Il grano c’è, ma non arriva. La guerra tra Russia e Ucraina, con gli attacchi reciproci sui terminal portuali nel Mar Nero e nel Mare d’Azov, hanno offuscato le previsioni di afflusso verso il Vecchio Continente. Da questi Paesi dipende un quarto delle esportazioni globali di grano e di grandi quantità di orzo, mais e olio di girasole. Ciò solleva il timore di un’ondata di inflazione alimentare in un contesto già piegato dai rialzi sui carburanti dovuti al conflitto in Medio Oriente.
Nell’ultima settimana la commodity agricola ha raggiunto il massimo da luglio 2023 a 7,67 dollari per bushel (l’unità di misura dei prodotti agricoli), balzando di quasi il 18% da inizio anno, con un’accelerazione del 16% solo ad agosto. «L’export dell’Ucraina, considerando la campagna agricola, è ai minimi degli ultimi dieci anni», spiega a Milano-Finanza Carlo Bevilacqua, responsabile marketing intelligence di Areté, società indipendente di ricerca, specializzata nei settori dell'agricoltura e del food. Già tra febbraio e maggio 2022, con l’invasione russa di Kiev, i prezzi di molte materie prime agricole erano schizzati verso l’alto: quell’anno i fondamentali del grano sono stati peggiori degli attuali.
«Gli eventi recenti hanno ridotto l’export da Russia e Ucraina del 7%», prosegue l’esperto, secondo il quale i fondamentali sono in peggioramento e la corsa del grano sta incorporando un premio per il rischio geopolitico. Contestualmente «questi due fattori vengono amplificati dalla componente speculativa finanziaria, soprattutto su Euronext Matif», il mercato europeo regolamentato dedicato alla negoziazione di contratti derivati sulle materie prime agricole. Da qui il disaccoppiamento dei prezzi tra i due Paesi belligeranti e il Vecchio Continente. «Da metà luglio a oggi i prezzi in Russia e Ucraina sono calati del 12%, perché il prodotto non riesce a essere esportato. In Europa nelle ultime due settimane sono aumentati del 7-10%», precisa Bevilacqua.
Di recente il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha parlato di tre o quattro navi al giorno in entrata e uscita dal porto di Odessa, affacciato sul Mar Nero, a indicare flussi insufficienti per mantenere operativo il corridoio commerciale. Le alternative attive via terra, nella migliore delle ipotesi, «possono coprire il 50%-55% della capacità di export del Mar Nero», indica Bevilacqua. A oggi non c’è ancora un’ipotesi di risoluzione. Areté ritiene che nel breve la volatilità rimarrà alta. Per altro «anche in caso di una normalizzazione delle esportazioni da Russia e Ucraina, ci aspettiamo un aumento da qui alla fine dell’anno del grano di un ulteriore 6-7%».
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Se la dinamica dovesse stabilizzarsi «il prezzo potrebbe tornare a scendere rispetto ai picchi raggiunti, ma a livelli simili a quelli attuali o leggermente inferiori».
Ma alla base della revisione al rialzo delle stime sul frumento da parte di Citi ci sono anche i rischi metereologici. Ultimo El Niño, fenomeno climatico che comporta il riscaldamento anomalo delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico centrale ed equatoriale. «L’Amministrazione nazionale oceanica e atmosferica degli Usa (NOAA) ha assegnato una probabilità superiore al 90% al verificarsi di un evento molto forte e una del 69% che, tra ottobre e dicembre, l’evento superi in intensità tutti gli episodi di El Niño registrati dal 1950», sottolinea Arkady Gevorkyan, analista di Citi.
Le materie maggiormente esposte sono olio di palma, caffè, riso, zucchero, cacao e grano. Perciò «alziamo la nostra previsione sul prezzo del grano a 3 mesi a 7,25 dollari per bushel e fissiamo l’obiettivo a 12 mesi a 7,75 dollari, poiché il grano rimane il cereale più esposto alla combinazione di rischi meteorologici e geopolitici».
Incluso nell’equazione c’è anche il mais: «Dopo che i prezzi sono aumentati a causa dei raccolti inferiori alla media negli Stati uniti, danneggiati dalle condizioni meteorologiche estive avverse», l’analista di Citi ha aumentato il target «a 3 mesi a 5,40 dollari per bushel e quello a 12 mesi a 5,90 dollari».
Nicole Vetisse, managing director di Neuberger, fa presente che, «in termini di volumi tra i 10 e i 20 milioni di tonnellate di grano russo potrebbero subire ritardi o essere escluse dal programma di esportazione di 46 milioni di tonnellate. Ciò equivale al 5-10% del commercio mondiale di grano». Dal lato ucraino le esportazioni di mais corrono un rischio simile, «con una quantità potenzialmente interessata tra 3 e 8 milioni di tonnellate su un programma di 22 milioni». Ciò significa, insieme alle condizioni prolungate di caldo e siccità durante la fase di maturazione del chicco, che l’Europa potrebbe perdere parte della propria riserva di approvvigionamento interno proprio nel momento in cui anche quello alternativo proveniente dal Mar Nero risulta limitato. I due shock, avverte Vetisse, si rafforzano a vicenda anziché compensarsi.
E per dare, infine, la misura di quanto possano essere ampie, ma soprattutto rapide, le variazioni dei prezzi delle commodity agricole, Bevilacqua ha segnalato la volatilità del cacao le cui quotazioni «sono passate da una media intorno alle 1.700-2.000 sterline a oltre 10.000 sterline al picco». (riproduzione riservata)