La Cina è partita al galoppo, ieri, dopo il taglio storico dei tassi a 5 anni, la durata di riferimento dei mutui, per ravvivare il mercato immobiliare. L’Hang Seng saliva del 2,3%, Shanghai del 2% a metà sessione, per poi chiudere, rispettivamente, con un +1,6% e un +1% circa. A frenare il listino di Hong Kong è stato in particolare il colosso Hsbc (si veda box in pagina).
Nel frattempo, Pechino sta rivedendo il modo in cui viene regolamentato il settore cinese del quant trading, un segmento in rapida crescita, dopo che uno dei maggiori operatori è stato colpito questa settimana da un divieto di negoziazione per aver venduto azioni allo scoperto sui listini già messi a dura prova da due anni di difficoltà legate al raffreddamento dell’economia. Le borse di Shanghai e Shenzhen hanno annunciato che l’attività dei fondi quant gestiti da computer, che si basano su complesse strategie di trading automatizzate, sarà esaminata nell’ambito di un nuovo progetto di monitoraggio gestito congiuntamente dalle borse e dalla China Securities Regulatory Commission.
In base all’annuncio, i nuovi fondi quant dovranno riferire le rispettive strategie di investimento alle autorità di regolamentazione prima di iniziare le negoziazioni e questo fatto si applicherà anche alle azioni del quant trading offshore (fuori dalla Cina continentale) attraverso il programma Stock Connect di Hong Kong.
Secondo Stephen Li Jen, ceo di Eurizon Slj, una banca centrale cinese «attiva è una condizione necessaria ma non sufficiente. La Pboc è probabilmente l’unica istituzione pubblica in Cina che ha cercato di stabilizzare attivamente i mercati finanziari, il settore immobiliare e il sentiment. Ha ridotto nuovamente i tassi, ma con effetti minimi sul mercato. Prima del 2021, ogni volta che la banca centrale tagliava, il mercato quasi sempre rispondeva in modo positivo, ma negli ultimi mesi non è stato così». Secondo il gestore di Eurizon Slj, le politiche di regolamentazione in Cina «sono state troppo dure e tutti ora hanno ancora paura. Per circa due anni, a partire dall’estate del 2021, Pechino ha represso duramente il settore privato: dall’immobiliare alla formazione (tutoring), compresa l’area soft tech».
Secondo l’esperto, gli interventi sono stati effettuati con «misure estreme e senza preavviso. Questo stile di elaborazione delle politiche ha allarmato i consumatori e le imprese, ma ha confortato le aziende statali. A mio parere il settore privato cinese semplicemente non sa cosa aspettarsi da Pechino. Queste politiche normative dure e brusche sono state così estreme che sarebbero necessarie politiche inverse significative per ripristinare il sentiment e consentire agli stimoli monetari e fiscali di avere gli effetti desiderati».
Secondo Stephen Li Jen, in ultima analisi, «se la Pboc riduce i tassi di interesse, ma i potenziali investitori immobiliari continuano a temere un altro giro di vite, non dovremmo sorprenderci che questi tagli dei tassi non portino alla fine a reazioni positive sui mercati». (riproduzione riservata)