Con l’indice S&P500 su nuovi massimi storici, e i prezzi dei titoli di Stato decennali in prossimità dei minimi degli ultimi 12 mesi (che sono minimi degli ultimi 15 anni per i Bund tedeschi), molti si stanno chiedendo se non sia il caso di tornare con più decisione sui bond, vista anche l’incertezza crescente sul fronte geopolitico globale e quella più diretta e immediata legata al petrolio.
Da inizio marzo, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, i mercati obbligazionari si sono focalizzati sulle implicazioni inflazionistiche causate da uno shock della fornitura di energia: le aspettative sui tassi di interesse, attesi al ribasso negli Usa prima del conflitto e stabili con orientamento al ribasso nell’Eurozona, sono state improvvisamente messe in dubbio, innescando un flusso significativo di vendite sui titoli di Stato a media e lunga scadenza e quindi un relativo aumento dei rendimenti, che nella settimana appena conclusa hanno segnato nuovi massimi degli ultimi 12 mesi (ultimi 15 anni per i Bund).
Secondo Invesco, ha prevalso l'idea che inflazione e tassi di interesse più elevati rappresentino una minaccia maggiore rispetto a una crescita più debole, senza segnali di una tradizionale fuga verso la sicurezza che in questi casi aiuta le quotazioni dei bond.
Un comportamento simile, ma di intensità molto maggiore, si è potuto osservare nel 2022: in quell’anno, la poderosa spinta dell’inflazione post riapertura dopo la pandemia, che nell’Eurozona toccò l’apice con il 10,6% dell’ottobre ’22, assieme allo scoppio della guerra in Ucraina e al primo rialzi dei tassi (nel marzo 2022 la Fed, nel luglio 2022 la Bce, ma già scontato prima nei tassi Euribor), decretarono pesanti vendite sui titoli di Stato fin dal mese di marzo, dove la caduta delle quotazioni proseguì fino a settembre 2023.
Per motivi diversi, visto che non ci fu recessione, anche i mercati azionari registrarono una flessione nei primi nove mesi del 2022, nell’ordine del 25%. In quella fase, l’oro seguì il percorso di Wall Street e delle piazze europee, cedendo il 20% circa da inizio marzo a fine settembre per poi avviare il recupero in novembre.
In questa primavera, invece, i mercati azionari si sono dimostrati eccezionalmente resilienti grazie soprattutto agli sviluppi industriali e infrastrutturali legati all’AI, semiconduttori e hyperscaler in testa, oltre al contributo giunto dalla solidità dei risultati del settore finanziario e da quello dell’energia, utility comprese.
Nonostante il segnale decisamente negativo proveniente dal mercato petrolifero, secondo Pimco gli asset rischiosi continuano a ignorare il potenziale impatto negativo sull'attività economica derivante dall'aumento dei prezzi dell'energia, basandosi sull'idea che l'economia riuscirà probabilmente a cavarsela, in assenza di un brusco aumento del prezzo del petrolio e della conseguente necessità di una contrazione della domanda.
Tale divergenza suggerisce che i mercati stiano interpretando lo scenario più probabile come un lieve shock stagflazionistico, sufficiente a limitare l'azione delle banche centrali, ma non tale da comportare rischi più gravi nel lungo termine.
In altre parole, gli asset rischiosi sembrano più disposti a guardare oltre un periodo caratterizzato da una crescita potenzialmente più modesta, un'inflazione più elevata e una politica monetaria restrittiva.
Grazie anche all’autonomia energetica, che invece penalizza l’economia europea nella posizione di dipendenza, per Pictet AM sono in questo momento le azioni statunitensi a essere particolarmente interessanti, sostenute dai forti utili societari, dall'ampia liquidità e dal boom in atto degli investimenti industriali e nell'IA.
L’asset manager prevede che le società dell'S&P 500 registreranno, in media, una crescita degli utili nell’ordine del 20% quest'anno e il prossimo: si tratta del livello più alto dal 2021, sostenuto dall'aumento dei margini di profitto grazie al forte controllo dei costi e all'elevata crescita economica nominale. Il raggiungimento di livelli record dei margini è previsto entro la fine di quest'anno in tutti i principali mercati.
Altrettanto importante è che gli Stati Uniti dispongano di ampi margini di liquidità per proteggersi da shock esterni: secondo i calcoli di Pictet AM, la liquidità creata negli Stati Uniti, tramite il denaro e il credito, aumenterà fino a 2.500 miliardi di dollari (cioè l'8% del Pil) rispetto ai 1.700 miliardi di dollari (6% del Pil) relativi allo scorso anno. Questo, grazie alla politica monetaria più favorevole da parte della Fed, all’abbondante prestito bancario statunitense e ai riacquisti di Treasury.
Dopo Wall Street, la preferenza dei grandi asset manager, tra cui Pictet, è rivolta ai mercati emergenti asiatici: secondo Ing Investment, il rally di alcuni listini, più che da un miglioramento macroeconomico diffuso, è guidato dall’esposizione alla catena del valore globale dell’AI, in particolare attraverso la produzione di chip, memorie e infrastrutture per data center.
Una parte significativa di questa catena del valore è concentrata in Asia, che ospita alcuni dei maggiori produttori di chip al mondo, come Tsmc (Taiwan), Samsung e SK Hynix (Corea), il trio che insieme, osserva Pictet, costituisce quasi un quarto dell'indice azionario Msci Emerging Market. Taiwan, infatti, è indispensabile nella produzione di chip avanzati, mentre la Corea del Sud domina nel settore delle memorie ad alta larghezza di banda, entrambe componenti cruciali per i data center dedicati all’AI.
La Cina, invece, continua a restare indietro: l’innovazione tecnologica è reale, osserva Ing Investment, ma il mercato azionario deve fare i conti con una combinazione di domanda interna debole, effetti persistenti della crisi immobiliare, incertezza normativa e politica, tensioni geopolitiche e timori legati alle restrizioni sull’export dei chip avanzati. Inoltre, questa fase sta premiando soprattutto il lato hardware dell’AI.
Invesco è invece più cauta: per le economie asiatiche importatrici di energia (India, Taiwan, Corea) la situazione resta difficile, con impatti sull'inflazione e sul contesto economico, ritenendo che le valutazioni riflettano un eccessivo ottimismo.
Nell’area asiatica non emergente, T-Rowe assegna ancora chance di proseguimento alla spettacolare corsa dell’azionario giapponese, fino a quando lo yen rimarrà debole senza eccessi, mentre una brusca inversione di tendenza di ampio respiro comprimerebbe le aspettative di utili.
Attualmente l’earning yield sull’indice S&P500, misurato sugli ultimi risultati societari, è pari a 3,76%, che sale al 4,75% se viene misurato sul consensus degli utili previsti tra 12 mesi, confrontandosi con un rendimento del 4,57% del decennale Usa, che scende al 3,86% per il Btp a 10 anni. Il vantaggio rimane quindi in mano agli investimenti azionari, mentre i trade-off più equilibrati tra sorprese al rialzo sull'inflazione e sorprese al ribasso sulla crescita, valutati da Pimco, suggeriscono di adottare la quota di bond più opportuna, bilanciata tra tasso fisso e tasso indicizzato all’inflazione in riferimento ai titoli di Stato, affinché il portafoglio non ecceda nel complesso la propensione personale al rischio. (riproduzione riservata)