Nella seconda era Trump, la politica commerciale degli Stati Uniti ha subito ha subito una torsione radicale: da misura difensiva a linguaggio del potere. I dazi, da strumenti di (presunto) riequilibrio economico, sono diventati leve di pressione geopolitica, inserendosi in un contesto di «globalizzazione selettiva» legata agli interessi nazionali di qualunque tipo essi siano: geopolitici, economici o tecnologici.
È una svolta epocale: i dazi 2.0 inaugurano una fase di «globalizzazione strategica» in cui il protezionismo muscolare di Trump si è manifestato con l’imposizione di tariffe su scala globale. Misure non hanno colpito solo la Cina, principale avversario commerciale, ma anche partner storici come Canada, Messico e Unione Europea.
L’obiettivo dichiarato era riequilibrare il deficit commerciale, ma la strategia sottostante è ben più ambiziosa: reperire risorse per abbassare le tassi agli americani riscrivendo le regole del commercio internazionale secondo una logica bilaterale e coercitiva. Il messaggio è chiaro: chi non si allinea agli interessi strategici di Washington rischia di essere escluso dal ricco mercato americano.
Una nuova visione che si inserisce in un mondo sempre più frammentato, dove la globalizzazione è sempre più una grande competizione tra grandi piattaforme economiche, finanziarie e tecnologiche. Uno scenario perfettamente rappresentato dal recente vertice della Shanghai cooperation organization (Sco), l’alleanza che riunisce Cina, Russia, India, Iran e Pakistan e altri cinque Paesi. Con oltre 3,4 miliardi di abitanti, la Sco rappresenta il 42% della popolazione mondiale anche se genera solo il 23,7% del pil globale e, guidata dalla Cina, promuove modelli di sviluppo alternativi, sistemi di pagamento indipendenti dal dollaro e una narrativa che sfida l’egemonia occidentale.
In questo quadro, i dazi diventano armi non convenzionali per colpire settori strategici del nemico, rallentare la sua crescita, influenzarne le scelte politiche. Questa strategia di Trump ha inaugurato una nuova grammatica del commercio internazionale, dove ogni dazio è un segnale geopolitico e la valutazione dei suoi impatti concreti non è più solo economica ma geostrategica.
Il commercio torna a essere un campo di confronto tra potenze come in passato. In altri termini, la competizione non si gioca più solo sulla crescita o sugli investimenti diretti esteri (Ide), ma viene riposizionata sulla capacità di condizionare le catene del valore globali, imponendo agli operatori finanziari e alle imprese una lettura strategica dei rischi, dove la politica doganale diventa un indicatore chiave della direzione dei mercati.
Per l’Europa, il dilemma è evidente: l’integrazione europea si basa sulle regole, non sui rapporti di forza. A causa della frammentazione politica e della conseguente incapacità strategica di fare piattaforma non riusciamo a sfruttare il nostro potere economico, anche perché la Commissione gestisce solo la politica commerciale, mentre la politica estera rimane prerogativa degli Stati membri. Una separazione che limita fortemente l’uso del commercio come strumento geopolitico. Ecco perché siamo di fronte a una ri-globalizzazione strategica che impone una nuova grammatica del potere: ogni scelta commerciale ha un significato politico, ogni dazio è un messaggio.
E mentre l’Europa fatica a trovare una posizione autonoma, schiacciata tra l’aggressività americana e l’espansione cinese, il mondo si avvia verso un Grande Gioco (forse) multipolare dove commercio e tecnologie non sono più terreni neutri, ma campi di battaglia senza confini tra piattaforme in cerca di affermare il proprio dominio geopolitico e la propria supremazia economica. (riproduzione riservata)
*presidente di Confassociazioni