La Commissione europea ha presentato la proposta per il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (Qfp) 2028–2034: un bilancio pluriennale da 1.984 miliardi di euro, pari all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’Ue. È il più vasto mai concepito a Bruxelles, escludendo lo strumento straordinario Next Generation Eu, e mira a dotare l’Unione di risorse adeguate per fronteggiare una fase storica caratterizzata da instabilità geopolitica, transizione tecnologica, mutamenti demografici e crescente competizione globale.
Il nuovo bilancio si presenta come profondamente riformato rispetto al passato. L’introduzione del Fondo europeo per la competitività da 409 miliardi segna una svolta: la Commissione cerca in tal modo di sostenere l’affermazione di una sovranità economica comune (ma sarà veramente comune?) nei settori strategici: intelligenza artificiale, biotecnologie, tecnologie pulite, difesa, spazio.
In parallelo, la spesa per ricerca viene raddoppiata, con un 35% vincolato a obiettivi ambientali, e la voce «sicurezza e difesa» viene quintuplicata, a conferma dell’assunzione da parte dell’Ue di un ruolo attivo sul piano della sicurezza continentale.
Anche sul versante delle entrate, la proposta presenta elementi di forte discontinuità. Per finanziare l’ampliamento del bilancio evitando un aumento dei contributi nazionali, la Commissione rilancia la proposta di introdurre cinque nuove risorse proprie: tra queste, il potenziamento del sistema Ets, la carbon border adjustment tax, e prelievi su rifiuti elettronici, tabacco e utili delle multinazionali con fatturato superiore a 100 milioni.
È un tentativo, ambizioso e controverso, di compiere un passo verso una vera capacità fiscale europea. La tensione tra sovranità tributaria nazionale e fiscalità sovranazionale emergerà inevitabilmente con forza nel negoziato interistituzionale e tra gli Stati membri.
Tuttavia, lo spostamento del baricentro del bilancio europeo dalle politiche redistributive verso quelle strategiche non è privo di conseguenze, su cui riflettere bene. Nella programmazione 2021–2027, Pac e fondi di coesione assorbivano il 66% delle risorse (32,2% e 33,5%). Nella proposta attuale, la loro incidenza si riduce al 43%. Agricoltura e coesione vengono accorpate in un unico fondo da 865 miliardi, gestito tramite partnership nazionali.
La Pac viene formalmente «protetta» con 300 miliardi, ma il calo reale, una volta considerata l’inflazione e il diverso perimetro, è stimato tra il 20% e il 30%. Le politiche di coesione, invece, perdono la loro identità autonoma, con un rischio di ricentralizzazione decisionale e dispersione degli obiettivi originari.
Le preferenze territoriali di questa riconfigurazione sono significative. I Paesi membri dotati di un forte tessuto industriale e tecnologico (Germania, Francia, Paesi Bassi) saranno i principali beneficiari delle nuove linee di spesa.Al contrario, molte regioni agricole e meno sviluppate dell’Est e del Sud Europa (Romania, Bulgaria, Polonia, Grecia, Italia meridionale) rischiano un progressivo disimpegno europeo, proprio in un momento in cui la percezione dell’Europa nei territori è cruciale per la tenuta dell’integrazione.
Il nuovo Qfp appare dunque come il riflesso di un’Unione europea che cerca di diventare adulta sul piano geopolitico ed economico, ma al costo di attenuare drasticamente le proprie politiche redistributive.
È un bilancio politicamente divergente dal passato e istituzionalmente delicato, che rischia di segnare una frattura tra visione strategica e coesione sociale. Più che una mera programmazione finanziaria, si tratta, come sempre, di una dichiarazione politica: su cosa vogliamo che l’Europa sia e per chi.(riproduzione riservata)