La diplomazia vaticana in Medio Oriente «spinge» come non mai, con gli ultimi quattro giorni che hanno visto un vero e proprio crescendo nell’azione della Santa Sede non solo per un immediato cessate il fuoco e una fine del conflitto a Gaza, ma ancora più urgentemente per far cadere la contrarietà del governo israeliano almeno all’accesso sicuro di aiuti umanitari alla popolazione.
«La percezione che si ha è quella di una batteria di missili mediatici che sono, poi, le vere divisioni di cui dispone il Vaticano», spiega in una intervista a Milano Finanza Piero Schiavazzi, professore straordinario di Geopolitica Vaticana dell’Università Link di Roma. «Una straordinaria batteria che è fatta proprio dagli uomini dell’ultimo Conclave, i tre papabili italiani, dalle cui azioni degli ultimi giorni possiamo delineare quella che ora sembra essere una vera e propria strategia di squadra del Vaticano».
Solo pochi giorni fa era partita la dura presa di posizione del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che, intervistato dal Tg2post, in seguito alla telefonata del premier Benjamin Netanyahu al Pontefice, aveva chiesto chiarezza sull’attacco alla parrocchia Sacra Famiglia, del quale è «legittimo dubitare» che sia stato un errore.
Un intervento, questo, che per il professor Schiavazzi è «il primo missile lanciato da quella che è diventata di nuovo la regia della diplomazia vaticana: la Segreteria di Stato. Il cardinale Pietro Parolin è ora il vero e proprio regista dell’azione diplomatica vaticana, mettendo in tutta evidenza la prima grande attuazione delle strategie di Conclave», sottolinea il vaticanista.
Una strategia, questa, emersa in tutta evidenza nelle parole di Papa Leone XIV nel corso dell’Angelus, domenica a Castel Gandolfo, dove «non a caso ha chiesto di fermare subito quella che non ha esitato a definire la barbarie della guerra ricordando Leone Magno quando si erge di fronte ad Attila fermando i barbari che invadono l’Italia. Un discorso questo che segna un cambio di passo del Papa che, scavalcando il governo di Israele, si appella alla comunità internazionale a cui chiede di far osservare il diritto umanitario e l’obbligo di proteggere i civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato dei civili», sottolinea l’esperto di Medio Oriente.
Una raffica in crescendo a cui seguono le parole, «ancora più a lunga gittata» del cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, che in un messaggio inviato al patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, descrive il dramma di Gaza e parla della ‘vergogna di non essere in grado di porre fine a questa barbarie’, di ‘scempio’ che sta colpendo un’intera popolazione, chiedendosi ‘inorridito’ se mai questo atto sia stato ‘voluto e programmato’.
E, infine, le parole del cardinale Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme: «Non abbiamo nulla contro il mondo ebraico e non vogliamo assolutamente apparire come coloro che vanno contro la società israeliana e contro l’ebraismo, ma abbiamo il dovere morale di esprimere con assoluta chiarezza e franchezza la nostra critica alla politica che questo governo sta adottando a Gaza». «Parole queste che hanno esplicitato la strategia di Prevost, e cioè quella di recuperare il rapporto con i Fratelli maggiori, cioè gli ebrei, e puntare il dito contro il governo del premier Netanyahu, per cercare di recuperare un ruolo neutrale in Medio Oriente», spiega Schiavazzi.
«Tutti questi interventi degli ultimi giorni, non fanno altro che far pensare ad una serie di lanci programmati in successione. E ciò fa pensare a un’alleanza di Conclave, che ora vediamo in azione in quello che sembra essere la vera novità nella politica estera vaticana: un gioco di squadra che parte da lontano e che ora ci farà abituare ad una politica curiale e corale. Si tratta di una tattica diversa, che rompe con il passato di Papa Francesco», spiega il professore.
Ma quale l’obiettivo di questo crescendo nella politica estera vaticana?
«Papa Prevost eredita da Bergoglio una situazione che in termini di temperatura percepita era molto calda nei rapporti tra il Vaticano e il mondo ebraico, con una rottura senza precedenti. Non solo. Il Papa statunitense eredita anche un altro problema politico importante: la totale esclusione ed estromissione dell’influenza della Chiesa nell’attuale contesto mediorientale, proprio da quella che dovrebbe, invece, essere la sua naturale zona di influenza. L’obiettivo politico di Prevost e Parolin è, dunque, ora quella di ritrovare un ruolo di mediazione nell’area, recuperando credibilità con i fratelli maggiori. Con queste azioni, negli ultimi giorni il Vaticano è riuscito a tornare centrale nell’attenzione dell’opinione pubblica, bisogna capire se riuscirà a tornare centrale in termini di influenza nel processo di pace in Medio Oriente», sottolinea Schiavazzi concludendo che «il tentativo ultimo è, comunque, quello di recuperare influenza e credibilità agli occhi della società israeliana, per esser ascoltati ed essere messi al tavolo delle trattative con un ruolo neutrale». (riproduzione riservata)