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Dazi Usa al 30% sulla Ue dal 1° agosto: le 16 azioni italiane più a rischio
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Dazi Usa al 30% sulla Ue dal 1° agosto: le 16 azioni italiane più a rischio

14 luglio 2025, 10:26 Ultimo aggiornamento: 18:41

L’annuncio di Donald Trump rappresenta una nuova escalation nelle tensioni commerciali, ma lascia aperta la porta a un possibile accordo. Ubs, Equita, Banca Akros analizzano i settori e i titoli più a rischio e l’impatto negativo sull’ebit delle aziende

Nuovo schiaffo di Donald Trump all’Ue. Nel fine settimana il presidente statunitense ha annunciato l'introduzione di dazi del 30% sulle importazioni dall’Unione Europea e dal Messico, a partire dal 1° agosto, qualora i negoziati in corso non portino a termini migliori per gli Stati Uniti. L’annuncio rappresenta una nuova escalation nelle tensioni commerciali, ma lascia aperta la porta a un possibile accordo, come già avvenuto lo scorso aprile, quando dazi iniziali del 20% furono poi ridotti al 10%.

La risposta dell’Ue ai dazi di Trump

L’Ue sta valutando contromisure, mentre gli Usa chiedono un maggior accesso al mercato europeo. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato domenica che l'applicazione dei dazi su 21 miliardi di euro di esportazioni annuali statunitensi verso l'Ue — tra cui pollo, motociclette e abbigliamento — che sarebbe dovuta entrare in vigore il 15 luglio, sarà sospesa fino a inizio agosto. «Abbiamo sempre detto chiaramente che preferiamo una soluzione negoziata con gli Stati Uniti. Questo rimane il nostro obiettivo», ha affermato.

L’impatto sul pil...

Se applicati, i nuovi dazi porterebbero l’aliquota effettiva sulle importazioni Usa dal 15% a oltre il 20%, con un impatto sul pil dell’area euro oltre il -0,5%. Gli Stati Uniti, fa presente l’Equity Research Team di Banca Akros, sono il principale partner commerciale dell’Ue per quanto riguarda le esportazioni (20,6% del totale delle esportazioni Ue, davanti al Regno Unito con il 13,2% e alla Cina con l’8,3%, fonte Eurostat) e il secondo più grande per le importazioni (13,7% del totale delle importazioni Ue, dietro alla Cina con il 21,3% e davanti al Regno Unito con il 6,8%, fonte Eurostat).

In particolare, per le azioni europee, Dean Turner, economista di Ubs, ritiene che l’impatto diretto dei dazi tra Usa e Ue sia gestibile, poiché la maggior parte del 25% dei ricavi delle società europee generati negli Stati Uniti proviene da servizi non colpiti o da beni prodotti localmente. «Del 5-10% dei ricavi delle aziende europee che potrebbero essere interessati, una parte significativa riguarda le società farmaceutiche, che non sono coinvolte in questa specifica escalation. Pertanto, ci aspettiamo un impatto diretto sugli utili nell’ordine di una singola bassa cifra percentuale», valuta Turner.

Tuttavia, l’impatto indiretto legato a un indebolimento dell’economia globale rappresenta un rischio maggiore, dato il carattere ciclico delle azioni europee. «Questa incertezza può pesare sulle azioni europee nel breve termine, ma riteniamo che gli investitori possano rapidamente superare queste preoccupazioni. Per questo motivo, consigliamo di sfruttare eventuali ribassi come opportunità per entrare gradualmente nei titoli europei di alta qualità, beneficiari degli sviluppi politici positivi in Europa e in opportunità di trasformazione che possano sostenere i settori industriali e It europei», suggerisce l’esperto di Ubs.

...sul cambio euro/dollaro

Passando alle valute, è probabile che l’incertezza nel breve termine continui a sostenere le valute rifugio percepite come più sicure e le materie prime, come il franco svizzero (e in parte lo yen giapponese) e l’oro, rispetto al dollaro Usa. «Anche se è difficile prevedere la reazione del mercato nel breve, le prospettive di una crescita più debole negli Stati Uniti e il margine della Fed per tagliare i tassi d’interesse favoriscono un indebolimento del dollaro. Di conseguenza, riteniamo opportuno sfruttare eventuali ribassi dell’euro/dollaro per posizionarci in vista di un movimento del tasso di cambio verso 1,20 o oltre nei prossimi trimestri», consiglia Turner.

E sui settori in Europa

«Le principali categorie di esportazioni dell’Ue verso gli Usa sono farmaceutici, veicoli stradali e prodotti industriali, mentre per quanto riguarda le importazioni dagli Usa verso l’Ue, le categorie principali sono prodotti petroliferi, farmaceutici e macchinari per la generazione di elettricità», precisa Banca Akros, secondo cui tra le aziende con la maggior esposizione agli Stati uniti con un modello di business basato sull’importazione ci sono: Stm (azione coperta con un rating neutral), Stellantis (neutral), Brunello Cucinelli (buy), Campari (buy), Ferrari (neutral), Pirelli (neutral); invece tra quelle con un’esposizione elevata agli Usa ma principalmente legata alla produzione locale ci sono Tenaris (buy), Diasorin (buy), Buzzi (neutral) e Prysmian (buy).

Le azioni italiane più a rischio

La notizia, dunque, conferma che le tensioni commerciali restano elevate. Così anche se Luigi De Bellis, responsabile research team di Equita, mantiene una visione moderatamente positiva sull’azionario, sostenuta da diversi fattori: il forte piano fiscale tedesco, il supporto continuo delle politiche monetarie e fiscali espansive, ha analizzato gli impatti potenziali a livello settoriale e sui singoli titoli:

Lusso e consumi: dazi aggiuntivi del 10% potrebbero essere assorbiti con incrementi dei prezzi del 2–3%, ma aumenti ulteriori diventano difficili. La più esposta è Brunello Cucinelli (34% dei ricavi in Usa), meno Moncler (12%) e Campari (3% l’impatto stimato sull’ebit). Quest’ultima è esposta anche all’import di Tequila dal Messico agli Stati Uniti, prodotto però incluso nell’accordo Usmca.

«Nella guidance 2025, il gruppo Campari ha indicato un impatto annualizzato potenziale di circa 50 milioni da dazi del 25%, escludendo misure di mitigazione. nella trimestrale, ha aggiunto che dazi del 20% sulle importazioni da Ue e Giamaica potrebbero impattare l’ebit 2025 per circa 25 milioni. Le nostre stime includono impatti annualizzati per circa 40 milioni, ovvero 30 milioni per il 2025, escludendo misure di mitigazioni. L’ad ha affermato che le azioni di mitigazione dipenderanno anche dalle mosse dei concorrenti sui prezzi», sottolinea Mediobanca Research.

Più in dettaglio, EssilorLuxottica esporta il 55% in valore delle montature dall’Europa. Dazi del 10% implicherebbero 65 milioni di extra costi (1,5% dell’ebit), da assorbire con un +2% sui prezzi. Nel caso di Safilo l’impatto sarebbe minore (circa 1 milione, 1-2% dell’ebit) in quanto solo un 10% delle montature arriva dall’Ue. Quanto a Technogym è possibile un impatto sull’ebit «low-mid single digit» in assenza di adeguamenti dei prezzi.

Auto: già soggetto a dazi del 25%, ma con una quota di import dall’Europa limitata tranne Ferrari (produzione al 100% in Italia), che comunque per Equita è in grado di compensare anche un eventuale ulteriore incremento.

Farmaceutico: sotto minaccia (dazi al 200%?), ma per ora escluso. I farmaci per malattie rare dovrebbero restare fuori dalle misure, come indicato nel Big Beautiful Bill, quindi Recordati non subirebbe impatti negativi.

Semiconduttori: sotto minaccia, ma per ora esclusi. Stm esporta un 16% dei ricavi Usa. Dazi del 10% implicherebbero fino a 80 milioni di costi (5% dell’ebit 2026), ma va verificata l’effettiva esenzione su alcuni prodotti. E Technoprobe un 15-20% (con dazi a carico del cliente in prima battuta). Dazi del 10% assorbiti  dalle aziende impatterebbero per un 4% circa sull’ebit 2026, ha stimato Equita.

Petroliferi: i dazi sono generalmente negativi per le implicazioni legate al rallentamento del pil, ma Trump starebbe per annunciare misure contro la Russia che dovrebbero sostenere il prezzo del Brent alla luce dell'incremento delle tensioni geopolitiche.

Industriali: circa il 25% dei ricavi di Interpump è negli Usa, con un 30% derivante dai prodotti importati dall’Europa. Dazi del 10% implicherebbero extra costi per 8 milioni (2,5% dell’ebit). Nel caso di Danieli il 20-25% del fatturato della divisione plant making è destinato agli Usa, ma la produzione è in larga parte europea, quindi l’impatto è potenzialmente rilevante sui costi degli impianti venduti negli Stati Uniti.

Dal 3 giugno gli Usa hanno raddoppiato al 50% i dazi su acciaio e alluminio importati da tutti i Paesi. Gli Stati Uniti rappresentano circa il 10% delle vendite totali del gruppo, quasi esclusivamente nel business impiantistico. Secondo la società (comunicato sui conti del primo semestre), l’impatto potenziale sarebbe più legato alla perdita di opportunità future che a costi straordinari su progetti esistenti, già coperti, fa presente Mediobanca Research. «I dazi potrebbero spingere i prezzi dell’acciaio in Ue (per effetto di esportazioni deviate dagli Usa), con impatti sul business siderurgico, mentre nel medio termine i produttori americani potrebbero aumentare la produzione domestica, a vantaggio del business impiantistico», prevede la banca d’affari.

Quanto a De’ Longhi l’8% delle vendite del gruppo è da import Ue (caffè) in Usa. Nel 2024, ricorda Mediobanca Research, circa metà della produzione destinata agli Usa proveniva dalla Cina, il resto dall’Europa. Nella conference call sui conti del primo trimestre, il management ha indicato un impatto complessivo di circa 15 milioni sull’ebitda 2025 da dazi Usa sulle importazioni, considerando anche misure di mitigazione.

«Questo si basa sull’ipotesi del mantenimento dazi del 10% per il secondo semestre dell’anno. Il gruppo si è finora concentrato sulla diversificazione della supply chain e su aumenti selettivi dei prezzi per compensare i dazi, ma in caso di ulteriori aumenti tariffari, sarebbero necessari ulteriori aumenti dei prezzi negli Usa», prevede Mediobanca Research. «La capacità di trasferire i costi dipenderà dalla tenuta della domanda nel mercato statunitense».

Comunque, l’impatto potenziale sull’ebitda è contenuto: low-mid single digit, anche perché i concorrenti sono nelle stesse condizioni, sostiene Equita. Inoltre, circa il 30% dei ricavi di EuroGroup Laminations proviene dagli Stati Uniti, principalmente da stabilimenti in Messico, il resto da impianti sul suolo americano. I prodotti sono conformi all’Usmca. Il gruppo potrebbe spostare parte della produzione messicana negli Usa, ipotizza Mediobanca Research, se necessario e la concorrenza locale è limitata nei mercati di riferimento. Con i risultati del primo trimestre, EuroGroup Laminations ha confermato la guidance 2025: ricavi +10% anno su anno, margine ebitda adjusted al 12%, capex di circa 70 milioni e free cash flow operativo positivo. 

Mentre gli Stati Uniti rappresentano oltre il 45% dei ricavi di Fila. Tuttavia, il gruppo è ben protetto contro i dazi grazie a una produzione locale che copre il 70% dei prodotti venduti negli States, con un ulteriore 15-20% proveniente da Europa e Messico, puntualizza Medipobanca Research. I dazi possono rappresentare un elemento marginalmente negativo, ma gestibile grazie all’anticipo degli stock per la campagna Back-to-School e all’aumento prezzi negli Usa già avviato ad aprile. «Non vediamo al momento i dazi come un rischio per la guidance di un free cash flow annuale tra 40 e 50 milioni», conclude Mediobanca Research.

Infine, Gvs: circa il 50% dei ricavi è negli Stati Uniti, ma con produzione in parte in Messico e in misura molto ridotta dall’Europa. Se l’esenzione Usmca resta valida, l’impatto dal Messico sarebbe nullo. (riproduzione riservata)



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