Il tema delle monete digitali divide sempre più l’Europa dagli Stati Uniti: mentre la Bce lancia (ancora la settimana scorsa) l’allarme sui rischi delle criptovalute, Oltreatlantico prevale l’entusiasmo.
Al punto da tollerarne perfino i risvolti criminali: è di pochi giorni fa la notizia che Trump ha concesso la grazia a Changpeng Zhao, l’ex boss di Binance condannato a quattro mesi di prigione per riciclaggio, che aveva aiutato la sua famiglia a sviluppare un criptobusiness fruttatole, secondo Reuters, quasi un miliardo di dollari.
Se chi legge queste e altre notizie contrastanti è confuso, fa bene a esserlo; lo siamo tutti. Lasciamo da parte i criminali e cerchiamo di capire la sostanza del fenomeno. Siamo davvero, come affermano gli entusiasti, sulla soglia di una rivoluzione epocale nel modo di usare la moneta per fare pagamenti? Non esageriamo.
La moneta esiste da millenni (cinque, per l’esattezza) e ha sempre svolto la stessa funzione, grossomodo con gli stessi rischi e potenzialità di giovare o nuocere all’umanità che ne fa uso. Evoluzione è un termine più adatto anche per fatti apparentemente dirompenti, come pagare un caffè avvicinando il telefono a un sensore piuttosto che estraendo una moneta dalla tasca.
Storia e analisi della moneta aiutano a capire benefici e pericoli dei nuovi strumenti; è un collegamento illuminante, che però raramente viene fatto. Se ne occupa un libro intitolato «Money in Crisis», che abbiamo appena pubblicato per Cambridge University Press.
La storia della moneta è quella di un matrimonio fortunato con la tecnologia: ferme restando le esigenze da soddisfare, la moneta è cambiata adottando la tecnologia più moderna disponibile in ogni epoca. Gli antichi babilonesi, bravissimi a produrre tavolette di argilla, usavano quelle; gli antichi greci hanno inventato il conio, quindi sono passati alle monete; i cinesi del Medioevo erano maestri nella stampa, quindi la moneta è diventata di carta.
Lo scopo, ossia trasferire e conservare ricchezza, è rimasto lo stesso e con esso i rischi a cui essa è sottoposta: frode privata, prelievo occulto da parte del sovrano (lo Stato), inefficacia nello svolgere la propria funzione per obsolescenza tecnologica o altro.
La nostra epoca è quella delle tecnologie digitali; è quindi naturale, quasi banale, che la moneta diventi anch’essa digitale. Altrettanto naturale è giudicare le monete digitali di oggi e di domani alla luce di come esse soddisfano quella funzione basilare e di quanto mettono al riparo da quei rischi.
La chiave del successo di ogni moneta, in ogni tempo, è stata quella di assicurare un equilibrio fra controllo pubblico e contributo privato, in cui la dimensione pubblica assicura il rispetto dell’interesse generale e quella privata la funzionalità tecnica e l’economicità di gestione.
Gli ultimi anni hanno portato grandi progressi in questo connubio. Le applicazioni di pagamento e la diffusione di telefoni portatili hanno reso i pagamenti elettronici molto facili e sicuri. Il sistema di regolamento che assicura certezza alle transazioni si fonda sulle banche centrali e sulle banche che esse controllano. L’equilibrio fra privato e pubblico assicura efficienza e sicurezza a livelli mai raggiunti in passato.
È essenziale non compromettere questo equilibrio. Le criptovalute spostano l’ago della bilancia verso monete esclusivamente private, creando strumenti o instabili (bitcoin) o rischiosi per i detentori in assenza di adeguata regolamentazione (stablecoin). È tutt’altro che dimostrato che i vantaggi che esse promettono siano reali e ne giustifichino i rischi.
L’euro digitale cui la Bce sta lavorando vorrebbe rispondere alla minaccia che le monete private rappresentano. Il rischio tuttavia è che l’ago si sposti troppo dall’altra parte, attuando un livello di controllo pubblico non necessario, costoso e foriero di inefficienza. Per questa ragione altre banche centrali hanno rinunciato a realizzare strumenti analoghi.
Un insuccesso dell’euro digitale, del tutto possibile in assenza di chiari vantaggi rispetto a strumenti già esistenti, esporrebbe la banca centrale a un costo reputazionale e indebolirebbe la stessa autonomia strategica europea che il progetto intende rafforzare. La Bce negli ultimi giorni ha riaffermato il proprio impegno, fissando la scadenza al 2029. C’è tutto il tempo per ripensarci. (riproduzione riservata)