In un Paese dalla memoria labile non ci si deve meravigliare se è passato quasi sotto silenzio il 40° anniversario della morte di Donato Menichella (23 luglio 1984), direttore generale dell’Iri dal 1934 al 1944 e governatore della Banca d’Italia dal 1948 al 1960, gli anni di maggiore crescita economica vissuti dall’Italia. Probabilmente Menichella, nato a Biccari in provincia di Foggia il 23 gennaio 1896, è stato il più grande servitore che lo Stato italiano abbia mai avuto. Alcide de Gasperi lo portò con sé nella missione a Washington nel 1947 - decisiva per i successivi finanziamenti all’Italia nel Dopoguerra - ritenendolo un «grande tecnico con un grande temperamento e fiuto politico».
Fu Menichella a convincere gli americani a non smantellare l’Iri. Il banchiere internazionale Per Jacobsson, che scrisse a quattro mani a Basilea con Paolo Baffi il Rapporto sull’Economia italiana nel luglio 1947 (che «riaprì le vie del credito internazionale»), era dell’opinione che «tre uomini abbiano fatto l’Italia postbellica: De Gasperi, Einaudi e Menichella». Il 23 gennaio 1961 il Financial Times pubblicò la seguente notizia: «Il nostro giornale ha assegnato il suo Oscar per il 1960 al dr. Donato Menichella come il più capace governatore di banca centrale dell’anno. Grazie in larga misura al modo abile e realistico con cui egli ha gestito l’opera di sviluppo e di attuazione della politica monetaria italiana nel decennio successivo al 1959, è stato possibile all’Italia di fare della propria moneta una delle più solide monete del mondo, e nello stesso tempo, di realizzare un sensazionale sviluppo economico». Le politiche di Menichella combinavano stabilità della moneta e sviluppo economico. I tassi di interesse ufficiali rimasero fermi per più di otto anni (dal 6 aprile 1950 al 6 giugno 1958). E l’Italia sperimentò il cosiddetto «miracolo economico».
Una volta liberalizzati gli scambi con l’estero, in una situazione di insufficiente dotazione di capitale delle imprese, la politica economica doveva agire non tanto sul livello, quanto sulla composizione della domanda aggregata, accrescendo la quota degli investimenti e riducendo quella dei consumi. In questo contesto l’aumento del risparmio, favorito dalla difesa della stabilità monetaria, era condizione per poter perseguire questa politica senza tensioni inflazionistiche.
Menichella, forte dell’esperienza della liquidazione della Banca Italiana di Sconto (a cui dedicò negli anni Venti) si fece promotore dell’importanza del merito di credito e della lontananza dal potere politico: «I banchieri sono gelosi dell’autonomia delle loro decisioni, la quale autonomia fa sì che il credito lo debbano dare a chi vogliono, a chi credono, a chi merita, e non a chi sia loro imposto dall’alto» (1955). Le imprese non devono fare affidamento illimitato sul credito; nelle parole di Menichella, «non può prendere la via giusta chi, a ogni difficoltà ha dietro di sé la cassa aperta per superarla». Al contempo il banchiere deve disporre di una conoscenza approfondita dell’azienda affidata.
In tempi poco sobri, dove la spesa pubblica corrente aumenta costantemente, dove i politici promettono sempre nuovi servizi pubblici «gratuiti» (come se il welfare non derivasse le proprie risorse da imposte e tasse pagate da cittadini e imprese), urge tornare al rigorismo etico di Menichella. Il figlio Vincenzo scrisse: «Mio padre era uno «specialista dell’autoriduzione». Autoridusse il suo stipendio nell’anteguerra a meno della metà. Non ritirò, quando fu reintegrato all’Iri, due anni e mezzo di stipendio; al presidente Paratore rispose: «Dall’ottobre 1943 al febbraio 1946 non ho lavorato!». Fissò il suo stipendio nel Dopoguerra a meno della metà di quanto gli veniva proposto; lo mantenne sempre basso. Se il decoro del grado si misura dallo stipendio, agì in modo spudoratamente indecoroso! Il 23 gennaio 1966, al compimento del 70° anno, chiese e ottenne che gli riducessero il trattamento di quiescenza, praticamente alla metà, giustificandosi così: «Ho verificato che da pensionato mi servono molti meno danari!».
Ai figli ha lasciato un opuscolo dal titolo: «Come è che non sono diventato ricco», documentandoci, con atti e lettere, queste ed altre rinunce a posti, prebende e cariche. Voleva giustificarsi con noi: «Vedete, i denari non me li sono spesi con le donne; non ci sono, e perciò non li trovate, perché non li ho mai presi!».
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*wealth advisor e professore
di Sistema Finanziario all’università Carlo Cattaneo Liuc