Il 2026 si apre con un panorama economico italiano in chiaroscuro, dove i segnali di ripresa lottano contro venti contrari piuttosto persistenti. Sebbene il pil abbia chiuso l’ultimo trimestre del 2025 con un incremento dello 0,3% grazie alla spinta decisiva degli investimenti legati al Pnrr, il Centro Studi di Confindustria segnala come l’industria fatichi a trovare il passo giusto. La risalita appare lenta e condizionata da un dollaro svalutato che frena le nostre esportazioni e da consumi interni che, sebbene in lieve miglioramento sul fronte della fiducia, restano ancora fragili nel volume reale degli acquisti.
Un elemento centrale della congiuntura attuale riguarda il costo dell’energia. Il prezzo del petrolio è tornato a salire toccando i 71 dollari al barile a febbraio, mentre il gas si è stabilizzato su livelli superiori a quelli di fine 2025 (33 euro/MWh). In questo contesto, il Decreto Energia varato dal governo Meloni rappresenta un potenziale polmone di ossigeno per il sistema produttivo, a patto che arrivi il via libera definitivo dalla Commissione Europea. Sul fronte del credito, la situazione si è fatta più complessa perché il calo dei tassi pagati dalle imprese si è interrotto, invertendo la rotta verso il 3,58% a dicembre, nonostante un'inflazione nell'Eurozona ormai moderata e ferma all’1,7%.
Analizzando il tessuto industriale, emerge una profonda eterogeneità tra i diversi comparti. La farmaceutica si conferma la vera punta di diamante, con un export verso gli Stati Uniti cresciuto del 54% che ha permesso al settore di segnare un solido +3,8% produttivo. Anche la metallurgia è riuscita a rilanciarsi nonostante i dazi americani, mentre l’alimentare si è confermato ancora una volta un settore anti-ciclico, capace di crescere costantemente anche nelle fasi più critiche dell'economia.
Di contro, settori storici come l’automotive e la moda continuano a vivere una stagione di forte sofferenza. L'auto risente pesantemente dell'incertezza normativa e della pressione delle importazioni, chiudendo l'anno con una pesante flessione a doppia cifra. Similmente, il comparto tessile e della pelle paga il dazio di una domanda estera debole e di consumi domestici che non riescono a ripartire con vigore. La chimica rappresenta un caso a sé, con problemi strutturali legati all'energia utilizzata come materia prima che stanno portando a una riconversione forzata di molti impianti verso le bioraffinerie.
A fare da contraltare alla fragilità manifatturiera ci sono i servizi, che a gennaio hanno mostrato un’accelerazione robusta. Gli indicatori di fiducia e l’attività nel settore terziario suggeriscono che il motore dei servizi è già in piena zona espansiva, sostenuto anche da una timida ripresa della fiducia delle famiglie. Per l'intero 2026, la dinamica prevalente per la manifattura italiana dovrebbe essere quella di un ritorno al segno positivo dopo tre anni di contrazione. Non si tratterà probabilmente di una crescita esplosiva, ma di un recupero parziale dei livelli persi, segnando l'inizio di un sentiero di crescita più stabile che potrebbe vedere sempre più settori uscire dalla zona di crisi. (riproduzione riservata)