Si intensifica il dibattito internazionale sul riconoscimento dello Stato di Palestina. I ministri degli Esteri di Canada, Australia, Finlandia e Portogallo hanno annunciato che i rispettivi Paesi stanno considerando la possibilità di compiere questo passo in occasione della prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista a settembre a New York.
La dichiarazione, riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, è stata firmata anche dai rappresentanti di Nuova Zelanda, Andorra e San Marino e diffusa nell’ambito della Conferenza Onu per la promozione della soluzione dei due Stati, organizzata congiuntamente da Francia e Arabia Saudita.
Nella giornata del 30 luglio è stato lo stesso primo ministro britannico Keir Starmer ad illustrare in due conversazioni con i leader di Australia e Nuova Zelanda il suo annuncio sull’intenzione di riconoscere formalmente lo Stato palestinese all’Onu, laddove Israele non accetti un cessate il fuoco a Gaza e non s’impegni per rilanciare il processo di pace. Lo riporta Downing Street precisando che Starmer ha spiegato al premier australiano Anthony Albanese e a quello neozelandese Christopher Luxon, che l'iniziativa «non vuole essere un gesto» simbolico, bensì «una spinta per un cambiamento reale che assicuri la sostenibilità della soluzione dei due Stati».
Nelle due telefonate si è parlato pure di coordinamento degli aiuti umanitari disperatamente necessari per la popolazione civile allo stremo nella Striscia di Gaza, bambini inclusi. Il doppio colloquio segue quello dello stesso tenore avuto già il 29 luglio da sir Keir con il primo ministro canadese Mark Carney.
A conferma della volontà britannica di provare a coinvolgere nella sua svolta diplomatica in primis gli alleati più stretti della cosiddetta anglosfera. Australia, Canada e Nuova Zelanda, un tempo possedimenti dell’Impero Britannico, sono tutte e tre membri del Commonwealth, restano legate alla corona di casa Windsor (riconoscendo formalmente il sovrano inglese di turno come loro capo dello Stato) e fanno parte con Londra e con gli Usa del coordinamento d'intelligence del cosiddetto gruppo Five Eyes.
La presa di posizione arriva in un momento di forte tensione in Medio Oriente, con un processo negoziale ormai in stallo mentre nella Striscia di Gaza si continua a morire di guerra e di fame. Secondo i firmatari della dichiarazione comune il riconoscimento dello Stato di Palestina rappresenterebbe «un passo essenziale verso una soluzione a due Stati, l’unico orizzonte politico realistico per una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi». Dunque, il riconoscimento internazionale potrebbe contribuire a riaprire un percorso politico, rafforzando la legittimità delle istituzioni palestinesi e incentivando le parti a sedersi al tavolo del dialogo.
Finora, circa 140 Paesi nel mondo hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina, tra cui il Vaticano, ma solo pochi tra gli Stati membri dell’Unione Europea e nessuno tra i principali partner anglosassoni. La posizione di Canada e Australia, dunque, rappresenterebbe una svolta significativa, specie per l’influenza politica e diplomatica di questi Paesi.
Tutti gli occhi sono ora puntati sulla prossima Assemblea generale dell’Onu. La possibilità che un gruppo di Paesi occidentali riconosca ufficialmente lo Stato di Palestina in quella sede potrebbe segnare un punto di svolta nel processo diplomatico.
Secondo gli osservatori, se Canada, Australia e Nuova Zelanda dovessero procedere al riconoscimento, potrebbero trascinare altri Stati esitanti, creando un effetto domino capace di rafforzare la legittimità internazionale della causa palestinese.
Il governo israeliano ha reagito con durezza alla notizia. Il ministero degli Esteri ha fatto sapere che «qualsiasi riconoscimento unilaterale della Palestina rappresenta un incentivo al terrorismo di Hamas e mina la possibilità di un negoziato reale».
Il premier Benjamin Netanyahu ha ribadito che «Israele non accetterà imposizioni dall’esterno» e ha sottolineato come la priorità debba restare «la sicurezza dei cittadini israeliani e la lotta contro i gruppi armati che operano da Gaza e Cisgiordania». (riproduzione riservata)