Può bastare un balzo di oltre il 20% in poche sedute per decretare che il peggio è dietro alle spalle? Qualcuno pensa di sì, ma forse è presto per cantare vittoria. In fondo per Nike, il gigante dello sportwear americano, reduce da una caduta senza fine che dura ormai da 4 anni consecutivi, e che ha visto lasciare sul terreno quasi il 60% del suo valore, siamo ancora a metà del guado. Quel rimbalzo avvenuto dopo la pubblicazione dell’ultimo resoconto annuale lo scorso 26 giugno è stato innescato da risultati migliori delle stime. E quando un titolo è andato controcorrente per molto tempo, basta poco per illuminare di speranze la scena.
Ma non va dimenticato che Nike è uno dei titoli più bersagliato dai dazi di Trump. Una parte non piccola dei suoi prodotti è importata dal Vietnam uno dei Paesi più massacrati, anche se si prevede una riduzione della percentuale imposta, dalla nuova politica tariffaria del tycoon-presidente. E pesano ancor di più le importazioni dalla Cina dove Nike è esposta per il 16% delle sue scarpe, maglie e in genere della sua intera gamma dell’abbigliamento sportivo.
Tanto che i vertici dell’azienda hanno comunque messo le mani avanti annunciando che i dazi imposti dagli Stati Uniti alla Cina costeranno a Nike circa 1 miliardo di dollari nell’anno fiscale in corso. A riscaldare il termometro del titolo anche l’annuncio che il gruppo intende diminuire la quota di import dai Paesi sotto dazi. E che comunque parte dei costi aggiuntivi verrà trasferito alla clientela del mercato americano già nei prossimi mesi.
Resta il fatto che il bilancio dell’esercizio 2025, chiuso a maggio, reca comunque delle ferite. Le vendite globali di Nike sono scese nell’ultimo anno del 10% a quota 46,3 miliardi. Mentre l’ultimo trimestre ha mostrato risultati migliori delle aspettative del mercato. Il balzo in borsa dei giorni successivi alla pubblicazione dei dati prende spunto proprio da qui. Occorrerà vedere se quel segnale di ripresa verrà confermato o meno nei prossimi trimestri. Intanto si registra non solo la contrazione del 10% dei ricavi a livello globale nell’anno appena chiuso, ma anche un ridimensionamento della profittabilità. Il margine lordo ha perso 2 punti percentuali sui ricavi scendendo dal 44,7% al 42,7%, mentre l’ebit margin, come ha ricostruito S&P Global market intelligence, è crollato all’8% dei ricavi dal 13% dell’anno prima. Con infine l’utile netto caduto a 3,2 miliardi dai 5,7 miliardi sempre del 2024.
E che la frenata di Nike non sia episodica lo dicono i numeri dei bilanci precedenti. Dal 2021, quando il titolo toccò in autunno i suoi massimi a 170 dollari, la marginalità operativa si è dimezzata pur con ricavi in aumento, prima della battuta d’arresto del 2025. Segno che c’è un problema di efficienza di gestione, tanto che i vertici stanno lavorando sullo smaltimento delle scorte salite negli ultimi anni. E non è detto che il marchio prestigioso sia immune da drastici rallentamenti. Il brand Jordan è quello che ha sofferto di più nel calo dei ricavi perdendo il 16 per cento in un anno nelle vendite. E la crisi ha impattato tutti i mercati anche quello cinese che ha registrato il maggior calo rispetto a Usa ed Europa.
Ora si vedrà se i risultati dell’ultimo trimestre migliore delle attese saranno replicati. Il consenso raccolto da S&P Global market intelligence resta prudente. Per l’intero 2026 sono previsti ricavi ancora in calo anche se in cifra percentuale migliore del 2025 con una forte ripresa solo nel 2027 con gli utili che dovrebbero scendere nel 2026 a 2,5 miliardi dai 3,2 miliardi del 2025. Nike pur in crisi dall’alto della sua capitalizzazione di mercato da 110 miliardi di dollari guarda dall’alto al basso i suoi diretti concorrenti nel business dell’abbigliamento sportivo griffato.
Adidas e Puma con i loro, rispettivamente, 38 miliardi di euro di market cap e di soli 3,5 per la piccola Puma sono lontani. Ma in realtà Adidas da tempo sta superando Nike quanto a risultati. Il gruppo tedesco mostra una resistenza assai maggiore. Nel 2024 ultimo bilancio annuale è riuscita a incrementare i ricavi di un buon 10%, al contrario del meno 10% fatto segnare da Nike. E i mercati di sbocco hanno tenuto molto di più di quanto fatto dal rivale americano con crescite sia in Cina che negli altri mercati. E anche il primo trimestre si è rivelato in corsa con ricavi saliti del 12% sul primo trimestre del 2024 a quota 6,1 miliardi. I costi sono cresciuti meno dei ricavi e ne ha beneficiato la redditività con i profitti operativi quasi raddoppiati a 610 milioni di euro. Sia l’Europa che la Cina hanno visto le vendite salire di un 14% con gli Usa meno tonici a quota +5,5%.
Anche Adidas dovrà affrontare la forca caudina dei dazi Usa, ma la sua esposizione alla produzione in Cina e nei paesi del Sud est asiatico è minore di Nike. Un motivo che porta gli analisti di Ubs a essere ottimisti sul corrente anno fiscale. Soprattutto sui ricavi che dovrebbero crescere a 25,7 miliardi con un margine lordo al 51,5% un ebit margin all’8% e utili netti a raggiungere la soglia di 1,3 miliardi in forte progresso sui poco meno di 800 milioni con cui si è chiuso il 2024. Anche Adidas ha sofferto in borsa: i suoi massimi sono stati toccati come per Nike a metà del 2021 a quota 310 euro. Ora il titolo veleggia a quota 213 euro, ma la perdita è più attenuata rispetto alla caduta dai massimi occorsa al gigante Usa. Oggi di fatto sulla redditività Adidas ha quasi raggiunto i livelli di Nike che sono andati giù nel tempo. L’ebit margin di Nike è sceso dal 16% all’8% nel tempo, mentre Adidas ha ora un ebit margin del 6% che si proietta all’8% nel 2025.
Per entrambi però continuano a pesare le valutazioni relative. Di fatto sono marchi paragonabili ai titoli del lusso e viaggiano su multipli tipici del settore. Nike nonostante il calo delle quotazioni tratta oggi a 32 volte i profitti (calanti) del 2025 e Adidas quota 34 volte. Sono multipli elevati in presenza di uno scenario complesso con i dazi che possono interferire molto sui futuri bilanci. Ecco perché occorre prudenza nel valutare i forti rimbalzi borsistici. Per titoli che hanno perso terreno negli anni delle borse spumeggianti, un rimbalzo è più che fisiologico, senza che indichi per forza uno strutturale cambio di rotta sul listino.
Cenerentola vera e propria del terzetto dei marchi top dell’abbigliamento sportivo resta Puma, inchiodata da tempo e con un valore di mercato di soli 3,5 miliardi di euro rispetto ai 38 miliardi di euro della gemella tedesca Adidas e dei 110 miliardi di dollari della regina del settore. Anche Puma è in crisi borsistica dal lontano 2021 quando il prezzo dell’azione arrivò a 114 euro. Oggi quota poco sotto i 24 euro. Schiacciata tra i due giganti, Puma è rimasta piccola con ricavi annui che non raggiungono i 9 miliardi di euro. La redditività è più bassa dei suoi più grandi concorrenti, ma soprattutto pesa sul mercato il fatto che Puma è storicamente più indebitata rispetto ad Adidas e Nike. Un elemento in più per lasciare nell’angolo, pur in un mercato in calo di vendite e redditività per tutti, la Cenerentola indebitata del settore. (riproduzione riservata)