del 2026 poiché, nello scenario base, prevediamo una moderazione dei rischi geopolitici», spiega l’esperto di Citi, «legati a Iran e Russia/Ucraina entro la seconda metà del 2026, un ridimensionamento delle interruzioni delle esportazioni dopo l’inverno e il mercato probabilmente resterà sotto pressione a causa di un surplus di fondo, oltre alla spinta del presidente Trump per mantenere i prezzi del petrolio bassi in vista delle elezioni di metà mandato statunitensi a novembre».
Così Layton vede il prezzo del Wti cadere a 59 dollari al barile nel 2026 e a 61 dollari al barile nel 2027, mentre il Brent è atteso, rispettivamente, a 62 dollari al barile e a 64 dollari al barile.
L’attenzione degli operatori resta elevata anche sull’oro che ha segnato nuovi massimi storici nel corso di questa settimana sopra i 4.600 dollari l’oncia, sostenuto questa volta dalle crescenti preoccupazioni sulla tenuta dell’indipendenza della Fed. I procuratori federali hanno, infatti, avviato un’indagine sul presidente, Jerome Powell, in relazione alla sua testimonianza sui lavori di ristrutturazione costosi di alcuni edifici dell’istituto.
Il mercato ha subito letto la vicenda come parte di una pressione politica volta a spingere la banca centrale verso un ulteriore taglio dei tassi: uno scenario che alimenta il timore che l’autonomia della Fed, costruita in decenni di storia, possa ora essere messa in discussione. Se così fosse, ne risentirebbero la credibilità del dollaro e, più in generale, degli asset denominati in dollari, aumentando di riflesso l’appeal per gli asset come l’oro.
Tanto che le stime indicano che il metallo prezioso potrebbe raggiungere i 5.000 dollari l’oncia nei prossimi mesi. Addirittura, grazie alla domanda da parte delle banche centrali, afferma Mark Haefele, Chief Investment Officer di Ubs Global Wealth Management, «il prezzo dell’oro potrebbe superare le previsioni e arrivare fino a 5.400 dollari l’oncia qualora aumentassero i rischi politici o finanziari».
Più cauto Layton secondo il quale sarà l’argento a rubare la scena all’oro. Infatti, il metallo bianco continuerà a sovraperformare quello giallo nel breve, salendo fino a 100 dollari l’oncia, rispetto all’oro che dovrebbe raggiungere i 5.000 dollari. «Questi livelli di prezzo dovrebbero anche offrire solide opportunità per i produttori e le banche centrali di proteggersi dai ribassi derivanti da prezzi estremamente elevati», aggiunge l’esperto di Citi.
Nel frattempo, «le nostre aspettative nello scenario base di un miglioramento del sentiment di crescita e dell’attività reale entro la seconda metà del 2026 dovrebbero supportare l’alluminio e il rame dove prevediamo, rispettivamente, 3,4-3,4 mila dollari a tonnellata e 14 mila dollari a tonnellata entro la metà dell’anno. Siamo, infine, rialzisti nel breve termine sul litio (15.500 dollari nel 2026) e sulla maggior parte delle materie prime agricole, e ribassisti sul lungo termine sul gas». (riproduzione riservata)