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Ora Credit Suisse è di Ubs, ma le grane non sono finite. Dagli esuberi alle cause, ecco cosa preoccupa il nuovo gruppo

09 giugno 2023, 21:00 Ultimo aggiornamento: 10 giugno 2023, 08:25

Lunedì 12 giugno Ubs completa l’acquisizione della banca salvata a marzo, mentre la Svizzera paga un conto da 9 miliardi. Restano aperte le incognite sui tagli di personale, sulle cessioni e sulle cause per l’azzeramento degli At1 | Credit Suisse, è ancora corsa agli sportelli: persi oltre 61 miliardi di franchi svizzeri nel primo trimestre | Credit Suisse, gli obbligazionisti fanno causa alla Finma per un controvalore di 4,5 miliardi di dollari | Caccia ai transfughi del Credit Suisse. Ecco dove sono finiti i banker del gruppo di Zurigo

Il maggior salvataggio bancario degli ultimi anni si è concluso. Dopo tre mesi di lavoro Ubs ha completato l’acquisizione di Credit Suisse, che sarà formalmente chiusa lunedì 12 giugno.

La difficile integrazione

La banca di Zurigo, colpita da una devastante crisi di liquidità nelle prime settimane dell’anno, ha dovuto chiedere aiuto allo Stato svizzero per evitare il collasso. L’esito è stato un salvataggio rapido quanto controverso, soprattutto per la scelta di azzerare 17 miliardi di bond additional tier 1 che l’istituto aveva in bilancio.

L’integrazione con Ubs (che ha ricevuto da Berna una dote di 9 miliardi di franchi a copertura delle eventuali perdite) è stata pilotata da Sergio Ermotti, tornato alla guida della prima banca del Paese proprio per gestire il processo. Se finora la tabella di marcia è stata rispettata, sono ancora molti i cantieri aperti e diversi ostacoli potrebbero complicare non poco il lavoro di Ermotti.

Le cessioni

Il gruppo che nascerà dal salvataggio sarà troppo grande sia per realizzare efficienti economie di scala, sia per rispettare la regolamentazione antitrust svizzero. Basti pensare che la combined entity avrà un totale attivo di 1,7 trilioni di franchi (pari al 200% del Pil elvetico) e il 25% dei mutui del Paese. Ecco perché, già all’indomani dell’intervento, il vertice di Ubs ha iniziato a ragionare su come risolvere il problema. L’opzione che sul mercato incontra maggiori consensi prevede la cessione delle attività svizzere di Credit Suisse, attraverso una vendita tout court oppure una quotazione. Alla finestra ci sarebbero già diversi operatori domestici a partire dalle maggiori banche cantonali del Paese e da Raiffeisen, il gruppo che riunisce le casse di risparmio elvetiche, anche se per il momento nulla si è concretizzato. Secondo gli analisti la dismissione avrebbe comunque grandi effetti sul nuovo gruppo. Le attività svizzere erano viste come il gioiello della corona del Credit Suisse e nel solo 2022 hanno generato un utile pre tasse di 1,5 miliardi franchi (1,7 miliardi di dollari). In caso di cessione comunque dall'unità dovrebbe uscire l’investment banking che proprio all'inizio dell'anno il gruppo di Zurigo aveva trasferito alla controllata elvetica. La sensazione è che Ermotti non voglia privarsene, anche per recuperare terreno nelle attività di capital markets. L’integrazione dei desk sarà comunque uno di banchi di prova più delicati nei prossimi mesi.

Esuberi

Fin dall’annuncio del salvataggio, il mercato ha iniziato a speculare sui costi occupazionali dell’operazione. Le prime stime parlavano di 36 mila tagli su un totale di 125 mila dipendenti. Nel mirino c’è l’investment banking di Credit Suisse che attualmente impiega circa 17 mila professionisti in Svizzera e nel resto del mondo. In attesa che Ubs annunci un piano di esuberi però molti banker hanno scelto di uscire di propria iniziativa dal gruppo di Zurigo. Soprattutto dopo l'annullamento di oltre 400 milioni di dollari di bonus deciso dall’autorità finanziaria dei mercati svizzera, la Finma, e finito al centro di un’accesa controversia legale.

Secondo fonti finanziarie, ogni settimana il dipartimento risorse umane dell’istituto riceverebbe fino a 200 lettere di dimissioni. Il quotidiano di lingua tedesca Blick parla di 150 uscite al giorno, anche se la cifra viene ritenuta eccessiva. In ogni caso i numeri in gioco restano molto consistenti. Già ad aprile Credit Suisse aveva dichiarato che «nell'ultimo anno il tasso di abbandono da parte dei dipendenti è stato più elevato» e che, solo nell’arco del primo trimestre, il numero di dipendenti a tempo pieno era sceso da 50.480 unità a poco più di 48 mila.

I deflussi di clientela

La fuga di clienti non si è arrestata dopo il salvataggio. Anche se Credit Suisse è stata messa in sicurezza dall’intervento di Ubs, ancora ad aprile si registravano deflussi, seppure a ritmi inferiori rispetto ai mesi precedenti. La colpa è della crisi reputazionale che colpito soprattutto le gestioni patrimoniali in tutte le geografie dell’istituto. La stessa banca ha ammesso che «questi deflussi si sono attenuati, ma non si è registrata ancora un'inversione di tendenza», si legge nel comunicato sui risultati del primo trimestre.

Le grane legali

L’incognita maggiore per Ubs rimane quella legale. Le controversie modalità del salvataggio e, soprattutto, l’azzeramento degli At1 sono finite subito nel mirino degli investitori che hanno deciso di portare in tribunale banche e policy maker. Proprio a maggio un gruppo di obbligazionisti hanno fatto causa alla Finma presso il Tribunale di San Gallo. Sotto la lente dei bondholder e dei loro legali ci sono i trattati internazionali di protezione degli investimenti firmati dalla Svizzera con molti Paesi. Tali documenti prevedono risarcimenti in caso d’espropriazione statale, una fattispecie nella quale si sta cercando di far rientrare anche l’azzeramento dei bond subordinati At1. (riproduzione riservata)



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