Negli ultimi quattro anni gli investitori e le aziende hanno navigato una complessità senza precedenti. In questo contesto, nell’azionario sono emerse varie strategie e tendenze. Senza dubbio lasciamo alle spalle quattro anni in cui le economie globali e i mercati hanno affrontato dinamiche mai viste prima in un orizzonte temporale così breve. Basta pensare, ad esempio, all’ammontare di liquidità immesso nell’economia e nei mercati nel 2020, che ha attutito l’impatto altrimenti devastante della pandemia, ma dall’altro lato creando conseguenze importanti in termini di inflazione e creando la necessità per le banche centrali di perseguire un processo di rialzo dei tassi a una velocità senza precedenti.
Credo che questa sia la chiave per comprendere la difficoltà del mercato azionario, soprattutto nel 2022. Gli operatori di mercato hanno dovuto in qualche modo imparare a reagire, dato che in molti non avevano mai avuto l’esperienza di dover navigare in contesti di elevata inflazione e si erano ormai abituati a oltre un decennio di tassi di interesse a zero o vicino allo zero, sottolinea Stefano Conte, Head of Southern Europe Equity Capital Markets di Barclays. Le aziende, dal lato loro, hanno dovuto adattarsi all’uscita dalla pandemia affrontando le dinamiche specifiche di ciascun singolo settore. In molti settori queste dinamiche sono state simili, ad esempio il dover gestire la base costi in un contesto di inflazione calibrando quanta di questa inflazione poter passare ai consumatori o il dover gestire le varie problematiche nelle catene di approvvigionamento.
Molte aziende hanno anche dovuto gestire con attenzione la loro struttura finanziaria, in alcuni settori storicamente calibrata su un livello di indebitamento che si è rilevato meno sostenibile a seguito del rialzo dei tassi. «Dall’altro lato, però, riscontriamo che la gran parte delle aziende sono riemerse dalla pandemia con bilanci solidi e con l’abilità di gestire i flussi di cassa in modo ancora più efficiente rispetto al passato, frutto delle esperienze maturate durante i mesi più neri della pandemia», osserva l’esperto di Barclays. «Le strategie di equity, guardando a dove il capitale è stato allocato e alla risultante performance nell’azionario, si sono adattate negli ultimi due anni al contesto di inflazione e tassi di interesse. Ad esempio, i settori ad altissima crescita con minore profittabilità hanno riscontrato una compressione importante dei multipli valutativi, mentre i settori che sono molto correlati ai tassi di interesse, come il bancario, si sono mossi come da attese».
Ma la strategia che più di tutte vale la pena ricordare è il posizionamento del mercato durante il 2022, sia obbligazionario sia azionario, per anticipare una recessione che all’atto pratico non è mai arrivata. Come è stato poi dimostrato dai forti guadagni dei mercati nel 2023, forzando un riposizionamento da parte degli investitori. In mancanza di una recessione vera e propria, a livello globale i flussi di capitale sono continuati a entrare nel sistema, senza sosta ormai negli ultimi quattro anni, ma per l’azionario vale la pena capire dove esattamente sono andati: 1.400 miliardi di dollari di flussi nei fondi equity globali negli ultimi quattro anni, ma con 2.000 miliardi di nuovi capitali in fondi passivi (indici), mentre la gestione attiva ha perso circa 650 miliardi di masse. «Quando parliamo di come le aziende a bassa capitalizzazione hanno fatto molta più fatica nell’azionario rispetto alle grandi aziende, incluso in Italia, questo è sicuramente un fattore. Il mercato diventa ogni anno più guidato dalle grandi aziende e dai grandi indici, e dal trading ad alta frequenza», spiega Conte. «La maggioranza dei nuovi capitali equity sono andati poi o negli Stati Uniti o in fondi globali, mentre i fondi dedicati all’Europa, incluso il Regno Unito, hanno visto deflussi per circa 200 miliardi negli ultimi quattro anni, di cui la metà solo nel 2022».
Un ultimo punto molto rilevante è la concentrazione degli indici attorno a un gruppo ristretto di società, una dinamica che ormai è sempre più evidente ogni anno. Soprattutto negli Stati Uniti e con i cosiddetti Magnifici Sette, i giganti del tech che dall’anno scorso hanno trovato nuova energia nel tema dell’intelligenza artificiale. Nell’indice S&P 500 il peso delle cinque società più grandi è aumentato del 50% negli ultimi anni e oggi ci sono cinque società che da sole contano per il 25% di un indice con 500 società.
Nel corso del 2023 si è osservata una ripresa importante nei mercati, molto evidente in Italia ed è importante confrontare l’Italia rispetto al resto dell’Europa e agli Stati Uniti. Complessivamente, il bilancio per l’azionario Italiano nel 2023 non può che essere positivo sulla base di due criteri: su base relativa nel 2023 l’indice Ftse Mib ha guadagnato il 28%, meglio di qualsiasi indice delle più grandi economie mondiali, e secondo solo al listino Nasdaq. Come riferimento, l’indice EuroStoxx 600 ha guadagnato il 13%, le più grandi società europee nello EuroStoxx 50 hanno guadagnato il 19%, l’S&P 500 il 24% e il MSCI World il 22%. Invece, su base storica: a pari merito con il 2019, è stato il rialzo annuale più forte per il Ftse Mib negli ultimi 25 anni (solo nel 2023 e nel 2019 si è visto un rialzo maggiore del 25%).
Confrontando l’Italia con gli Stati Uniti e con l’Europa, è interessante notare come i fattori che hanno determinato questo rialzo siano diversi. Ad esempio, il tema dell’intelligenza artificiale è stato relativamente di poco impatto in un listino come l’Italia o almeno lo è stato molto meno rispetto al mercato statunitense. Ma il settore che è stato chiave è stato il bancario: il mercato italiano ha una maggior rappresentanza di questo settore, dato che nello EuroStoxx 600 le banche pesano il 9%, mentre nel Ftse Mib le banche pesano attorno al 25%, di cui quasi il 20% concentrato in due sole società. Nel 2023 le banche hanno, dunque, generato quasi il 50% del guadagno nel Ftse Mib rispetto a una contribuzione di meno del 15% per indici europei.
Non solo. Il peso relativo delle emissioni equity in Italia rispetto all’Europa l’anno scorso, nota Conte, è stato maggiore rispetto al passato. Operazioni di grande rilevanza, come l’Ipo di Lottomatica o le obbligazioni convertibili di Eni e Snam, tutte operazioni che Barclays ha guidato, hanno riscosso un interesse molto solido da parte di investitori. Una dinamica simile alle operazioni viste nel resto d’Europa, dove Barclays ha guidato tutte le cinque più grandi operazioni equity del 2023. «Il segmento del mercato che sta richiedendo più tempo per tornare a funzionare in pieno è quello delle Ipo, ma stiamo già vedendo una ripresa in queste settimane, che ci aspettiamo continuerà durante il primo semestre», precisa Conte.
«Dal nostro osservatorio presso Barclays, si prospetta una visione positiva per l’Italia nel 2024. L’inizio anno è stato senza dubbio incoraggiante, con i mercati azionari mondiali in netto guadagno nei primi due mesi e con l’indice Ftse Mib in rialzo quasi del 10%, in linea con il mercato statunitense e il migliore finora tra i principali indici europei», continua Conte. «Sulla base delle previsioni per il pil dei nostri economisti, in un anno di crescita economica limitata per le maggiori economie globali l’Italia dovrebbe tenere bene, anzi potrebbe fare meglio di altri paesi europei, soprattutto a partire dal secondo trimestre. Da un punto di vista di allocazione settoriale, la nostra ricerca prevede che settori come i finanziari e l’energia continueranno a fare bene e il mercato Italiano azionario ha una buona rappresentanza di tali settori», precisa l’esperto di Barclays.
L’attuale situazione politica senza dubbio aiuta, con una percezione di stabilità riflessa nello spread che è al momento ai minimi da due anni. Anche questo aiuterà il mercato l’azionario. «Il punto di domanda principale è lo stesso che riscontriamo in Europa e negli Stati Uniti: il mercato ha finalmente guadagnato certezza quasi matematica sul fatto che il percorso di rialzo dei tassi è ormai alle spalle, ma c’è ancora incertezza sulla tempistica dei primi tagli dei tassi da parte delle banche centrali. Questo è un tema che si sta evolvendo su base giornaliera, ma ci aspettiamo che sarà molto probabilmente risolto prima dell’estate».
Gli economisti di Barclays prevedono che i primi tagli dei tassi da parte della Bce e della Fed arriveranno a giugno, in linea con quanto atteso attualmente dal mercato, ma più tardi rispetto a quanto il mercato si attendeva solo due mesi fa, ovvero tagli dei tassi già a partire da marzo. «Da quel punto in poi va ricordato che l’azionario Italiano tratta a uno sconto di multipli valutativi importante rispetto alla sua media storica ed è un mercato che include un tessuto molto importante di small & mid cap di alta qualità: con un graduale ritorno del cosiddetto stock picking da parte degli investitori, ci aspettiamo che il valore di queste società verrà maggiormente riflesso. E va ricordato», conclude Conte, «che negli ultimi anni si sono accumulati oltre 6.000 miliardi di dollari di cash: con tassi in discesa e un aumento della propensione al rischio degli investitori, ci aspettiamo che parte di questi capitali torneranno nei mercati azionari e obbligazionari già nei prossimi dodici mesi». (riproduzione riservata)