L’Europa rischia di essere inondata da una grande quantità di merci cinesi non più vendute negli Stati Uniti a causa dei dazi di Donald Trump. L’impatto inizia a farsi sentire per le aziende europee che devono affrontare la concorrenza di prodotti dalla Cina spesso avvantaggiati dagli ingenti sussidi pubblici di Pechino. La Cina ha una sovrapproduzione che non riesce ad assorbire nei confini nazionali a causa della debole domanda domestica.
Un ulteriore effetto di un forte afflusso di prodotti cinesi nell’Eurozona sarebbe la discesa dell’inflazione e l’allontanamento dall’obiettivo Bce del 2%. La Bce si aspetta che il carovita l’anno prossimo sia all’1,7%, prima di risalire all’1,9% nel 2027. Ma i dati potrebbero essere inferiori alle attese Bce se in Europa arriveranno molti prodotti cinesi a basso costo.
I dati mostrano una ricomposizione in corso dell’export cinese che nel complesso è salito dell’8,3% a settembre secondo l’ufficio di statistica di Pechino. Nel mese però le esportazioni della Cina verso gli Stati Uniti sono scese del 27%, mentre quelle verso l’Ue sono aumentate del 14%. Ancora maggiore è stata la crescita dell’export verso l’Italia (+30%).
Per depurare i dati dalle oscillazioni mensili, Unicredit ha calcolato che nei sei mesi tra aprile e settembre 2025 le esportazioni cinesi sono calate del 25% su base annua nei confronti degli Stati Uniti, mentre sono aumentate del 10% verso l’Europa e del 13% verso il resto dell’Asia.
Secondo Unicredit non si è ancora verificato un riorientamento insostenibile delle merci cinesi, ma «l’Europa deve restare vigile. Un dirottamento dell’export cinese verso l’Ue potrebbe verificarsi nei settori dei macchinari e dei beni di consumo di alto valore».
L’Europa potrebbe decidere contromisure ma il Vecchio Continente si trova in una posizione di debolezza a causa della forte apertura agli scambi internazionali e del peso dell’export sul pil. «Se l’Ue inasprisse eccessivamente le barriere alle importazioni e agli investimenti, Pechino potrebbe reagire», osserva Unicredit.
«Limitare l’accesso al mercato cinese e ridurre ulteriormente l’esportazione di minerali critici danneggerebbe i produttori europei. I leader Ue potrebbero agire in modo chirurgico ed evitare misure drastiche».
I limitati spazi di manovra per l’Europa sono apparsi con evidenza nella vicenda Nexperia. Sotto la pressione degli Stati Uniti, il governo olandese ha preso il controllo della società produttrice di semiconduttori con sede nei Paesi Bassi ma controllata dal gruppo cinese Wingtech, «una mossa senza precedenti da parte di un governo europeo», osserva Unicredit.
Questa mossa ha spinto Pechino a limitare le forniture di materie prime agli stabilimenti olandesi, scatenando l’allarme in tutta l’industria automobilistica europea.
L’Ue si è così trovata risucchiata nello scontro commerciale tra Usa e Cina, ma non ha molti strumenti per difendersi. Già nel 2018 una parte dell’export cinese è stato dirottato dagli Usa all’Europa: ora la storia potrebbe ripetersi in scala maggiore.
L’Unione sta pensando a dazi del 50% sull’acciaio e prepara misure per rispondere a restrizioni della Cina sulle terre rare. Ma molto dipenderà da un eventuale accordo tra Trump e Xi Jinping. Il presidente Usa ha parlato di aspettarsi «un buon accordo» con la Cina, dopo aver minacciato nei giorni scorsi dazi aggiuntivi del 100%. Pechino però sa di avere un punto di forza importante grazie al predominio nelle terre rare. (riproduzione riservata)