Settore strategico su cui si è aperto il fronte del consolidamento; alti investimenti richiesti per diffondere il 5G e, in futuro, il 6G; diffusione dell’infrastruttura fissa in fibra ottica in fase di completamento, anche se con velocità diverse da Stato a Stato e le tempistiche dello switch-off del rame ancora da valutare; eventuale riordino del mercato delle frequenze. Essere un operatore di telecomunicazioni in Europa nel 2025, con queste premesse e incertezze tecniche, economiche e normative, non è un lavoro semplice. Anche perché nel frattempo è diventato sempre più centrale, per tutti, tenere sotto controllo la leva finanziaria, con il debito netto che ormai viaggia nettamente al di sotto di 3 volte l’ebitda after lease, per far fronte a un settore che da anni vede una contrazione delle sue potenzialità economiche.
In Italia Tim sta proseguendo nel suo percorso di trasformazione e si avvicina a grandi passi al ritorno all’utile (perdite per soli 132 milioni nel primo semestre) dopo la cessione della rete a Fibercop. Una mossa fortemente voluta dall’ad Pietro Labriola per abbattere il debito e regalare una nuova prospettiva al gruppo. Ora Tim, conclusa la cessione di Sparkle, si appresta a diventare l’operatore meno indebitato d’Europa con Orange, con il rapporto tra debito netto ed ebitda after lease più basso del settore a 1,9 volte. In base alle proiezioni di piano industriale, a fine 2027 la leva si abbasserà a 1,3 volte, con l’impegno del management di mantenerla in ogni caso entro le 1,7 volte.
Il mercato domestico italiano è cambiato pochi mesi fa con il closing tra Fastweb e Vodafone Italia, centrale nella strategia di due grandi gruppi stranieri: Swisscom e, appunto, Vodafone. L’operatore elvetico ha effettuato l’operazione diventando un vero e proprio concorrente di Tim in Italia, dove è guidata dall’ad Walter Renna, e sta affrontando i normali dolori di crescita e integrazione, con fatturato e margini in leggero calo rispetto ai pro-forma e sinergie da 600 milioni di euro all’anno ancora da mettere a terra. La volontà di salire di stazza è stata pagata con un incremento della leva finanziaria a 2,4 volte.
Al contrario Vodafone è giunta al termine del suo percorso di ristrutturazione, con la cessione di Spagna, Italia e il 10% di Vantage Towers, e all’operazione di fusione con Three in Gran Bretagna. Grazie ai 13,3 miliardi incassati, l’operatore guidato dall'italiana Margherita Della Valle ha ridotto il debito sotto i 22,5 miliardi e ha una leva nuovamente in pieno pienamente sotto controllo. Sul fronte del business, l’ultimo set di risultati ha lanciato ottimismo sul ritorno alla crescita nel suo mercato principale, la Germania.
Proprio in Germania c’è l’operatore più solido d’Europa, Deutsche Telekom, anche se con il paradosso ormai consolidato per cui a garantirne lo status di più ricca del reame è la controllata americana T-Mobile. Non a caso dopo gli ultimi risultati a far pagare momentaneamente dazio al titolo è stato il mercato domestico, dove i ricavi sono calati dell’1,3%. Il debito e la leva non sono temi all’ordine del giorno per il colosso tedesco, che stima oltre 45 miliardi di ebitda e un free cash flow di 20 miliardi per il 2025.
Francia e Spagna stanno vivendo un momento di profondo rinnovamento e in entrambi i Paesi ci sono rumors di un possibile consolidamento, con una riduzione degli operatori infrastrutturati da 4 a 3. Orange è potenzialmente impegnato su entrambi i fronti, forte di un'ebitda in crescita grazie a performance di livello sia internamente sia all’estero (Africa e Medio Oriente) e una leva finanziaria top di gamma, la più bassa insieme a quella di Tim. Nel mercato domestico ha aperto alla possibilità di partecipare allo spezzatino di Sfr insieme agli altri operatori, legata a doppio filo con l’accordo della controllante Altice per ridurre il debito. In Spagna, invece, ha già unito le forze con MasMovil formando il leader di mercato MasOrange, ma viene indicata dai rumors come potenzialmente interessata a Vodafone Spagna, ora in mano a Zegona.
L’avversaria potrebbe essere la Movistar di Telefonica, che sta mettendo in atto un piano di dismissioni in America Latina per ridurre il debito e la leva finanziaria, tra le più altre delle big del settore europee quotate, tramite l’uscita dall’Argentina (a febbraio 2025 per 1,25 miliardi di dollari) e dal Messico (trattative esclusive per oltre 500 milioni di euro).In Gran Bretagna, infine, Bt Group sta lavorando per resistere al leggero declino di ricavi e margini in attesa di poter beneficiare indirettamente del consolidamento avvenuto tra Vodafone e Three, mantenendo allo stesso tempo ampiamente sotto controllo il rapporto tra debiti e margini.
Nel resto d’Europa la situazione non è molto diversa. Telia, leader in Svezia, si poggia su una situazione finanziaria molto solida, con l’ultima semestrale che ha mostrato un incremento dell’adjusted ebitda di quasi il 9% e il debito in calo intorno a 1,5 miliardi. La norvegese Telenor, che opera nei mercati scandinavi, ha alzato la guidance per il 2025 forte di un incremento dell’ebitda del 12,5% nel solo secondo trimestre grazie a ottime performance nel mercato domestico. Va segnalato che il gruppo ha praticamente dimezzato l’indebitamento nel giro degli ultimi 5 anni.
Scenario in miglioramento anche per l’olandese Kpn, che sta beneficiando dello spin-off delle torri nella società Althio avviata ufficialmente a febbraio 2025 e partecipata dal fondo pensione Abp: così la leva finanziaria è intorno a 2,5 volte, ben al di sotto del target di 3.
Chi si trova in una situazione più complicata dal punto di vista del debito è Proximus, incumbent del Belgio, che secondo Morningstar ha «poche possibilità» di ridurre l’indebitamento in modo organico visti gli investimenti richiesti per completare la rete in fibra ottica, trovandosi così in una situazione finanziaria di maggiore pressione. (riproduzione riservata)