Ancora una volta il futuro dell’ex Ilva passa da un’aula di tribunale. E ancora una volta la decisione della magistratura cambia i contorni della partita che si stava costruendo attorno allo stabilimento di Taranto. Questa volta, però, in nome del diritto alla salute. Un diritto che dal 1990 nel quartiere Tamburi non viene più esercitato.
La Corte d’Appello di Milano ha respinto l’istanza con cui i legali di Acciaierie d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria chiedevano ai giudici di fare un passo indietro sullo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento tarantino. Uno stop che, inevitabilmente, determina la fine della produzione da ciclo integrato e che era stato sentenziato, lo scorso 27 luglio, a fronte di un’accertata presenza di amianto e del mancato rispetto dei limiti sulle emissioni di polveri sottili.
Alla base della decisione c’è il reclamo presentato dall’associazione Genitori Tarantini, che ha portato davanti ai giudici il tema della compatibilità tra la prosecuzione dell’attività industriale e la tutela della salute della popolazione. Una questione che ha radici profonde e che ha portato le Nazioni Unite, nel 2022, a inserire la città tra le trenta «zone di sacrificio» del pianeta: territori nei quali l’inquinamento e i suoi effetti sulla salute vengono accettati in nome dello sviluppo economico, rendendo di fatto sacrificabili le comunità che vi abitano.
Per troppo tempo la vicenda dell’ex Ilva è stata raccontata come scontro tra chi difendeva l’ambiente e chi difendeva il lavoro. I giudici di Milano hanno cambiato la narrazione: «Il bilanciamento tra i contrapposti interessi» costituzionali «non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute». La Corte d’Appello ha stabilito che «nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo».
L’arbitro, però, non ha fischiato. La partita non è finita, va solo giocata su un campo diverso: quello della riconversione industriale. Se il ciclo integrato non può proseguire nelle condizioni attuali, il passaggio ai forni elettrici alimentati da Dri (preridrotto) diventa il percorso su cui costruire il futuro del polo siderurgico nazionale. Ed è qui che si trova il secondo grande nodo, quello degli esuberi.
La transizione non riguarda soltanto gli impianti, ma anche le persone che oggi lavorano nell’area a caldo e nell’indotto. Le organizzazioni sindacali hanno chiesto al governo di non trasformare la riconversione in una lunga stazione di cassa integrazione e licenziamenti. Il governo ha aperto un tavolo permanente sull’area di Taranto e la premier Giorgia Meloni ha garantito che verrà riconvocato ancora: primo appuntamento martedì 15 settembre. Resta, infine, la partita delle offerte. Della vendita, del nuovo proprietario.
I colloqui tra la cordata italiana, composta da 14 aziende sotto la regia di Federacciai, e l’esecutivo sono serrati: il sottosegretario Alfredo Mantovano, durante l’ultima cabina di regia a Palazzo Chigi, non ha escluso «una partecipazione pubblica nell’ex Ilva, purché sia presentato un piano industriale solido e credibile». Una soluzione che, naturalmente, è ancora tutta da definire. La premier Meloni ha definito l’ex Ilva «uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore». La Corte d’Appello ha indicato il limite oltre il quale non si può andare. Ora tocca alla politica e all’industria decidere cosa costruire. (riproduzione riservata)