
I tagli dei tassi di interesse sono alle porte, ma non bisogna affrettarli. È la via tracciata dalla Fed, dalla Bce e dalla BoE nelle riunioni di gennaio. E i mercati monetari si adeguano: fanno slittare in avanti le scommesse di una mossa espansiva. Nel caso della Fed ora la possibilità di un taglio a marzo è scontata solo al 30% rispetto al 60% precedente. Mossa rinviata a maggio. Di quanto? La maggioranza dice di 25 punti base, qualcuno di 50, per una sforbiciata complessiva di 141 punti base da qui a fine anno; 144 punti base nel caso della Bce che agirà prima, ad aprile. Ma i mercati hanno spesso un atteggiamento troppo ottimista sull’entità della riduzione del costo del denaro. Così chi è stanco di seguire un approccio «data dependent», se non vuole farsi trovare impreparato, può dare un’occhiata alle serie storiche per capire chi fra azioni, obbligazioni, liquidità e valute reagisce meglio a un taglio dei tassi.
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Ebbene, da un’analisi di Duncan Lamont, Cfa Head of Strategic Research di Schroders, sui rendimenti degli investimenti durante 22 cicli di riduzione dei tassi negli Stati Uniti, a partire dal 1928 (si veda la tabella in pagina), emerge che nei 12 mesi successivi all'inizio del taglio da parte della Fed il rendimento medio delle azioni Usa è stato dell'11% superiore all'inflazione. Le azioni hanno sovraperformato in media i titoli di Stato del 6% e le obbligazioni societarie del 5%. Inoltre, hanno battuto la liquidità in media del 9%. Anche le obbligazioni hanno fatto meglio della liquidità. «Questi rendimenti sono ancora più impressionanti se si considera che in 16 dei 22 cicli l'economia statunitense era già in recessione quando sono iniziati i tagli o vi è entrata entro 12 mesi», spiega Lamont, osservando che i rendimenti azionari sono stati migliori se si è evitata la recessione ma, anche in caso contrario, sono stati mediamente positivi.
«Gli investitori obbligazionari, invece, tendono a fare meglio in caso di recessione. La ragione è che di solito beneficiano dell'acquisto di beni rifugio, soprattutto titoli di Stato, che fa scendere i rendimenti e aumentare i prezzi dei bond», precisa l’esperto di Schroders. Mentre le obbligazioni societarie hanno sovraperformato i titoli di Stato, in media, nello scenario più roseo dal punto di vista economico. «Lo scenario che descrive i rendimenti storici è ampio sia per le azioni sia per le obbligazioni, ma entrambe hanno avuto la tendenza a performare in modo positivo quando la Fed ha iniziato a tagliare i tassi», conclude Lamont.
Invece, per il Vecchio Continente il team di ricerca di Cfo Sim ha individuato tre periodi di taglio dei tassi da parte della Bce negli ultimi 20 anni (cioè dall’introduzione dell’euro): 11 maggio 2001, 12 novembre 2008 e 9 novembre 2011. Nei 12 mesi successivi alla prima riduzione del costo del denaro hanno performato positivamente i titoli di Stato italiani, (+6,06%) e i bond corporate investment grade (+5,18%); viceversa hanno performato negativamente i bond corporate non-investment grade (high yield -14,43%), l’indice Ftse Mib di Piazza Affari (-16,72%) e la liquidità (-25,29%).
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È andata meglio per il listino milanese delle blue chip con il secondo taglio dei tassi (+8,76%) così come per i bond corporate investment grade (+16,16%) e soprattutto i non-investment grade (high yield, +63,04%). Stesso copione con il terzo taglio: Ftse Mib +7,33% e titoli di Stato italiani +17,90%.
Insomma, il 2024 potrebbe essere un anno positivo sia per gli investitori del mercato azionario sia per chi punterà sull’obbligazionario. «Anche la forza dei consumatori», sottolinea Anastasia Amoroso, Chief Investment Strategist a iCapital, «potrebbe aiutare le azioni europee a mantenere lo slancio positivo del 2023, dato che i settori incentrati sui consumi rappresentano il 21,2% del mercato azionario della regione. Inoltre, una potenziale ripresa della spesa dei consumatori potrebbe sostenere gli utili societari. Senza contare che con la riduzione dei tassi e la tendenza al ribasso dell'inflazione, le valutazioni dovrebbero aumentare. In effetti, sulla base della storia che risale al 1973, quando l'inflazione nominale scende tra l'1-2%, che è il livello di inflazione previsto dal consenso, il multiplo medio a termine per le azioni europee è pari a 15,7 volte, superiore al livello attuale di 13 volte».
Invece, nel mercato obbligazionario, in uno scenario di tassi ai massimi, la duration potrebbe trasformarsi da vento contrario a leggero vento portante con un carry sano che offre un’ampia protezione contro i rischi di ribasso. «Le nostre prospettive di rendimento», dichiara Alessandro Pellegrino, credit portfolio manager di Arcano Partners, «sono accompagnate da un’avvertenza: ci aspettiamo che la dispersione tra i migliori e i peggiori risultati aumenti in modo significativo, con le imprese prive di potere di determinazione dei prezzi e con un’eccessiva leva finanziaria che saranno maggiormente esposte a un deterioramento dei rating e dei fondamentali. I bilanci aziendali sono complessivamente sani», aggiunge l’esperto, «e le insolvenze aumenteranno ma solo moderatamente e in linea con le medie di lungo periodo». Per i portafogli del 2024 sarà, quindi, fondamentale essere pronti a raccogliere rendimenti elevati in un ambiente più volatile, proteggendoli da un eccesso di volatilità.
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Per questo Pellegrino suggerisce strumenti a tasso variabile: attività a più alto carry nel reddito fisso. In particolare, le strutture senior secured, che offrono una migliore protezione in caso di debolezza della crescita. Sovrappeso per i prestiti sindacati, gli Frn (floating rate note) e gli Ig Clo (collateralised loan obligation). Inoltre, consiglia le obbligazioni BB con duration media (si veda la tabella in pagina), scambiate ancora a forte sconto rispetto alla parità, con fondamentali in miglioramento e rischio di credito basso. In questo segmento, precisa l’esperto, «consigliamo un sovrappeso sia per le obbligazioni sia per gli ibridi. Inoltre, puntiamo sulle obbligazioni a duration breve con scadenze 2026 e 2027, scambiate a sconto, soprattutto nei settori difensivi. Ancora più della selezione settoriale, il 2024 è l’anno in cui sovrappesare le società generatrici di flussi di cassa, dato il contesto incerto a livello macro».
La Fed ha anche dato una spinta al dollaro, con l’euro sceso sotto 1,08 dollari. Come osserva Matthew Ryan, head of market strategy di Ebury, la reazione stereotipata del biglietto verde all'inizio di un ciclo di allentamento della Fed sarebbe una sua debolezza. Tuttavia, questo è tutt'altro che garantito, poiché gli investitori sono preoccupati per il ritmo dei tagli e l'entità dell'allentamento rispetto a quello già incorporato nel valore del tasso di cambio. Ryan è convinto che potremmo dover aspettare fino alle riunioni di maggio o giugno per l'inizio dei tagli. «Crediamo che questo avvio ritardato di un’inversione di politica monetaria potrebbe essere positivo per il dollaro nel breve termine, in particolare rispetto all'euro, poiché ci aspettiamo che la Bce inizi a ridurre i tassi già ad aprile, in gran parte a causa dello stato fragile dell'economia della zona», spiega Ryan. Detto ciò, «continuiamo a prevedere un cambio euro/dollaro più alto nel medio termine. Crediamo che la coppia di valute sia sottovalutata ai livelli attuali, mentre un restringimento delle performance economiche tra gli Stati Uniti e l'area euro dovrebbe sostenere la valuta comune. Con questo in mente, prevediamo un tasso di cambio euro/dollaro intorno al livello di 1,10 entro la fine del 2024 e di 1,14 fino alla fine del 2025». (riproduzione riservata)