Il Data Act (Regolamento Ue 2023/2854), entrato in vigore lo scorso settembre, si pone l’obiettivo di introdurre regole in un mercato dei dati in continua espansione, sempre più complesso, favorendo la creazione di un terreno stabile e in ordine su cui operare.
Il regolatore, con l’introduzione di questa nuova normativa, cerca in questo modo di istituire un mercato unico dei dati per superare le barriere.
Ma siamo sicuri che queste barriere esistano? Che innestare un set così ampio e articolato di regole in un ambito che stava già funzionando autonomamente sia la scelta più efficace? Siamo certi che l’eccesso di regolamentazione faccia bene trasversalmente a tutti i settori? Non si rischia, nell’intento di garantire equilibrio ove l’equilibrio già c’è, di intervenire eccessivamente su alcuni mercati che hanno già trovato un proprio assetto naturale, in rapida maturazione e soprattutto funzionanti?
È come voler aggiustare qualcosa che funziona già. E intanto invece di colmare il divario competitivo con Stati Uniti e Cina (ecosistemi regolati ma non ingessati) rischiamo di indebolire ulteriormente la capacità innovativa dell’Europa.
Prendiamo il caso dell’automotive, dove peraltro io opero e che può considerarsi emblematico alla luce di queste dinamiche. È considerato un comparto chiave vista la maturità del processo di digitalizzazione che lo sta attraversando, ma anche la complessità delle implicazioni tecniche alla luce della nuova regolamentazione.
Ragion per cui la stessa Commissione per normarlo ha fornito contestualmente una guida dedicata agli operatori del settore automobilistico per aiutarli a implementare il capitolo II del Data Act.
Il business dei dati nel settore automotive si è già particolarmente sviluppato negli ultimi anni, con un giro d’affari importante, numerosi attori e player di primaria importanza coinvolti. Abbiamo assistito al classico fenomeno di autoregolamentazione dei mercati: le soluzioni tecnologiche si sono consolidate in modo spontaneo, ancorché non senza fatica, durante alcuni anni. Il ruolo di ogni soggetto che partecipa alla catena del valore si è quindi definito in linea con le necessità di chi compra e investe, ovvero il mercato.
Poi, grazie alle strategie dei fornitori, alle capacità tecnologiche e collaborative, ma soprattutto alle dinamiche di domanda e offerta che hanno portato a un equilibrio tra prezzi e condizioni commerciali, si è raggiunta una sintesi virtuosa di tutti gli elementi citati in precedenza. In poche parole: si tratta di una sana espansione del mercato, solida e ancor più promettente. In questo contesto, introdurre un livello ulteriore di regolamentazione rischia di alterare ciò che si è evoluto in maniera organica e sostenibile.
Alla luce di ciò considero un’ingerenza alle regole del mercato il fatto che il Data Act europeo stabilisce che se un'impresa, in un contesto di scambio di dati, richiede un corrispettivo per la messa a disposizione di dati generati da prodotti e servizi, tale prezzo deve rientrare nella categoria del «prezzo ragionevole». Un principio che appare non privo di possibili divergenze di valutazione e conseguenze sulle dinamiche del mercato, poiché il prezzo per sua natura è il risultato dell’incontro tra domanda e offerta, non di una definizione istituzionale.
Già oggi praticamente tutti gli Oem hanno messo a disposizione i propri data stream attraverso modelli commerciali, chi più e chi meno variegati e competitivi, operando investimenti per trovare convenienza nel generare nuove fonti di ricavo. L’obbligatorietà prevista dal Data Act e, soprattutto, l’idea di una determinazione «equa» del prezzo rischiano invece di irrigidire un mercato che si è autoregolato con successo.
Infine ci sono ostacoli legati all’attuale stato dell’arte dell’ecosistema legato ai dati nel settore automotive. È vero che si tratta di un ecosistema di dati frammentato, in cui ciascun costruttore utilizza formati e piattaforme proprie che non sempre dialogano tra loro. Inoltre, molti modelli più datati richiedono dispositivi aggiuntivi per poter raccogliere dati di base.
Questo mosaico digitale rende complessa la creazione di servizi multimarca, ma il mercato ha già individuato soluzioni efficaci che, nonostante le difficoltà, garantiscono l’omogeneità dei dati e dei servizi per tutti gli utenti. Già oggi il fruitore è disposto a corrispondere un giusto prezzo, che non è una definizione astratta e opinabile ma significa semplicemente che è riconosciuto da chi mette i soldi come adeguato al valore che riceve. (riproduzione riservata)
*ceo di Targa Telematics