Il mercato delle stablecoin è oggi dominato da emittenti non europei (Tether e Circle) che promettono di ancorare il valore delle loro criptoattività al dollaro. Il 99% del mercato è legato alla valuta americana.
Per gli Stati Uniti ci sono grandi vantaggi. I cittadini europei che comprano stablecoin come quelle di Tether e Circle incentivano la dollarizzazione del sistema finanziario (in un momento in cui la moneta Usa è in difficoltà per le politiche di Donald Trump) e finanziano indirettamente il Tesoro degli Stati Uniti perché gran parte delle riserve sono in titoli di Stato americani.
Il Genius Act ha puntato tutto sulle stablecoin, anche per interessi personali di Trump, addirittura vietando l’emissione di un dollaro digitale da parte della Fed. Allo stesso tempo, con un evidente paradosso, il testo legislativo ha permesso agli emittenti di stablecoin di depositare le riserve alla banca centrale: così di fatto gli Usa consentono di creare un dollaro digitale ibrido la cui distribuzione è affidata a privati.
Peraltro chi compra stablecoin deve fidarsi che questi strumenti siano davvero «stable». Già in passato è accaduto che non sia stata garantita la parità con il dollaro. Basti pensare al caso di TerraUsd. Ma sono scese sotto il valore di un dollaro anche Tether (maggio 2022) e Circle (marzo 2023).
In caso di sfiducia su alcuni emittenti (tra l’altro non sempre trasparenti su bilanci e riserve) potrebbe partire una corsa al rimborso per miliardi di dollari, con possibili perdite per gli individui e contagio al sistema finanziario tradizionale.
Perciò molti hanno ipotizzato una crisi come quella dei subprime, ma stavolta causata dalle cripto. La regolamentazione Usa in particolare dà meno garanzie di quella europea.
La Commissione Ue rischia un autogol se consentirà le emissioni multiple di una stessa stablecoin nell’Unione e in Paesi terzi.
L’Europa può essere colpita in modo significativo. I rischi sono stati evidenziati da Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo Bce, nell’intervista su Milano Finanza del 27 settembre: «L’acquisto di stablecoin in dollari implica con tutta probabilità il trasferimento di depositi dalle banche europee a quelle americane».
Se una stablecoin in dollari si diffondesse in Europa, gli istituti avrebbero meno liquidità e ci sarebbero minori risorse per il credito.
Cipollone ha osservato che «la vera competizione per le banche viene da attori emergenti come stablecoin e Big Tech, non dalla Bce» con l’euro digitale.
In un momento di stress finanziario, una grande quantità di denaro potrebbe essere convertita in stablecoin e criptoattività che, a differenza dell’euro digitale, non hanno tetto massimo di detenzione per persona.
Recenti analisi di Francoforte hanno mostrato che un eventuale massimo di 3 mila euro per cittadino non avrebbe effetti significativi per le banche, neppure in casi estremi. Ma lo stesso non potrebbe dirsi in caso di fuga senza limiti verso stablecoin e cripto.
In questo quadro è emersa una novità in Europa. Nove banche si sono aggregate per creare una stablecoin legata all’euro. Si tratta di Unicredit, Ing, Banca Sella, Kbc, Danske Bank, DekaBank, Seb, CaixaBank e Raiffeisen Bank.
Lo strumento avrà caratteristiche differenti rispetto alle stablecoin in dollari, e non solo per il legame con la moneta unica.
Gli emittenti saranno banche vigilate dalla Bce che seguiranno i requisiti delle normative antiriciclaggio e quelli più stringenti del regolamento Ue (noto come Micar). Ciò vuol dire che almeno il 30% delle riserve sarà in banche europee e la parte restante in titoli di Stato Ue (la Bce non consente il deposito in banca centrale).
La stablecoin in euro, secondo il piano degli istituti, partirà nella seconda metà del 2026 e dovrebbe servire soprattutto come mezzo di pagamento cross-border, in grado di sfruttare i vantaggi della blockchain su tempi e costi.
Un ulteriore ambito sarebbe l’acquisto di strumenti finanziari tokenizzati, come bond di aziende. La stablecoin sarebbe rivolta soprattutto al mondo corporate e utilizzerebbe le principali blockchain (per esempio Ethereum e Solana).
Si valuterà anche l’uso tra persone, legato soprattutto agli investimenti in altre cripto.
Finora le stablecoin in euro non hanno riscosso grande successo, ma le banche si stanno muovendo anche in una logica difensiva, per evitare di essere superate dal mercato.
Un rischio è quello di frammentazione, con una stablecoin per ogni banca. Il consorzio dei nove gruppi potrebbe perciò allargarsi anche ad altri istituti.
La Bce non ha espresso particolari timori sulle stablecoin in euro: il governatore francese Villeroy le ha anche auspicate.
Di certo il progetto è complementare, non alternativo, all’euro digitale, che avrà tecnologia e caratteristiche differenti e potrebbe diventare realtà da metà 2029. (riproduzione riservata)