Il Big, Beautiful Bill, ovvero il disegno di legge di bilancio fortemente voluto da Donald Trump, è stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti entro il 4 luglio, proprio come aveva chiesto lo stesso capo della Casa Bianca. Alla fine solo due deputati repubblicani hanno votato contro. Una grande vittoria per Trump, una grande sconfitta per Elon Musk.
La rottura fra l’uomo più potente del mondo e quello più ricco si è consumata proprio a causa del Big, Beautiful Bill. In un post su X, il social di sua proprietà, il 3 giugno scorso Musk lo aveva definito un «disgustoso abominio», criticando aspramente il suo impatto sul deficit di bilancio degli Stati Uniti e ventilando l’ipotesi di fondare un nuovo partito di centro.
Non c’è da stupirsi delle critiche: Musk aveva ricevuto da Trump l’incarico temporaneo di guidare il Department of Government Efficiency (Doge), ovvero di tagliare gli sprechi dell’amministrazione americana, incarico lasciato lo scorso 29 maggio, come del resto previsto fin dall’inizio. Ora il Big Beautiful Bill aggiungerà 3.400 miliardi di dollari al deficit federale fino al 2034. Come dire che Musk ha lavorato per niente.
Ma soprattutto il Big, Beautiful Bll ha eliminato i sussidi per le auto elettriche a partire dal prossimo 30 settembre. La rimozione di questi incentivi, introdotti sotto l’amministrazione Obama, renderà i veicoli elettrici (Ev) più costosi, aumentando il divario di prezzo rispetto a quelli a benzina (circa 9.000 dollari per il nuovo e 2.000 dollari per l’usato, secondo Kelley Blue Book). Viene da sé che ora gli analisti prevedono un rallentamento delle vendite, con stime che indicano una riduzione di circa 8 milioni di Ev venduti entro il 2030 rispetto alle proiezioni precedenti, quasi dimezzando la loro quota di mercato dal 40% al 24% delle vendite di auto nuove.
Qualcuno potrebbe sospettare che Musk abbia fatto il matto nel tentativo di impedire che la parte del Big, Beautiful Bill che lo riguardava direttamente venisse approvata. Fatto sta che Trump ha risposto accusando Musk di essere «ingrato» e ha minacciato di tagliare non solo i sussidi alle auto elettriche (cosa puntualmente verificatasi) ma anche i contratti governativi con SpaceX (che nel 2024 ha ricevuto 3 miliardi di dollari di sovvenzioni dalle agenzie federali), colpendo così direttamente gli interessi del suo ex amico.
Lo scontro si è intensificato sui social, con Musk che ha a sua volta accusato Trump di essere citato nei file di Jeffrey Epstein (un newyorkese entrato nei circoli più élitari e in seguito arrestato e condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, morto suicida in carcere nel 2019) senza però fornire prove, suggerendo che questo sia il motivo per cui i documenti non sono stati resi pubblici. Trump ha ribattuto definendo Musk «pazzo» e insinuando problemi legati al consumo di droghe.
L’11 giugno Musk ha fatto un passo indietro, scusandosi pubblicamente su X per essere «andato troppo oltre» con alcuni post contro Trump, senza specificare quali. Le scuse sono state interpretate come un tentativo di allentare le tensioni, anche perché lo scontro ha avuto un impatto significativo: le azioni di Tesla hanno perso oltre 150 miliardi di dollari di capitalizzazione in un solo giorno. E dal 3 giugno al 3 luglio il titolo ha ceduto l’8,4% tra saliscendi notevoli.
Secondo alcune fonti, il vice presidente JD Vance avrebbe cercato di mediare fra i due litiganti, senza però ottenere risultati degni di nota, visto che dopo una breve tregua Musk è tornato a postare contro il Big, Beautiful Bill. Implacabile la replica del presidente degli Stati Uniti: «Senza sussidi, Elon probabilmente dovrebbe chiudere bottega e tornare a casa in Sudafrica». Nonostante la sconfitta subita alla Camera, venerdì 4, giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti, Musk è tornato a riproporre su X l’idea di fondare un nuovo partito, chiamato America Party.
La frattura con Trump sembra davvero insanabile. Ma a Musk conviene muovere guerra al presidente? Di certo Tesla non sta attraversando un buon periodo e questo indipendentemente dalle relazioni del suo ceo con il capo della Casa Bianca: nel secondo trimestre le vendite globali della casa produttrice di auto elettriche sono diminuite del 13,5% su base annua. Molti analisti di Wall Street, tra cui Adam Jonas di Morgan Stanley, sostengono che il business automobilistico di Tesla vale meno di 100 dollari per azione, quindi meno di un terzo rispetto al valore attuale del titolo, che giovedì 3 ha chiuso a 315,35 dollari.
Musk sta già prendendo provvedimenti. Infatti ha annunciato agli investitori di aver spostato il focus dell’azienda sui taxi a guida autonoma e sui robot umanoidi. Ma la domanda resta: l’imprenditore di origini sudafricane può davvero permettersi di tenere un atteggiamento di sfida nei confronti del presidente degli Stati Uniti? (riproduzione riservata)