Il futuro di Acciaierie d’Italia appare, ancora un volta, tutto da riscrivere. E non solo perché il Tribunale di Milano ha imposto una revisione sostanziale dell’autorizzazione ambientale, né tanto meno perché Flacks Group - il fondo americano in trattative riservate per acquisire l’ex Ilva - ha chiesto uno scudo penale prima di procedere con il closing. Ma perché senza un acquirente certo e immediato, che garantisca un futuro solido al polo siderurgico, i finanziamenti attesi e approvati (dal Parlamento italiano e dalla Commissione Europea) restano congelati fino a data da destinarsi.
Naturalmente il governo Meloni non può permettersi uno scenario del genere. Da qui la richiesta che ogni incertezza sia presa in considerazione e calcolata, anche quella (neppure così remota) che con mister Flacks non vada liscia come previsto. In questa cornice si inserisce un colloquio tra i vertici della multinazionale indiana Jindal Steel e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso avvenuto a margine dell’AI Impact Summit il 19 febbraio in India.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, il viaggio a New Delhi del titolare del Mimit è stato infatti anche l’occasione per incontrare, lontano dai riflettori, Venkatesh Jindal e Naveen Jindal. Un breve incontro, tenuto fuori dalle agende ufficiali, durante il quale il gruppo indiano ha rinnovato l’interesse a entrare nella compagine sociale dell’ex Ilva. Dalla chiacchierata è seguita una lettera – arrivata in via Veneto il 21 febbraio – contenente una nuova proposta «per un futuro sostenibile» per il polo siderurgico italiano.
Le condizioni poste dagli indiani, però, non sono poche: il gruppo chiede al governo di mantenere la proprietà degli impianti a caldo di Taranto e delle centrali elettriche, per farsi invece carico dell’acquisizione e gestione dei laminatoi di Taranto e di altre località, tra cui Genova, Novi Ligure e i siti di Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera «nonché le concessioni dei porti di Taranto, Genova oltre alla proprietà o concessione di altre infrastrutture logistiche». Per modernizzare e potenziare gli impianti «di sua proprietà» Jindal promette investimenti fino a un miliardo di euro. Il Mimit ha declinato una richiesta di commento in merito.
Certo è che gran parte dell’attenzione del dicastero è rivolta alla situazione in cui verte l’ex Ilva dopo la sentenza del Tribunale milanese. «Siamo preoccupati», aveva dichiarato il ministro Urso, «la sentenza riscrive di fatto le regole del gioco sia per quanto riguarda la continuità produttiva e occupazionale degli stabilimenti, sia per il negoziato».
Non a caso dopo l’ultimatum dei giudici Flacks ha chiesto ai commissari «un’adeguata forma di tutela sul piano penale» per potare avanti il piano industriale. «Riteniamo essenziale che la questione sia affrontata nelle sedi istituzionali competenti quale parte integrante del complessivo flusso di lavoro dell’operazione», si legge nella missiva.
Nel pomeriggio di lunedì 2 marzo, secondo quanto risulta a questo giornale, si è svolto un primo confronto tra commissari e i rappresentanti del fondo per trovare un punto di incontro e non far saltare le trattative. Il governo Meloni, a inizio legislatura, aveva già introdotto delle tutele in relazione a crisi industriali complesse. Da capire se a Mister Falcks basteranno. (riproduzione riservata)