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Azioni, chi vince la guerra e batte le crisi? Ecco i titoli cresciuti di più in due anni. E che non temono un ritorno di Trump
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Azioni, chi vince la guerra e batte le crisi? Ecco i titoli cresciuti di più in due anni. E che non temono un ritorno di Trump

16 febbraio 2024, 19:00 Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2024, 09:03

A due anni dallo scoppio della guerra in Ucraina, il Ftse Mib Total Return è cresciuto del 34%. Azioni come Leonardo hanno triplicato il valore, Unicredit è più che raddoppiata. Ecco come guadagnare ancora in attesa del (possibile) ritorno di Trump   | Banche, dividendi al raddoppio: chi premia meglio gli azionisti (con rendimenti dal 5% al 13%) e straccia i Btp - LA CLASSIFICA | Russia, ecco la Putinomics spiegata dallo stesso Putin

Sono trascorsi due anni dallo scoppio della guerra in Ucraina e le borse, dopo un crollo iniziale, si sono riprese piuttosto bene. Il Ftse Mib Total Return, che calcola anche i dividendi, è salito del +34% mentre lo spread fra Btp e Bund decennale è sceso dai 250 punti di settembre 2022 ai 150 attuali. Tre titoli hanno registrato una crescita compresa fra il 190% e il 103% (Leonardo, Unicredit e Brunello Cucinelli), con il gruppo della difesa italiano che è triplicato di valore. Ferrari è salita del 97%, Bper Banca del 77%, Buzzi del 67%, Prysmian del 53%, Banco Bpm del 47%. Lo stesso non si può dire delle pmi presenti nello Star, visto che l’indice da allora ha perso il 10%, per non parlare delle società più piccole dell’Egm, in rosso per il 19% nei due anni di guerra. In generale è andato bene il settore della Difesa e quello delle banche, queste ultime favorite dal rialzo dei tassi causato a sua volta dall’inflazione derivante in parte anche dalla guerra. Sono scesi, invece, i titoli industriali più piccoli che soffrono il costo alto del denaro e la mancanza di liquidità in borsa con i disinvenstimenti dai fondi Pir.

Se negli ultimi mesi il fattore Ucraina pareva finito in secondo piano a causa dello scoppio della guerra in Israele, con il ritorno di Donald Trump sulla scena politica mondiale, in piena campagna per le presidenziali Usa, il tema guerra è tornato forte. Primo perché Trump ha avvisato i membri della Nato che gli Usa non intendono stare accanto a chi non investe almeno il 2% del pil, in secondo luogo Trump è storicamente vicino a Putin. Facendo così presagire all’Europa che rischia di trovarsi da sola a difendere l’Ucraina. Venerdì 16 febbraio, poi, con un comunicato laconico, la Russia ha reso noto che Alexei Navalny, il maggiore oppositore di Putin, è morto all’improvviso in detenzione dopo una passeggiata. Nello stesso giorno, il Financial Times scriveva, citando fonti dell’intelligence britannica, che «viviamo in tempi veramente pericolosi, giunti ad un punto in cui un conflitto su larga scala è più probabile di quanto non lo sia stato nella storia recente». L’intento bellicoso della Russia «è ancora vivo… Le sue forze di terra in Ucraina sono state danneggiate, ma l’aviazione e la marina sono in gran parte intatte e la Russia è ancora una grande potenza nucleare».

I mercati sulla guerra sono «storicamente cinici, dopo un avvio drammatico, gli effetti sono sempre stati quasi tutti positivi. In questi due anni abbiamo vissuto anche l'inflazione e il forte rialzo dei tassi con i titoli collegati, quelli finanziari, che ne hanno beneficiato. E poi è arrivata l'intelligenza artificiale con effetti importanti in tutti i settori», interviene Lorenzo Batacchi, portfolio manager di Bper Banca e membro Assiom Forex. L’esperto ritiene che «il ritorno sulla scena di Trump, favorevole ad una politica estera meno interventista, spingerà l'Europa a dotarsi di un debito e di una Difesa comune come hanno fatto a suo tempo gli Stati Uniti». Concorda Fabio Caldato, Portfolio Manager, AcomeA Sgr, secondo cui «i mercati finanziari reagiscono emotivamente allo scoppio dei conflitti. La guerra in Ucraina è oggi un non evento dal punto di vista finanziario a meno di un coinvolgimento esplicito dei paesi Nato (il “limite” da non oltrepassare). I nuovi equilibri geopolitici sono in fase di definizione».

Su quali settori puntare ora

Gabriel Debach, market analyst di eToro, mette le mani avanti e avverte che «le elezioni statunitensi potrebbero apportare modifiche significative al quadro. In generale, le pressioni provenienti dall'amministrazione Trump, unitamente alle richieste della Nato, incentivano gli Stati ad aumentare gli investimenti nelle spese per la difesa. Tutto questo nonostante i limiti di bilancio». Debach ricorda che durante il primo mandato di Trump, dall'8 novembre 2016 al 14 dicembre 2020, i mercati azionari sono cresciuti dell’83%. «Analizzando la storia, l'S&P 500 ha registrato più performance positive che negative negli anni delle elezioni Usa. Di conseguenza, una possibile vittoria di Trump trova maggior sostegno nelle statistiche. Nonostante gli investitori abbiano affrontato preoccupazioni, come i divieti con la Cina o i dazi introdotti durante il suo mandato, anche nei confronti dei suoi alleati storici, tutti i settori americani hanno registrato performance positive, sostenuti proprio dalla tecnologia, ad eccezione del real estate (a causa dell’effetto della pandemia) e del comparto energetico (in calo anche prima della pandemia), che è presumibilmente il sostenitore storico del partito. Ciò suggerisce che l'economia ha un impatto maggiore rispetto alle scelte politiche del momento», sottolinea Debach.

E anche il settore dell’energia solare (misurato dall’Etf Tan) è cresciuto, durante il mandato di Trump, di oltre il 360%, avverte l’analista. Inoltre, «con una politica fiscale che difficilmente sarà improntata all’austerità gli investitori finanziari restano positivi». Le società alle quali guarda ora sono quelle «con un solido track record di dividendi e settori sensibili alle variazioni dei tassi d'interesse, come il sanitario e l'immobiliare. Al contrario, mi potrei aspettare che le pressioni maggiori potrebbero provenire dai mercati più sensibili all'esposizione con gli Stati Uniti, come le aziende europee e messicane operanti in settori ciclici con un alto grado di correlazione con il commercio mondiale, come industriali, chimici e automobili». Buone, invece le attese sui «titoli della difesa e dell'energia, quest’ultimo caratterizzato da dividendi elevati e riacquisti», conclude Debach.

Meno titoli ciclici, più difensivi

Dopo due anni il conflitto è entrato in una fase di «guerra di attrito dove le due parti competono per ottenere piccole porzioni di territorio», interviene Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia. Lo scenario potrebbe cambiare in caso di «mancate approvazioni di aiuti militari da parte del Congresso o della vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali di novembre. I repubblicani hanno mostrato un atteggiamento contrario ai continui aiuti a Kiev. Tenendo conto della politica estera di Trump durante la sua amministrazione (we are ending the era of forever wars) è probabile che gli Stati Uniti cerchino di distaccarsi dai conflitti sia nell’Europa dell’Est che in Medio Oriente, mantenendo invece massima allerta nei confronti della Cina», avverte Diodovich. Per quanto concerne le piazze finanziarie, «solamente un’escalation del conflitto con il coinvolgimento di altri paesi (Polonia, Paesi Baltici, Iran) potrebbe avere conseguenze significative sui mercati portando a una forte correzione delle borse», spiega l’analista.

La rielezione di Trump, secondo Massimo Trabattoni, head of Italian Equity di Kairos, potrebbe «aumentare la volatilità sui mercati portando incertezza su alcuni temi di investimento, uno su tutti la transizione energetica, per non parlare della sua tendenza a rilasciare dichiarazioni che potrebbero incrementare la volatilità. In ogni caso, qualunque sia l’esito delle elezioni, il Paese sarà meno unito».

Angelo Meda, responsabile azionario di Banor, mette in evidenza il fatto che «ci troviamo al secondo anniversario del conflitto con le economie mondiali che non ne stanno risentendo in modo significativo. Questo perché abbiamo assistito a una normalizzazione dei prezzi energetici, dopo la grande paura del 2022 e l’esplosione del prezzo del gas, e a una tenuta molto più forte delle aspettative della locomotiva americana, guidata soprattutto dai consumi interni». Uno scenario, tuttavia, che per Meda si basa «su un equilibrio instabile: a novembre avremo le elezioni americane che potrebbero cambiare le prospettive di crescita, ma soprattutto i rapporti geopolitici. Sia riducendo il supporto all’esercito ucraino, sia in Medio Oriente, ricreando potenziali tensioni sul mercato energetico, dove gli Usa hanno mostrato di poter essere autosufficienti rispetto all’Europa, che deriva oltre il 70% dei consumi energetici da altri Paesi». La forma migliore di copertura per Banor sono le opzioni put data la bassa volatilità sui mercati, «rimanendo pronti a vendere i titoli più ciclici per riacquistare i difensivi (settori come il food, utilities e real estate sono tra i peggiori negli ultimi due anni)».

Tornare su Star e Mid e Small cap

Antonio Amendola, Senior Fund Manager, di AcomeA Sgr, sottolinea il «divario unico nella storia fra le performance di Ftse Mib e Mid Small Cap. Le prime trainate dal rialzo dei tassi e dalle contestuale distribuzione di utile tramite buyback e dividendi, se seconde penalizzate in un contesto di rialzo dei tassi e fortemente vendute per i riscatti dai fondi Pir. In questo scenario la guerra sullo sfondo ha incrementato il clima di incertezza favorendo gli investimenti in titoli liquidi e che hanno distribuito molta della ricchezza generata agli investitori, proprio come le banche. A questo livello di differenziale di performance tuttavia, il grosso delle notizie e degli impatti è nei prezzi e il mercato sembra proiettato per uno scenario di guerra perenne. Riteniamo quindi possa essere utile in ottica di diversificazione uno cambio a favore delle pmi, in particolare dello Star».

Dello stesso avviso Luca Mori, portfolio manager di Algebris Investments, secondo cui «il miglior approccio per i portafogli azionari in questa fase è quello di privilegiare segmenti che già prezzano, con valutazioni scontate, i rischi più delle opportunità future. Le Small e Mid cap Italiane si sono trovate a fronteggiare in questi due anni una situazione difficile. L’inflazione ha spinto i costi di energia e materie prime e il commercio internazionale è stato a tratti problematico. Inoltre con tassi di interesse al rialzo le valutazioni dell’azionario sono state generalmente sotto pressione, tanto più per le aziende a forte crescita. Queste società sono state poi penalizzate nel 2023 dai deflussi sui fondi Pir che hanno portato il mercato a trattare a forte sconto rispetto alle omologhe europee e alle large. Riteniamo che ai livelli attuali ci sia una significativa opportunità di investimento». (riproduzione riservata)



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