Mercoledì 2 aprile sembrava una giornata tranquilla, con gli indici in territorio positivo avendo già scontato, con la discesa iniziata il 20 febbraio, ciò che i mercati si attendevano dalla nuova politica commerciale Usa. Subito dopo la chiusura americana, le dichiarazioni di Trump, inaspettate per entità e vastità, hanno gelato gli operatori: a distanza di nemmeno un’ora dalla chiusura, i future sugli indici quotati sul Globex erano in profondo rosso, quello sul Nasdaq giunto a sfiorare -5% un’ora dopo, perdite che si sono ampliate nelle ultime due sedute della settimana.
Non è solo questione di una sgradita sorpresa fatta ai mercati su un tema così importante: gli investitori non gradiscono affatto l’incertezza, che sembra diventata la regola di un’Amministrazione Usa che è da prendere alla giornata, incapace di lasciar intravedere ai mercati linee guida economiche certe in modo che possano adeguare per tempo le scelte di portafoglio. Diversamente, le sorprese sul contesto economico in cui si muoveranno azioni e bond portano inevitabilmente a bruschi aggiustamenti di portafoglio o all’attivazione di coperture tramite posizioni short su future, causando movimenti ampi e repentini delle quotazioni e quindi una volatilità sostenuta.
S&P500

Rischio e contromosse. Per questo alcuni operatori hanno già iniziato a predire che Wall Street verrà trattata nei portafogli come un mercato emergente, stante la futura incertezza nel fare previsioni economiche e la volatilità strutturalmente più elevata, tant’è che il Vix è tornato oltre quota 30% rispetto alla soglia del 20% che delimita la confidenza rialzista degli investimenti azionari. Poiché la volatilità è sinonimo di rischio, gli operatori finanziari sono entrati in modalità «risk-off»: nel migliore dei casi cercheranno di alleggerire progressivamente sui rimbalzi le posizioni azionarie più rischiose (titoli «growth», cioè ad alto tasso di crescita per i quali la valutazione è più aleatoria) a favore di posizioni meno rischiose: nei portafogli torneranno di moda i titoli «value», operanti in business consolidati, con utili e dividendi sostenibili e interessanti in rapporto al prezzo, a partire da quelli intaccati il meno possibile dai nuovi dazi (es. le utility); per i bond l’interesse sarà verso i titoli governativi con scadenze brevi, visto che quelle oltre i 12 mesi saranno esposte al deprezzamento stante le attese di una maggiore inflazione provocata dai dazi.
Nel peggiore dei casi, invece, questo riposizionamento non avverrà sfruttando i rimbalzi, imprimendo una maggiore accelerazione nella discesa degli indici, che sarebbe ulteriormente accelerata dalle vendite sancite dagli algoritmi di trading, di cui si è già assistito a un assaggio venerdì 4. A quel punto la situazione diventerebbe molto rischiosa, visto il probabile «panic selling» e il pericolo di avvitamento dei prezzi, che innalzerebbe le probabilità di recessione Usa.
NASDAQ

La discesa dell’S&P500. In occasione di una recessione economica, l’S&P500 è solito ritracciare storicamente il 25% circa rispetto ai massimi, dunque si potrebbe stimare un approdo in area 4.700-4.600 se e quando il mercato sconterà pienamente una recessione dell’economia. Il doppio minimo a quota 5.500, disegnato a marzo, corrisponde al 10% di discesa rispetto al record storico a 6.144 punti raggiunto il 19 febbraio, compatibile con una probabilità di recessione tra il 20% e il 35% prezzata dal mercato prima di mercoledì 2. La nuova discesa delle ultime due sedute della settimana appena conclusa ha spinto l’indice sotto quota 5.500: il cedimento della base del doppio minimo di marzo apre la strada che porta al successivo livello significativo in area 5.100 punti (17% di ritracciamento, compatibile con il 60% di probabilità di recessione), su cui è possibile assistere a un rimbalzo tecnico.
Al della soglia a 5.000 punti verrebbe ingaggiata quota 4.850 (21% di ritracciamento, probabilità di recessione all’80%), corrispondente al precedente picco record di gennaio 2022 che ha segnato poi la metà strada della fase rialzista partita a ottobre 2022 e durata fino a febbraio 2025. Nel frattempo, Scope Ratings ha già tagliato le previsioni di crescita del Pil Usa, dal 2,7% all’1% per il 2025 e dal 2,2% all’1,5-2% per il 2026, proiettando il rapporto debito pubblico/Pil dall’attuale 121% al 130-140% entro il 2029. Trump, infatti, vorrebbe utilizzare i 600 miliardi all’anno provenienti dai dazi anche per ridurre le tasse, un ulteriore stimolo per l’inflazione che peserà sulla Fed in tema di tagli dei tassi a sostegno dell’economia. (riproduzione riservata)