Gli Stati Uniti sono intervenuti nel conflitto in Medio Oriente bombardando nel weekend tre siti nucleari iraniani. E alcuni analisti avvertono che il prezzo del greggio, che lunedì 23 giugno sale in apertura dello 0,7% a 73,36 dollari il barile, potrebbe sfondare quota 100.
Il mercato tuttavia non ha rispettato le previsioni: a metà pomeriggio di lunedì 23 i prezzi sono tornati in calo: il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord nord cede lo 0,19% a 76,90 dollari. Il West Texas Intermediate cala dello 0,22% a 73,68 dollari.
Gli investitori seguono con attenzione la possibile reazione di Teheran ai raid americani contro le installazioni nucleari. Il ministro degli Esteri ha dichiarato che il Paese «si riserva tutte le opzioni» per difendere la propria sovranità.
«Esiste un reale rischio che il mercato debba affrontare interruzioni di fornitura senza precedenti nelle prossime settimane, di entità ben più grave rispetto allo shock dei prezzi del petrolio del 2022 a seguito della guerra in Ucraina», il commento di Saul Kavonic, analista specializzato nell’energia per conto di MST Marquee.
Sebbene la reazione del mercato dopo i raid statunitensi sia stata meno violenta rispetto a quella di poco più di una settimana fa, quando Israele ha attaccato l’Iran, gli osservatori del settore ritengono che questi sviluppi rappresentino l’inizio di una nuova era di volatilità per i mercati petroliferi, in particolare in attesa di eventuali ritorsioni da parte iraniana.
Le minacce di chiusura dello stretto di Hormuz che arrivano dal Parlamento iraniano stanno accrescendo l’inquietudine nei mercati. Lo stretto, che collega il Golfo Persico al Mare Arabico, è una via di transito cruciale per il commercio globale di petrolio, con circa 20 milioni di barili di greggio che lo attraversano ogni giorno. Si tratta di circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio.
Se l’Iran dovesse chiudere lo stretto di Hormuz, i Paesi occidentali probabilmente «interverrebbero direttamente per riaprirlo», ha detto Kavonic alla Cnbc, aggiungendo che i prezzi del petrolio potrebbero toccare i 100 dollari al barile e tornare ai massimi del 2022 se il blocco si prolungasse per diverse settimane. «Anche un semplice ostacolo al passaggio nello Stretto, senza una vera e propria chiusura, potrebbe far aumentare sensibilmente i prezzi del petrolio», ha aggiunto l’analista.
Il punto di vista di Kavonic è condiviso da altri esperti del settore. Secondo Bob McNally, presidente di Rapidan Energy Group, Stati Uniti e alleati interverrebbero per riaprire lo Stretto, ma se l’Iran impiegasse tutte le sue capacità militari, il conflitto potrebbe «durare più a lungo delle due guerre del Golfo». Inoltre, se Teheran decidesse di colpire le infrastrutture energetiche del Golfo o di interrompere i flussi, sarebbe in grado di causare gravi danni alle spedizioni di petrolio e gas naturale liquefatto, con un’impennata dei prezzi.
«Una chiusura prolungata o la distruzione di infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero spingere i prezzi del greggio ben oltre i 100 dollari», ha aggiunto McNally.L’indice di volatilità del greggio misurato sul Cboe, che misura le aspettative del mercato sulla volatilità dei prezzi del greggio nei 30 giorni successivi, è tornato ai livelli di marzo 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Anche se c’è un certo livello di incertezza su come gli sviluppi in Medio Oriente incideranno sull’offerta di petrolio, Andy Lipow, di Lipow Associates, sottolinea che gli eventi attuali hanno un peso diverso. «Questa volta la situazione sembra diversa, vista la pioggia di missili che si protrae da oltre una settimana e il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti», ha detto Lipow, aggiungendo che il petrolio potrebbe raggiungere i 100 dollari al barile se le esportazioni attraverso lo stretto di Hormuz venissero ostacolate.
Eppure oggi diversi esperti ritengono che le minacce iraniane siano perlopiù retoriche e che, nella pratica, sia fisicamente impossibile chiudere lo Stretto. «Il quadro è un po’ misto, e penso che i trader si manterranno prudenti, senza farsi prendere dal panico finché non emergeranno prove più concrete»,l’intervento di Vandana Hari, fondatrice e ceo di Vanda Insights.
L’Iran aveva già minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz nel 2018 durante l’escalation in seguito all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare e alla reintroduzione delle sanzioni. Minacce simili erano state fatte anche nel 2011 e nel 2012, quando alti funzionari iraniani — tra cui l’allora vicepresidente Mohammad-Reza Rahimi — avevano avvertito di una possibile chiusura in risposta a nuove sanzioni occidentali sul petrolio iraniano.
È inoltre rilevante notare che, nonostante le recenti ostilità, le infrastrutture energetiche iraniane non sono ancora state prese di mira, ha osservato Rebecca Babin, senior energy trader presso Cibc Private Wealth. «Sembra che entrambe le parti abbiano interesse a tenere il petrolio fuori dal conflitto — almeno per ora», ha concluso.
Gli analisti di JPMorgan giudicano comunque basso il rischio che l’Iran arrivi effettivamente a chiudere Hormuz, perché una tale mossa verrebbe interpretata dagli Stati Uniti come una dichiarazione di guerra. Marc Rubio, Segretario di Stato americano, ha dichiarato che una chiusura dello Stretto sarebbe «un suicidio economico» per l’Iran, visto che anche le sue esportazioni di petrolio passano attraverso quel tratto di mare.
L’Iran è il terzo maggior produttore di petrolio all’interno dell’Opec, con una produzione di 3,3 milioni di barili al giorno. Il mese scorso ne ha esportati 1,84 milioni, la maggior parte dei quali destinati alla Cina, secondo i dati di Kpler. Circa la metà delle importazioni marittime cinesi di greggio provengono dal Golfo Persico. (riproduzione riservata)